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UDINE – Parlare di John Mayall significa raccontare di un gigante, di un mito che ha fatto la storia della musica.
Grazie a lui e a Alexis Korner, il mondo musicale ha avuto “materia prima” per crescere e moltiplicare.
Non per nulla è stato nominato The Godfather of the British Blues (il padrino del Blues Britannico), realizzando dischi uno dietro all’altro già a partire dal 1965 ed anche scoprendo di grandi talenti come Eric Clapton, Mick Taylor e Peter Green.
Andare a vedere uno di questi personaggi oramai non più giovani (ottantacinque primavere e ancora “on the road”), significa stare davanti ad un’autentica leggenda vivente.
Pochi, arrivati a questo punto, possono avere ancora qualcosa da dire e, in certi casi, ci si trova ad assistere solamente ad una celebrazione del personaggio.Le cronache che sono riuscito a consultare raccontano di Mayall già in Regione al Palazzetto dello Sport di Gorizia il 15 dicembre del 1982, con uno svogliatissimo (così ricordano i presenti) ma eccezionale Mick Taylor a suonare la chitarra seduto a bordo palco.
Poi fu la volta di Trieste al Castello di San Giusto ed era l’estate del 1984, più precisamente il 13 luglio.
In quell’occasione si presentò nel Capoluogo con i Bluesbreakers, sua creatura fondata e sciolta in diverse occasioni.
Esattamente vent’anni dopo arrivò al Castello di Udine nell’ambito del Folkest, e per l’occasione, con gran sorpresa dei presenti, sul palco assieme a lui per il brano di apertura e altri due in chiusura, come special guest, alla chitarra si esibì Rudy Rotta, Bluesman italiano molto apprezzato in tutto il mondo durante la sua carriera.
Ulteriore nota per questa passata tappa va rivolta alla band, in quanto era la stessa massiccia formazione che l’anno prima aveva accompagnato Mayall per il concerto celebrativo dei suoi primi settant’anni, occasione alla quale presero parte anche i suoi già citati pupilli Clapton e Taylor.

Ma torniamo alla serata di Udine di questo inizio primavera, quando è andato in scena un autentico evento e per il quale abbiamo trovato al Teatro Nuovo Giovanni da Udine un folto pubblico di musicofili e amanti del Blues che non si sono lasciati sfuggire questa ghiotta opportunità offerta dall’ottima organizzazione a cura di Azalea.

Il ruolo del supporter in queste occasioni è veramente un incarico di responsabilità. Devi essere all’altezza della situazione, reggere il confronto con la big star e soddisfare gli spettatori che non si accontenteranno facilmente.
Saggiamente nel nostro caso la scelta è caduta sul sardo Francesco Piu, ottimo chitarrista del genere, che ha provveduto a riscaldare il pubblico come si deve.
Non per nulla nel 2017 è stato scelto pure lui come interprete da inserire nella compilation The Blues Master: an italian tribute, una raccolta di brani di artisti storici del Blues risuonati da nomi eccellenti del Bel Paese come Guido Toffoletti, The Cyborgs e il nostro orgoglio cittadino Mike Sponza (presente anche lui tra il pubblico), che per questo tributo discografico ha rivisitato un brano dello stesso Mayall dal titolo Little girl.
La serata è proseguita poi con il tanto atteso John Mayall, uno che non si è mai fermato nella sua carriera, uno che ha speso tutta la sua vita per la musica.
In questo passaggio in terra friulana Mayall, tra ovazioni e applausi, ha presentato il suo ultimo disco da studio dal titolo Nobody told me pubblicato lo scorso febbraio, disco ricco di collaborazioni (Joe Bonamassa e Steven Van Zandt solo per citarne due), suonando The moon is full e altre perle della sua ricca carriera come Dirty water, One life to live, So many roads e Chicago line estratto addirittura dal suo primo disco.
In totale dodici brani in scaletta per una durata di poco meno di due ore di spettacolo, alternandosi, come ben ci ha abituati, tra piano elettrico ed Hammond, chitarra ed armonica, mentre ad accompagnarlo abbiamo trovato una band di tre elementi tra i quali spicca senza dubbio Carolyn Wonderland, ottima chitarrista e cantante con buona voce a tratti molto graffiante.

Alla fine, per niente stanco, John Mayall si è concesso al pubblico per una tranquilla serie di autografi per tutti.
Indubbiamente una grande serata che difficilmente si ripeterà, facendo pentire amaramente chi purtroppo non c’era.

 

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Fabrice Gallina

TRIESTE – Teatro pieno e pubblico molto eterogeneo per il concerto di Ermal Meta al Rossetti di Trieste.
Apre lo spettacolo il giovane e promettente Pierfrancesco Cordio, cantautore siciliano, con quattro brani incluso “La nostra vita”, presentato al Festival Sanremo Giovani 2019 e scritto con l’aiuto dello stesso Ermal Meta. Cordio chiude tra gli applausi e dà spazio a Ermal che inizia al pianoforte per poi passare alle chitarre semi elettriche.
Il cantautore si rivela un ottimo interprete sfoderando una voce bella, potente e ricca di sfumature, completata da un meraviglioso e invidiabile falsetto che riesce a dare coloriture molto particolari ed efficaci in alcuni dei pezzi presentati.
Il repertorio selezionato spazia tra il presente e il passato offrendo i brani più celebri, qualche pezzo scritto per la sua band precedente “La fame di Camilla”, e alcune suggestive cover.

La scrittura musicale delle composizioni è semplice, ma estremamente valida, eseguita per l’occasione con gli arrangiamenti del GnuQuartet (Raffaele Rebaudengo alla viola, Francesca Rapetti al flauto traverso, Roberto Izzo al violino e Stefano Cabrera al violoncello e al pianoforte) che ha accompagnato Ermal per tutto il concerto arricchendo la melodia delle sue canzoni di sfumature classiche senza però snaturarne il senso originale. Testi molto intelligenti che parlano d’amore, ma anche di temi scottanti quali ad esempio la violenza domestica e il terrorismo.
Brevi aneddoti e scambio di battute con gli spettatori rendono l’interazione sempre viva e costante durante tutto lo spettacolo.
Scenografia essenziale per due ore di grande spettacolo e quattro bis concessi per la gioia dal partecipativo pubblico.
L’omaggio finale a Domenico Modugno con una cover di “Amara terra mia” è stato molto, molto apprezzato ed emozionante.
Un evento da ricordare nella nostra città, organizzato da Azalea Promotion in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia e Il Rossetti.

Per Radio City Trieste, Michele Marolla
Foto Manuel Demori

PORDENONE – Mi sono sempre chiesto quale sia l’elemento che provoca la reazione per cui una certa musica smuove qualcosa nell’ascoltatore. Nell’autunno di tre anni fa per una pura coincidenza, nemmeno ricordo cosa stessi cercando, su Youtube mi saltò fuori il canale della KEXP, una stazione radiofonica di Seattle che proponeva un’interminabile lista di interviste con esibizioni di innumerevoli artisti.
In quel momento mi si è aperto un mondo. Un giardino pieno di fiori, colori e profumi che in un batter d’occhio mi hanno fatto perdere il senso dell’orientamento talmente vasta era la scelta.
Trovai di tutto lì dentro, da nomi noti come Bonobo, Stromae, Thievery Corporation e il nostro Jovanotti, ad altri per nulla conosciuti come i Vök, una giovanissima band islandese di Reykjavik che si muoveva tra elettronica, atmosfere al limite del Trip-Hop e gustose sonorità Indie.
Si rivelò nitidamente sin da subito una ovvia matrice di provenienza della terra dei ghiacci, la stessa che ha dato i natali alla nota Bjork e ai suoi Sugarcubes, ai Sigur Ròs e ai fantastici ma meno noti Samaris.Chi l’avrebbe mai detto che da un’isola come l’Islanda potevano venir fuori tutti questi nomi? Probabilmente a giocare un ruolo determinante dev’essere la posizione geografica, identificata nella prolifica triangolazione i cui vertici sono Danimarca, Scandinavia e Islanda appunto.
Da quest’isola lontana i Vök arrivano inaspettatamente fin nella nostra zona e sinceramente non so quando potrà capitare un’altra occasione di rivederli da queste parti.
Attivi da ormai sei anni, con un leggero cambio nella line up rispetto alla partenza, due Ep e un disco dal titolo Figure pubblicato nella primavera del 2017, i Vök per la terza volta, e quasi in sordina, sono arrivati in Italia a presentare il raffinato Dream Pop di loro creazione e composto da elementi di spicco che si confermano essere inconfondibili connotati di riconoscimento.
Il set eseguito è limitato nella durata (non è possibile pretendere un’interminabile cavalcata), ma quanto andato in scena ha regalato una piacevole e divertente serata da gustarsi preferibilmente nei club.
Forse ancora un po’ acerbi per certi versi, e vista la giovane età non può essere diversamente, hanno dato comunque prova di talento e consapevolezza. Nessuna spavalderia o gesto eccessivo sulla scena che hanno dimostrato di saper affrontare.
Penso sia da ritenersi fortunati a vedere adesso i Vök. Le platee potrebbero diventare molto più grandi e affollate in un domani non tanto lontano.
Dire di averli visti ad un palmo dal naso potrebbe essere un bellissimo ricordo.

 

 

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Cristiano Pellizzaro

 

 

 

TRIESTE – Sin da quando la data di questo concerto era stata annunciata, si era capito che la sala sarebbe stata presa d’assalto dallo scatenato pubblico delle grandi occasioni, e proprio per questo motivo la platea è stata sgomberata dalle sedie per lasciare posto a chi avrebbe voluto ballare senza sosta.
Ray Gelato assieme ai suoi Giants è ritornato a Trieste dopo un’assenza durata un bel po’ di tempo ed è stato davvero un grande evento!
Proprio al Teatro Miela era passato, all’inizio della sua carriera, venticinque anni fa, quando cominciava a muovere i primi passi nell’universo musicale.
Quindi, assolutamente dovuto un concerto a casa nostra, per questo tour celebrativo del quarto di secolo di attività, occasione che giustamente il Miela ha colto al balzo, come sempre sa fare portando nella propria struttura nomi di rilievo per serate che contano.Ray Keith Irwin (questo il vero nome di Ray Gelato, classe 1961, britannico e non americano come si potrebbe pensare) ha regalato per una sera il gusto dell’atmosfera dei club d’oltre oceano, quelli di diversi decenni fa, visti nei film americani che ci hanno fatto sognare, quelli delle piccole orchestrine guidate dai grandi maestri dello Swing, del Jazz e dei Crooner.
Anche il dress code (d’obbligo in questo caso) viene rispettato, ed ecco quindi  eleganti completi indossati da tutti i presenti sul palco, in contrasto però nel colore, dove il blu spetta ai musicisti ed il marrone per il front man, in modo da farne risaltare la presenza e sottolinearne il suo ruolo.

Tanti i brani conosciuti e inseriti in scaletta come Carina, Just a Gigolò e Torero, ma anche A Pizza You, Bar Italia e The Celebrity Club, tutti suonati con affiatamento e maestria dai sei elementi della band, tra i quali ritroviamo il contrabbassista Manuel Alvarez, il batterista Marti Elias e Gunther Kurmayr al pianoforte, tutti già visti con il Ray Gelato Quartet per l’edizione 2016 del Muggia Jazz Festival.

L’indiscusso leader della scena cattura l’attenzione e diverte, si alterna tra sassofono e microfono muovendosi sul palco con il braccio piegato mentre le dita schioccano e tengono il tempo.
Fosse per lui, non scenderebbe mai dal palco.
Alla fine bagno di folla nel foyer per autografi e foto di rito.

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Fabrizio Caperchi (www.lanouvellevague.it)

TRIESTE – Una storia lunga quasi mezzo secolo, e per la quale ci sono ben venti dischi a tracciarne il percorso, è a dir poco invidiabile.
Voce e stile inconfondibili hanno reso le sue canzoni uniche e lasciato il segno nel cuore di diverse generazioni.
Edoardo Bennato, classe 1946, ha cambiato ben poco in tutto questo tempo. Giovanile e Rock ‘n’ Roll, in jeans e maglietta e con gli occhiali da sole, sembra aver fatto un patto con il diavolo.
Se gli chiedessimo quale possa essere il suo segreto siamo certi che risponderebbe facendoci vedere la sua chitarra e aggiungendo “…tutto merito della musica”.E lo spettacolo che in anteprima è andato in scena a Trieste ha il gusto di qualcosa di molto personale. Certamente è stato un privilegio assistere alla prima nazionale di questo suo tour invernale dal titolo Pinocchio & Co. tour 2018 (produzione artistica curata da New Step, in collaborazione con Dimensione Eventi e Ventidieci).
Non capita spesso di ascoltare centosessanta minuti filati di concerto senza annoiarsi un attimo. Tutto d’un fiato il set è volato via davanti ad un pubblico delle grandi occasioni che ha riempito a dovere il Teatro Rossetti che sceglie sempre gli artisti migliori da portare in città. Come si diceva pocanzi questa è stata l’ouverture, la prima di quattordici date che si terranno fino a dicembre inoltrato, quando a Cremona il nostro eroe terminerà quest’avventura.
Un azzardo chiamarlo eroe? Penso proprio di no. Molti i bambini presenti in sala e rapiti dalle sue storie, mentre quelli più grandi sono ritornati giovani con i cavalli di battaglia di Bennato che attraverso le strofe dei suoi racconti parlano molto della società, della vita, fanno riflettere, e anche se andiamo a pescarli nella discografia più datata, ancora oggi sono attuali.
Burattino senza fili è uno dei suoi dischi più conosciuti e fortunati, rivisitato nel 2017 a quarant’anni di distanza dalla prima pubblicazione e con l’aggiunta di alcuni brani narranti di personaggi che all’epoca non erano stati cantati.
Mastro Geppetto e Lucignolo sono le due nuove composizioni presentate e suonate durante la serata, assieme ai fratelli maggiori Il gatto e la volpe, Dotti, medici e sapienti, La fata, Mangiafuoco, In prigione, in prigione e Quando sarai grande.
Tutti sparsi qua e là durante lo spettacolo e realizzati in chiave Rock, acustica oppure sinfonica come il set in apertura di serata.
Sembra strano che uno che ha sempre parlato di Rock, di chitarre e suonato l’armonica riesca a proporre in un solo spettacolo tre generi così diversi tutti assieme, vero? Invece è andata proprio così.
A seconda dell’impatto che ad ogni brano si voleva dare, ecco l’ottimo Quartetto Flegreo in apertura di serata con gli archi a dare il via alle danze, per poi passare ad un set folk in solitaria (in stile Otto e Barnelli per intenderci) dove Bennato canta, suona la chitarra, tiene il tempo su di un tamburo e alterna l’armonica al kazoo, fino alla terza parte elettrica assieme ad un’affiatata banda di cinque musicisti.
Il titolo del tour forse lascia intendere che la scelta dei brani cadrà solo sulle tematiche della favola del burattino più famoso di sempre e al quale Bennato deve buona parte della sua notorietà, ma al contrario ci sarà spazio anche per altri brani della sua rispettabile discografia. Abbi Dubbi dava il titolo al disco del 1989 e dal quale ancora propone La luna, La chitarra e Vendo Bagnoli (Viva la mamma sarà la grande esclusa della serata), da Sono solo canzonette del 1980 (altro disco di successo), oltre al brano omonimo ci saranno Il Rock di Capitano Uncino e L’isola che non c’è.
E poi ancora Meno male che adesso non c’è Nerone, Rinnegato, Un giorno credi, In fila per tre, Le ragazze fanno grandi sogni (del 1995), e Pronti a salpare e La calunnia è un venticello, entrambi dalla sua produzione più recente del 2015.
Tra suggestivi video proiettati per accompagnare i brani e i racconti di Bennato, lo spettacolo giunge al termine e mi viene da pensare quanto tempo sia passato dalla sua ultima apparizione a Trieste.
Abbiamo atteso tanto ma questa sera ci siamo riscattati alla grande.

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste
Foto di Franco Pellizzaro

TRIESTE – La curiosità era già tanta dallo scorso dicembre quando il concerto era stato annunciato poi, quando è partito il tour, recensioni e commenti on line ne parlavano in modo davvero soddisfacente.
Lo ammetto, dopo i primi video che sono circolati in rete, mi sono lanciato a vedere cosa David Byrne ci avrebbe servito per questa sua nuova avventura.
Una bestemmia per molti questo modo di soddisfare la mia curiosità, così come il poter scoprire in anticipo i brani suonati nei concerti già eseguiti consultando le scalette on line. Ma questi sono pregi e difetti della rete.
Da allora, ogni giorno la voglia di partecipare al concerto è cresciuta, anche se sapevo cosa avrei trovato in quella umida serata di luglio, ma l’entusiasmo non è venuto meno.
David Byrne è un artista a 360°, oltre che musicista è anche scrittore ed espositore. Forse non ci si ricorda della collaborazione con Ryuiki Sakamoto per la realizzazione della colonna sonora de L’Ultimo Imperatore di Bertolucci, e molti non sanno che ha scritto diversi libri (cito Diari della bicicletta e il saggio Come funziona la musica), inoltre non tutti sono a conoscenza che nel 1998 presentò lui stesso a Trieste la mostra Your Action World, da lui stesso realizzata ed esposta al museo Revoltella.
Quell’installazione esponeva, tra le altre cose, dei manichini che trovavamo riportati anche sulla copertina del disco Feelings del 1997 e, in occasione di questo concerto in Piazza Unità d’Italia, un rivenditore locale di arredi artistici, ha voluto rendere omaggio all’artista esponendo in vetrina due stampe che riproducevano un paio di questi soggetti.
Per il tour di Feelings, Byrne fece tappa in Regione per la prima volta con un concerto in Friuli per la rassegna Folkest. Poi ritornò una seconda volta nel 2009 a Grado per il festival Ospiti d’autore, per quello che era il tour Songs of David Byrne e Brian Eno (l’anno prima i due avevano pubblicato Everything that happens will happen today, dopo la prima collaborazione di My life in the bush of ghosts del 1981). Questa volta invece il disco si chiama American Utopia ed è stato pubblicato nel marzo di quest’anno.
Dal disco, per questo tour, verranno estratti sette brani, mente per gli altri si andrà a pescare anche dalla discografia dei Talking Heads.
Spettacolo, e che spettacolo, sabato 21 luglio a Trieste.
L’ultima delle tre date che hanno portato la città alla ribalta internazionale con la rassegna Live in Trieste, organizzata da Zenit srl e Azalea Promotion, in collaborazione con il Comune di Trieste e la Regione Friuli Venezia-Giulia, che hanno saputo scegliere sapientemente tre assi da calare in meno di una settimana.
Dopo Iron Maiden e Steven Tyler ecco un ulteriore spettacolo musicale ma un pò insolito, che offre assieme teatro, musica, ritmica e coreografie, su di un palco allestito in modo del tutto diverso rispetto a quanto siamo abituati.
Un semi perimetro composto da un muro di fitte e fini catene separa la scena dal backstage. Le luci dei palazzi della piazza svelano alla vista le sagome degli artisti, che tra poco appariranno, passando proprio attraverso le catene come fossero una tenda.
I dodici angeli dell’arte, scalzi, che per novanta minuti rapiranno il pubblico, indossano tutti un elegante completo grigio.
Oltre a Byrne sul palco ci sono anche due coristi, un bassista, una chitarrista, un tastierista e sei percussionisti. Tutti, nessuno escluso, con strumenti e microfoni wireless per permettere loro di muoversi e disporsi sul palco in totale libertà e dare forma alle coreografie studiate per ogni brano, rendendo così questo show concettuale più che un concerto, una rappresentazione per stupire.
Byrne in prevalenza canta, suona poco durante il set, e in quelle rare occasioni imbraccia una chitarra bianca fornita da un braccio che spunta attraverso la tenda di catene, mentre i musicisti entrano ed escono di scena a seconda di cosa prevede il copione.
Da dietro alle catene, a seconda dell’illuminazione fornita dalle luci di scena, si riescono a scorgere nel backstage gli espositori delle innumerevoli percussioni usate dai sei fondamentali musicisti ritmici per i quali andrebbe fatto un discorso a parte. Precisi ed essenziali, coreografici e di supporto musicale l’uno dell’altro, che nel corso dello show cambiano svariate volte gli strumenti a seconda delle esigenze musicali.
Sembra di ascoltare un unico batterista quando si tratta di Pop Rock, ma diventano una batteria brasiliana con tanto di berimbau e cuìca, che perfettamente disegna incastri e produce stacchi di tradizione tropicale o di matrice Afro.
In questo fantastico ensemble troviamo Mauro Refosco, storico collaboratore (ultra ventennale) di Byrne (e non solo), percussionista completo e di eccellente formazione (perdonate le lusinghe, ammetto trattarsi di una debolezza dovuta a gusti percussivo-musicali).
I novanta minuti scorrono via veloci, c’è un solo bis composto da due brani e qualcuno spera in Psycho killer che purtroppo per questa volta rimane fuori dalla setlist.
Ma c’è ben poco da lamentarsi, e anche per la durata dello spettacolo, non sento alcuna osservazione al merito.
E ovvio, dopo uno spettacolo così, che cosa vuoi dire?

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Simone Di Luca

TRIESTE – Una “due giorni” che ha fatto di Trieste, e la sua splendida Piazza dell’Unità, il centro della musica rock perlomeno a livello europeo.
Zenit srl e Azalea Promotion, in collaborazione con il Comune di Trieste, hanno portato nella nostra città artisti che, alla faccia dell’età anagrafica, hanno incantato le migliaia di fans accorsi da ogni dove per gustare e vivere con il giusto spirito rock’n’roll dei concerti straordinari e, forse, difficilmente rivedibili.
Iron Maiden: quì le parole non basterebbero per descrivere la professionalità, esperienza, mestiere e divertimento che i “ragazzotti” inglesi riescono ancora a portare sul palco.
Probabilmente è corretta la definizione data da un fan al termine della loro performance: “La più grande live band del mondo, punto!”.
Tour, questo “Legacy of the beast”, che propone una scaletta con tutti i classici (a parte Wasted years) che i fan amano e “vivono”, specialmente nel pit, come non ci fosse un domani.
Ma vista la linfa vitale che ancora pervade tutti i membri della band, nessuno escluso, possiamo credere che un ipotetico farewell tour sia ancora lontano.
Trieste ultima data di questo tour estivo ma, nelle parole del frontman Bruce Dickinson e nel tweet della band, un ringraziamento e una “quasi” promessa: “Thank you, Trieste.. what an amazing place to have a show! Until next time!”
Steven Tyler: vero “animale” da palcoscenico, 70 anni e non sentirli, icona rock a livello planetario! Tutto questo, però, forse non basta a giustificare un ritardo sull’inizio della sua performance, che si è avvicinato all’ora. Da dire, a sua discolpa, che girano voci su dei problemi tecnici che hanno fatto slittare l’inizio dello show, anche con suo tangibile disappunto.
Al di là di questi problemi e di un paio di brani per “scaldare” la voce, lo spettacolo portato sul palco da Stefano Tallarico (ha scherzato pure lui sulla sua origine calabrese e sul suo nome) è stato coinvolgente, ricco di brani storici degli Aerosmith, ma anche di versioni “cover” di brani dei Beatles e Led Zeppelin (I’m down, Come together e Whole Lotta Love) o interpretati da miti del passato come Janis Joplin (Mercedes Benz e Piece of my heart).
Band non al suo (ancora altissimo) livello, specialmente sui brani ex-Aerosmith, ma con alcune individualità apprezzabili (batterista e armonicista in primis).
Due eventi che lasciano, quindi, un segnale molto positivo sia sulla potenzialità di Trieste come polo attrattivo per eventi legati al rock, con relative e non disprezzabili ricadute commerciali ed economiche sul territorio che, nuovamente, sul pregiudizio sbagliato che “il popolo del rock” sia formato da persone incivili, rissose, drogate e cattive. La riprova è stata data anche stavolta! Rock On!

Andrea “Mr. Rock” Sivini per Radio City Trieste

Foto Simone Di Luca

UDINE – Essere capaci di saper sfruttare al meglio le carte che ti sono state fornite e riuscir a creare qualcosa di veramente interessante.
Ne abbiamo avuto prova il 13 luglio al Castello di Udine con lo spettacolo di Cosmo (Marco Jacopo Bianchi all’anagrafe), dove è stato offerto uno show moderno rivolto al pubblico amante della scena Dance, per lo più composto da persone molto giovani.
Una pregevole serata organizzata da Vigna Pr e da Homepage Festival, andata in scena per l’omonima rassegna e alla quale hanno preso parte per l’apertura di questo evento anche la band locale gli Amari e i Santii.
Lo show di Cosmo, entrato a far parte nel circuito dei grossi eventi live, non ha nulla da invidiare ad altri suoi colleghi, e propone qualcosa che difficilmente si potrebbe dire possa essere prodotto nel nostro paese. Già più volte nella nostra Regione anni addietro assieme ai suoi Drink to me, Cosmo ritorna dopo il suo ultimo passaggio triestino del dicembre 2016, quando già faceva ballare e sballare.
Questa volta invece porta la sua carovana in Friuli dopo una nutrita serie di concerti e partecipazioni a notevoli eventi  come il concerto del Primo maggio che ne hanno confermato la qualità e amplificato la notorietà.
Nella musica e nei spettacoli di Cosmo è possibile ascoltare e trovare di tutto. L’udito gode di sonorità forse insolite per il pubblico di massa e che vengono ricercate tra quanto offerto già trent’anni fa, mischiato con quant’altro realizzato più di recente o che va di moda oggi.
L’allestimento del palco invece propone spettacoli conditi con potenti effetti luce degni di un ottimo rave, mentre on stage un set live realizzato assieme ai due percussionisti Mattia e Roberto riportano alla memoria quanto potevamo vedere negli show televisivi degli anni ’80 anche grazie al dress code scelto per andare in scena.
Qualcuno forse ha da ridire sul cantato in lingua italiana e sul suono della voce, ma secondo me la chiave di tutto sta proprio in questi due elementi, che s’incastrano perfettamente con il resto del prodotto e che vengono individuati soltanto in un secondo momento quanto il danno è già stato fatto e la sua musica ha già creato uno stato di strano ma piacevole compiacimento.
L’impianto diffonde musica sublime e limpida, la gente balla al ritmo della potente e arrogante cassa mentre sul palco si assiste all’offerta live delle produzioni sin qui realizzate e ad un set alla consolle che vede protagonista questa volta il solo Cosmo.
Chiusura ovviamente con L’ultima festa.
Serata davvero sorprendente. Uno dei migliori spettacoli in circolazione in questo momento.
E il nome dell’evento non poteva essere più azzeccato scegliendo appunto La festa in Castello.

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Fabrice Gallina

UDINE – E con questa siamo a sette, numero perfetto. Sto parlando di tutte le volte che i Simple Minds hanno suonato nella nostra Regione.
Tutte le provincie possono dire di averli ospitati almeno una volta. La prima risale al 1991 a Lignano allo Stadio Teghil con una replica quattro anni fa ma questa volta all’Arena Alpeadria, poi Trieste nel 1998 allo Stadio Grezar, Palasport di Pordenone nel 2003 e nel 2006, Grado nel 2012 per il tour 5×5 durante il quale presentavano cinque brani di maggior successo per i primi cinque dischi (in quell’occasione la tappa della cittadina della rivierasca registrò un sold out in prevendita), e quest’anno Udine al Castello per la prima volta come ha ricordato anche Jim Kerr dal palco salutando il pubblico ad inizio serata.
E così, come una partita a Risiko è stata messa una bandierina in ogni luogo, e speriamo ce ne siano delle altre.
A Giove Pluvio però sembra non andare giù il fatto che questi scozzesi suonino così spesso da noi, e così anche questa volta ha cercato di rovinare la festa mettendoci lo zampino. Dico questo perché l’ultima volta a Lignano nel 2014, un tremendo acquazzone sembrava voler gustare la serata, ma in quell’occasione lo storico vocalist tranquillizzò tutti dicendo che quella per loro era solamente acqua e suonarono il set intero come da programma.E così questa volta, a quattro anni di distanza, l’atavico dio che sembra aver un conto in sospeso con loro, si ripresenta puntuale con la sua pioggia anche nel capoluogo friulano.
Pensate sia riuscito nei suoi intenti? Mah chè sì, tutt’altro. Nulla ha fermato i Simple Minds e tanto meno il loro pubblico che mai ha accennato a mollare la presa.
Motivo ulteriore per fare festa e divertirsi ancor di più, confermando l’ottima organizzazione di Zenit srl che come sempre ha saputo scegliere un’ottima band per un luogo eccezionale, e la risposta da parte del pubblico ne è stata la conferma.
La data friulana in programma che si è svolta a Udine ricadeva nel tour di Walk between worlds, diciottesima fatica in studio (febbraio 2018), di Jim Kerr e Charlie Burchill (unici rimasti del nucleo originale) a celebrante anche il 40° anniversario della band, che sale sul palco alle 21.34 per due ore piene ed intense senza sosta e sotto la pioggia.
Sullo sfondo dodici pannelli luminosi a comporre uno schermo luminoso per spettacolari proiezioni colorate che riportano agli show televisivi degli anni ’80 (per non parlare delle tastiere a tracolla degnamente appartenenti a quegli anni lì ed erano anni che non se ne vedevano in giro), e davanti, assieme ai due storici membri originari, sul palco salgono altri cinque elementi della band con una notevole quanto insolita elevata quota rosa data la presenza di tre ottime musiciste alle tastiere, alla batteria e ai cori.
Diciotto i brani in scaletta (numero che ritorna in ballo, sarà un caso?), un’attenta selezione del meglio della loro carriera.
Si apre con The signal of the noise tratta da questo nuovo lavoro che li sta portando in tour (altri brani dello stesso disco saranno in ordine di esecuzione Sense of discovery, e Walk between worlds che dà il nome al disco), Mandela day (da Street fighting years del 1989), She is a river (da Good news from the next world del 1995), e uno dei pezzi immancabili come Someone somewhere in summertime del 1982 da New Gold Dream, e questo solo per citarne alcuni.
Chiusura da fuochi d’artificio con l’esecuzione filata di New Gold Dream, Don’t you (forget about me), Alive and kicking e Sanctify yourself.
Saluti finali sotto una battente pioggia…di entusiasmo del pubblico.

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Foto di Simone Di Luca

SESTO AL REGHENA (PN) – Non era mica scontato che i Mogwai potessero suonare dalle nostre parti.
Ci vorrà un bel po’ di tempo per poterli rivedere in zona se mai accadrà di nuovo. Chi non ha colto l’occasione per questo concerto di Sesto al Reghena, ha davvero sciupato una buona occasione.
Bisogna stare attenti al programma che offre il Sexto‘Nplugged (Associazione Culturale Sexto), ogni anno diverso e ogni anno con nomi interessanti.
Ininterrottamente, per un centinaio di minuti circa, il Piazzale del Castello si è riempito di manti musicali alternati a solide muraglie sonore dove cozzare improvvisamente dopo che i primi evocavano lontani e delicati paesaggi autunnali riscaldati da un tiepido sole basso.
Tutto questo succedeva lunedì 9 luglio ad opera degli scozzesi Mogwai, uno dei nomi più rappresentativi e longevi della scena Post Rock.
Stiamo parlando di una delle prime band che possono venir in mente quando si tira in ballo questo argomento e sicuramente tra quelli a cui è doveroso riconoscere il merito di aver sdoganato questo genere.

Non per nulla trovano spazio pure loro nel libro Post Rock e oltre, introduzione alle musiche del 2000 (aut. Cilia e Bianchi, ed. Giunti), un interessante libro dedicato a questo genere e che in quasi due centinaia di pagine riassume e incuriosisce per questo mondo musicale.
Tredici i brani previsti in scaletta, compreso l’encore. Una selezione di quanto prodotto in ventitré anni di attività durante i quali sono stati realizzati due live, ben quattro colonne sonore e dieci dischi in studio, tra i quali l’ultimo Every country’s sun del settembre 2017 e dal quale sono state eseguite alcune tracce durante la serata.
La nebbiosa atmosfera creatasi sul palco e spinta dalle luci tra il pubblico che cercava di ricomporsi, alla fine stentava a dissolversi.
L’impianto aveva smesso di rombare ma le orecchie fischiavano e i corpi vibravano ancora.
Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste           Foto di Davide Carrer