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di Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste

Nei lodiaframmantani anni ’80 a Firenze succedeva qualcosa di inaspettato e di veramente bello.
Una primavera destinata a lasciare il segno negli anni a venire per quanto riguardava l’arte in generale, anche se il solco più grosso del quale è rimasto il segno riguarda sicuramente la musica.
Diversi i nomi che sino ad oggi sono ancora sulla bocca di tutti, anche se molti dalle correnti artistiche del tempo che fu hanno cambiato strada e si sono accasati verso poltrone ben più remunerative.
Tutto questo è stato raccontato in un bellissimo libro del 2003 da titolo Frequenze Fiorentine-Firenze anni ’80, scritto da Bruno Casini.
Molto interessante anche il cd con libretto dal titolo Firenze Sogna! del 1993, forse non facile ormai da recuperare.
Da questa mischia sono venuti fuori i Diaframma, band nata come tutte le altre a seguito dell’arrivo delle varie ondate musicali dal Regno Unito o da oltre Oceano, ma poi evolutasi con un’identità propria ancora oggi presente e contraddistinta dai testi delle varie canzoni.Guidati dallo storico Federico Fiumani (voce, chitarra, autore delle liriche e unico elemento rimasto dalla prima ora), i Diaframma vantano una discografia molto ampia dalla quale spicca il disco di debutto Siberia, ancora oggi considerato come uno dei migliori dischi della musica italiana.
Chiaramente a tanti anni di distanza per diversi e ovvi motivi non è più la stessa cosa e questo lo sappiamo tutti, ma ne è valsa la pena riempire il Teatro Miela per questo concerto della durata di due ore e conclusosi con ben tre brani fuori programma.
La storica Amsterdam, Diamante grezzo, Mi sento un mostro, La mia ragazza dorme la domenica mattina e Ultimo boulevard sono solo alcuni dei brani eseguiti durante la serata che per stessa ammissione di stanchezza del frontman dal palco, ha leggermente calato d’intensità per poi recuperare notevolmente alla fine con alcuni tributi come La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De Andrè e See no Evil dei Television.
Dopo il bellissimo concerto dei Tuxedomoon dello scorso novembre, ecco un ulteriore perla ritornare in città a ben sette anni di distanza dall’ultima esibizione che allora si svolse in un club.
Quella volta sulle note finali del set, Fiumani salutò il pubblico dicendo “Siamo solo uno dei tanti gruppi Rock in circolazione. Mi dispiace di avervi deluso.”
Ma nessuno avrà mai pensato questo. E lui lo sa.

Loreena McKennitt al Politeama Rossetti

foto di Fabrizio Caperchi

di Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
I tour unplugged, con sezioni di archi o in formazione ridotta, ultimamente sanno essere delle formule un po’ troppo adoperate pur di richiamare pubblico, e rischiano di offrire esibizioni insipide, svilite e di conseguenza senza senso.
Fortunatamente nel nostro caso la matrice musicale e tradizionale consentono un ritorno alle origini senza correre troppi rischi.
Nel corso della sua parabola artistica lunga ben trentadue anni Loreena McKennitt è partita dalla musica tradizionale irlandese per poi metterci dentro un po’ di rock e tanto sapore orientale, fino ad un ritorno da dove era partita.
Ci aveva abituati a lunghi viaggi in terre lontane raccontando di personaggi mitici o semplicemente facendoci immaginare sulle note delle sue composizioni, gli itinerari dei suoi viaggi.
Ogni disco una nuova avventura, ogni tour una vera esperienza dove un’autentica orchestra fondeva e diffondeva sonorità da sogno. Questa volta però la dimensione è stata rivista e per poter dare vita a questo tour dal titolo Loreena McKennitt – A trio performance (portato a Trieste al Teatro Rossetti da Barley Arts e Zenit srl), si è deciso per uno spettacolo contenuto che allo stesso tempo ha creato un’atmosfera coinvolgente per un pubblico a dir poco caloroso ed entusiasta.

Loreena McKennitt al Politeama Rossetti © Fabrizio Caperchi Photography / La Nouvelle Vague Magazine

foto di Fabrizio Caperchi

Per poter fare questo Loreena McKennitt ha sapientemente rovistato nel baule delle sue composizioni e riproposto ventuno brani divisi in due set per un totale di due ore e mezza circa di spettacolo. Lei, al pianoforte ed arpa celtica oltre che alla splendida voce ancora in piena forma, ha scelto di tuffarsi in questa nuova avventura assieme a due dei suoi fidati collaboratori da oltre vent’anni: Caroline Lavelle al violoncello, organetto, flauto e voce, e Brian Hughes all’oud, bouzouki, chitarre acustiche ed elettriche, dalle quali ha magistralmente tirato fuori suoni decisamente necessari per atmosfere epiche indispensabili a questa serata, lasciandosi andare in modo adeguatamente contenuto negli assoli di The Bonny Swans e Stolen child.
L’assenza delle percussioni ha obbligato l’esclusione dalla setlist di brani come Huron ‘Beltane’ Fire Dance, Marco Polo e The gates of Instanbul, non sono mancati invece All souls night, The dark night of the soul, Dante’s prayer e The mummer’s dance.
Una standing ovation da teatro esaurito, proseguita il giorno successivo sui social tra foto del dopo concerto assieme all’eroina canadese e commenti del tipo “Serata indimenticabile! Da tenere buona per i momenti difficili”.
Non era la prima volta che la McKennitt suonava in Regione, l’ultima sua apparizione è stata nel 2008, il suo unico concerto a Trieste nel 1998 alla Sala Tripcovich. Speriamo di non dover aspettate tanto altro tempo per il suo prossimo passaggio qui da noi.

di Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste

Art Garfunkel TriesteChi si sarebbe mai aspettato il leggendario Art Garfunkel in concerto a Trieste?
Probabilmente nessuno, e che non si trattasse di uno scherzo lo si era capito sin da subito lo scorso autunno quando la notizia era stata divulgata.
Un piacevole fulmine a ciel sereno che ha colto di sorpresa e allo stesso tempo fatto scatenare un’insolita impazienza per l’evento.
Un tour europeo arrivato in Italia per quattro date partite proprio da Trieste, città, a quanto sembra, già conosciuta dall’artista per il legame storico e letterale con Joyce, del quale Garfunkel, divoratore di libri, è un estimatore.
Veniamo all’aspetto musicale della serata, un evento più unico che raro il cui profumo di leggenda rimarrà nell’aria per un bel po’.
Più di qualcuno si sarà accomodato in sala chiedendosi quanto sarebbe stato capace di fare ancora con la sua voce a settantacinque anni Arthur Ira Garfunkel, soprattutto dopo i problemi vocali che alcuni anni fa lo avevano costretto ad una pausa, ma sin dalle prime note ogni dubbio o timore sono stati scacciati.Ovviamente non si stava ad ascoltare la stessa ed inalterata voce che tutti conosciamo, ma certamente era di gran lunga meglio conservata ed adoperata rispetto quella di tanti altri colleghi, anche più giovani, che purtroppo fanno rimpiangere i fasti di un tempo, lasciando l’amaro in bocca e la domanda “ma perchè lo hai fatto?”.
No, questa volta non è andata così, e per i due set da ottanta minuti, da solo con la sua voce, Garfunkel ha dato prova di grande abilità, accompagnato dalle splendide note suonate da Tab Laven (chitarra acustica) e Cliff Carter (tastiere e pianoforte).
Intimo, delicato e raffinato, come da programma lo show svoltosi al Teatro Rossetti di Trieste, arrivato in città grazie a Show Bees e D’Alessandro & Galli, ha proposto in scaletta brani scelti come omaggio ad autori quali Randy Newman e George Gershwin, e ovviamente cavalli di battaglia del connubio Simon & Garfunkel come The Boxer, secondo titolo in scaletta, l’attesa ed immancabile The sound of silence e Bridge over troubled water, eseguita in chiusura di serata.
Saluti finali e congedo dal pubblico con semplice ma caloroso good night Trieste.
Sarebbe stato davvero un peccato non esserci stati.

di Franz DJ per Salto nel buio (Radio City Trieste)

kimballBOBBY KIMBALL ex cantante dei TOTO dal 1977 al 1984 e dal 1998 al 2008

F: Hai iniziato a suonare il piano a 5 anni e ad 8 anni facevi parte di una band…già a quella tenera età sapevi che suonare, comporre ed esibirti dal vivo sarebbe stata la tua vita?
B: Le tue informazioni sono giuste Francesco. Ho difatti iniziato a suonare il piano, e a comporre canzoni, quando avevo solo 5 anni. Poi ho messo su la mia prima band quando ne avevo 8 e da quel momento ho fatto sempre parte di più di una band contemporaneamente. Ho fatto tanti concerti da giovane ed è da quando avevo 18 anni che giro il mondo facendone a tonnellate.
Suonare, comporre e esibirmi dal vivo è stata la cosa più fantastica da fare per tutta la mia vita. Mi piace vedere la gente che si diverte ai concerti ed apprezza la mia musica. E’ la cosa più bella per me!
F: Crescere in Louisiana ti ha dato molte opportunità per esibirti dal vivo giusto?
B: Esatto. Ho suonato con alcuni dei più bravi musicisti del pianeta in Louisiana. Facevo parte di circa 10 band contemporaneamente quando vivevo lì. Una delle più divertenti esperienze l’ho avuta suonando in una band che si chiamava “Machine”. Vivevamo a New Orleans da circa 3 anni e ci esibivamo ogni sera in un grande club che si trovava in Bourbon Street. Era divertentissimo per me!
Prima di far parte dei “Machine”, dai 15 ai 21 anni, cantavo anche in una band chiamata “The Blues Kings”. La band aveva una sezione fiati di 5 elementi ed era fantastica! Suonavamo in club enormi che potevano contenere fino ad 8000 persone e si trovavano a soli 6 km da casa mia (Vinton – Louisiana) che si trova proprio al confine col Texas. Quei club erano davvero grandi e ce n’erano davvero tanti così. Il fatto è che in Texas per poter bere alcolici dovevi aver 21 anni mentre in Louisiana te ne bastavano 18. Così nel weekend tanta gente veniva in quei locali per poter bere liberamente.Mi son sempre divertito tanto cantando assieme a così tanti musicisti quando vivevo in Louisiana.

F: Raccontaci di quando lasciasti la Louisiana per cantare in una band chiamata “Three Dog Night”…è stata una decisione che ti ha cambiato la vita?
B: Stavo cantando in una band chiamata “The Levee Band” da 3 anni quando ricevetti una telefonata da un mio caro amico, con cui avevo militato in 2 band tempo addietro, Jon Smith (un bravo sassofonista) in cui mi diceva che il cantante dei “The Three Dog Night” aveva appena lasciato la band e che gli altri 3 membri della band avevano deciso di formare una nuova band.
Quindi nel 1974 lasciai la Louisiana per trasferirmi a Los Angeles e diventare il cantante della neo formata band dei “S.S. Fools”.Incidemmo un solo album e rimasi con loro per 15 mesi divertendomi parecchio.
Dopo l’esperienza con loro militai in altre 6 band contemporaneamente nell’arco di 4 mesi sempre a L.A. Dopodiché ricevetti una telefonata da Jeff Porcaro e David Paich che mi chiesero di unirmi a loro e diventare il cantante della band che stavano formando che si sarebbe chiamata “Toto”.
Di Jeff Porcaro e David Paich sapevo che erano due tra i migliori musicisti che avessi mai sentito così dissi loro che ero entusiasta nel far parte della band.Tu mi hai chiesto se la decisione di lasciare la Louisiana sia stata una scelta che mi ha cambiato la vita…ed in effetti lo è stata. Mi è piaciuto molto far parte sia dei “The Levee Band” che dei “S.S.Fools”.

F: Parliamo dei Toto…sul disco d’esordio (dall’omonimo titolo “Toto” 1978) solo due canzoni, “You Are The Flower” e “Takin’ It Back”, non furono scritte da David Paich. Sai se gli altri membri della band avessero scritto delle canzoni che però poi non furono registrate?
B: Tutti i membri dei Toto erano dei grandi compositori. Non sono però sicuro se però avessero pronte delle canzoni da inserire nel nostro primo disco. Io scrissi “You Are The Flower” ed il testo parla di mia figlia. I Toto la registrarono la sera dopo che l’avevo scritta.Steve Porcaro scrisse invece “Takin It Back” e David Paich scrisse il resto delle canzoni del disco. Amai incidere il nostro primo disco e rimasi con la band fino a “Toto 4” (1982). Iniziai a cantare 4 canzoni del successivo album (“Isolation” 1984) quando lasciai la band.

F: Anche se il disco d’esordio dei Toto ebbe ottime recensioni ed un buon successo commerciale fu solo con “Toto 4” che la band ottenne il meritato successo. Ci puoi raccontare il periodo prima dell’uscita di quel disco e se la band pensava non sarebbe mai arrivato l’album della svolta?
B: Sebbene nel secondo e terzo disco dei Toto (“Hydra” 1979 – “Turn Back” 1980) ci fossero delle belle canzoni non vendettero molto a dire il vero. Ci furono poi dei cambiamenti all’interno della nostra etichetta discografica che di sicuro non ci aiutarono in quel senso.Dopo di che iniziammo a registrare “Toto 4” e sapevamo di dover scrivere le migliori canzoni possibili. Mi piacevano quelle canzoni. Ero così eccitato per le 8 nominations ai Grammy Awards che ricevemmo per “Toto 4”. E ne vincemmo 6 di Grammy (1983).

F: Oltre ai Toto hai partecipato alla registrazioni di tanti altri artisti…qual’è stata l’esperienza più bella o cantante/gruppo con cui ti sei trovato meglio nel collaborare?
B: Ho registrato la maggior parte dei cori sul disco “Single” (1978) di Bill Champlin, che è stato per 28 anni nella band dei Chicago (come tastierista/cantante e compositore), e da allora siamo ottimi amici. E’ davvero bello lavorare assieme a Bill e facciamo ancora tanti concerti assieme.

F: Parliamo ora dei tuoi dischi come solista. “Rise Up” (1996), il tuo primo disco, è principalmente un disco AOR (adult oriented rock)…alcune delle canzoni poi hanno fatto parte anche del primo album degli Unruly Child..com’è stato collaborare con Bruce Gowdy e Marcie Free (chitarrista e cantante degli Unruly Child)?
B: Sono dei musicisti bravissimi e le canzoni mi piacevano un sacco. E’ stato davvero divertente incidere quel disco. Gowdy e Free sono fantastici nel business musicale.

F: “All I Ever Needed” (2000) è molto diverso da “Rise Up”…innanzitutto tutte le canzoni sono state scritte da te e John Zaika ed è più un rock che si unisce al rhythm and blues…che è uno stile che ti si addice di più come interprete…sei d’accordo?
B: Sono d’accordo con te. John scrisse la musica ed io i testi e la melodia per le canzoni. E’ stato bello registrare quel disco e mi piacevano molto quelle canzoni. Poi c’erano davvero dei grandi musicisti su quel disco (Buzz Feiten, Brian Bromberg, Mickey Thomas…per citarne alcuni).

F: “We’re Not In Kansas Anymore” (2016) il tuo nuovo disco…raccontaci un po’ di questo nuovo progetto…ha sicuramente un sound moderno secondo me..
B: Questo disco mi sembra uno dei migliori a cui io abbia partecipato. E’ stato così divertente scrivere, registrare e partecipare alle diverse fasi di questo progetto. Lo ascolto diverse volte al giorno e mi fa stare davvero a meraviglia. Sta anche vendendo parecchie copie in questo periodo e l’etichetta discografica sta prendendo accordi con le radio per far sentire il singolo presto. Lo amo.

F: Parlando della tua voce…quant’è difficile cantare su quelle tonalità alte per lunghi tours come quelli che facevi con i Toto? Come te ne prendi cura? Fai molto esercizio?
B: In realtà mi diverto più oggi a cantare che in passato anche perché sono andato da uno specialista a Munster (Germania) che grazie ad un’operazione alle corde vocali mi ha permesso di raggiungere note più alte rispetto a quanto riuscivo prima.

F: C’è qualche possibilità che tu ti riunisca ai Toto per il loro 40esimo anniversario il prossimo anno (1977 anno di formazione della band)? Magari dividendo il palco con l’attuale cantante Joseph Williams?
B: Mi piacerebbe farlo ma dubito me lo chiederanno. Ci sono stati diversi problemi tra me ed il resto della band ma mi piacerebbe ancora cantare quelle canzoni e farlo assieme a Joseph. Tra l’altro io e Joseph siamo amici ed abbiamo collaborato in almeno 5 dischi negli anni prima che lui entrasse a far parte dei Toto.

F: Sul tuo sito web (www.bobbykimball.com) c’è una bella iniziativa chiamata “Singers corners”…come ti è venuta questa bella idea e perché?
B: Ho sempre voluto dare l’opportunità a nuovi cantanti di far sentire la loro voce a più persone possibile e gli ho dato un modo per farlo. Se poi avessero bisogno di qualche consiglio possono sempre chiedermi qualsiasi cosa ed io cercherò di far del mio meglio per aiutarli. Ho semplicemente pensato fosse una buona idea quella di cercare di aiutare dei giovani talenti di farsi conoscere e di ricevere un aiuto se ce ne fosse bisogno.

F: Se non avessi avuto una carriera nel mondo della musica che cosa ti sarebbe piaciuto fare? So che hai frequentato per 5 anni un corso di medicina all’università..
B: Ho frequentato in effetti un corso propedeutico allo studio della medicina per 5 anni all’università e nello stesso periodo ho lavorato come tecnico di laboratorio. Comunque durante quegli anni continuavo a far concerti almeno 4 notti alla settimana. Purtroppo i due dottori che gestivano l’ospedale dove lavoravo ebbero dei problemi. Uno fu arrestato e condannato a 20 anni per frode riguardante finti rimborsi per incidenti d’auto mai avvenuti e l’altro si suicidò poco dopo questi fatti. Questo mi spinse ad orientarmi solamente sulla carriera musicale.

F: Grazie Bobby per la tua cortesia ed il tempo che hai dedicato a questa intervista. Ho visto tanti concerti dei Toto nel corso degli anni ed ho ancora bei ricordi di due concerti che vidi a Padova (2003) e Verona (1999) quando facevi parte della band.
B: Sono molto contento che ti sia piaciuto vedermi cantare nei Toto ed anche a me piaceva cantare con loro. Mi sto ancora divertendo a far tanti concerti tutt’oggi. E mi piacerebbe potessi vedermi con la “Tom Pfeiffer Band” (band tedesca)..è una tra le migliori band con cui io mi sia mai esibito dal vivo. So di sicuro che ti piacerebbero. Spero di poterti presto incontrare in Italia perché ho sempre amato venire qui da voi (uno dei mie posti preferiti al mondo). Grazie a te per questa bella intervista.

Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste

Daltuxedomoon-largela metà degli anni ’70 sino ai primi anni ’80 diverse forme d’arte si sono incontrate dando vita ad un movimento artistico che prende il nome di New Wave, termine con il quale erroneamente il più delle volte si identifica in modo banale soltanto un genere musicale.
I percorsi artistici da quella volta sono cambiati oppure maturati, molti di quei musicisti che all’epoca sono saliti sull’onda hanno virato verso sonorità pop mentre altri son rimasti sì nell’ambito ma decisamente diretti verso lidi ben più commerciali rispetto agli inizi.
I Tuxedomoon mantengono ancora la loro anima d’origine a quasi quarant’anni di distanza proseguendo sulla medesima strada che nel 1979 assieme ai Chrome, agli MX80 Sound e ai Residents li vedeva comporre il così detto quadrato di San Francisco, presentato al mondo con l’antologia Subterranean Modern e pubblicata dall’etichetta Ralph Records degli stessi Residents in risposta alla produzione No New York di Brian Eno dell’anno prima per svelare la scena musicale della Grande Mela.Musica di ricerca diretta o proveniente da diverse direzioni, colonne sonore e persino musiche per balletto di Maurice Bejart, fanno dei Tuxedomoon uno dei nomi per eccellenza della New Wave.
Spesso presenti in Italia durante la loro carriera, in molti al concerto del Teatro Miela se li ricordavano nella loro unica esibizione regionale datata 26 marzo 1988 al Palacongressi di Grado.
Lo spettacolo triestino è partito con l’esecuzione per intero del debutto discografico del 1980 Half mute, per il quale alcuni cultori a fine serata asseriscono che il suono poco amalgamato deve essere stato scelto proprio per rimanere fedeli al disco, motivo per il quale si suppone alcuni brani dati per scontati siano rimasti fuori dalla setlist.
Si è poi proseguito con East e Jinx del 1981 estratti da Desire, e continuato con Time to loose fino alla più recente Mucho colores del 2007, brano ammaliante dove desertiche chitarre si intrecciano con melodie metropolitane. Tutto questo accompagnato da suggestivi filmati e immagini, alcune delle quali elaborate al momento.
Ci vorrà un po’ di tempo prima di vedere un altro spettacolo di pari livello.

 

di Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste

nirvana-25-anniversarioQuante cose possono accadere, cambiare o scomparire in un quarto di secolo?
Venticinque anni sono tanti, sono una vita, possono sembrare un’eternità alle volte ma in certe situazioni la complicità che si crea tra ricordi, nostalgia e incredulità della leggenda vissuta sembrano accorciare il tempo.
Veramente in pochi oramai sono all’oscuro del passaggio dei Nirvana a Muggia nel novembre del 1991, e sono in tantissimi, tra quelli che lo sanno, che si mangiano le mani in quanto all’epoca, per svariati motivi, hanno marcato visita quella sera. Inutile piangere sul latte versato, indietro non si torna.
La serata commemorativa che il 16 novembre scorso ha celebrato, nel giorno esatto del venticinquesimo anniversario, lo storico concerto, ha regalato ben più di un concerto tributo, ma un resoconto dell’epoca raccontato, commentato e poi suonato in varie rivisitazioni.
La buona pensata dell’Associazione Trieste is Rock organizzatrice dell’evento, è stata quella di coinvolgere quante più persone avrebbero potuto dire la loro raccontando quanto stava musicalmente accadendo allora qui in zona, di come i Nirvana sono arrivati sino a noi e che cosa è successo in quel passaggio nella nostra provincia, mettendo in chiaro situazioni e diradando false nebbie alimentate dalla leggenda o assolute falsità operate dai soliti immancabili mitomani.Ecco quindi che la prima parte viene affidata alla professionalità di Elisa Russo che dal palco racconta, spiega e intervista l’organizzatore del concerto degli anni ’90, alternando i suoi interventi con le esibizioni di band locali come il duo Beat on Rotten Pilot, che a modo loro, interpretano brani della band americana.
A questo punto la platea è riscaldata a dovere ed è il momento di sferrare il colpo finale. Set unplugged e successivamente elettrico con musica ovviamente di Cobain-Grohl-Novoselic, chiudono la serata dove l’anagrafica riportata sulla carta d’identità non importa e coinvolge tutti, anche quelli che all’epoca nemmeno erano stati messi in progetto dai loro genitori.
Spazio allora a pacifiche invasioni di palco e stage diving, come la foto d’epoca in bianco e nero che girava on line a presentazione della serata.

Roberto Alessio per Radio City Trieste
20161118_221503La vita che si ama….ora più che mai…
Una vecchia canzone degli anni ’30, per lo più cantata in dialetto romanesco, interpretata negli anni da numerosi artisti,  aveva nel testo una strofa semplice e spensierata  “‘Pe fà la vita meno amara me sò comprato ‘sta chitara”.
Per amare la vita, e non solo  a colpi di felicità, oggi, noi ascoltiamo invece Roberto Vecchioni.
È andato in scena, nella piccola arena del Casinò Perla di Nova Gorica, l’ennesimo stupendo concerto del professore della canzone italiana, per circa novanta minuti dedicati al cuore ed all’anima.
Oramai di casa da queste parti, Roberto Vecchioni, in splendida forma,  ha proposto al numeroso pubblico italiano e sloveno alcune tra le sue piu belle canzoni scelte in un repertorio quarantennale ricco di successi.
E la formula di abbinare le canzoni del concerto con alcuni dei temi trattati nel suo ultimo libro “La vita che si ama” , si è rivelata  ancora una volta vincente e convincente, almeno a giudicare dal pathos instauratosi tra il cantante e il suo pubblico durante l’intero spettacolo. Giudicare un concerto di Vecchioni, dopo tutti quelli ai quali abbiamo assistito e recensito negli ultimi anni,  sarebbe superfluo e persino  riduttivo; come il soffermarsi sulla scelta delle canzoni in scaletta che, a discapito di altre altrettanto belle, sono rimaste escluse.
Un concerto di Vecchioni si vive ad occhi chiusi, lasciando aperte le finestre del cuore e dell’anima, per stare meglio, poi, ad occhi aperti.
Un concerto di Vecchioni si vive come una spugna, pronti a impregnarci di quei piccoli grandi insegnamenti della vita che solo un buon papà, come un insegnante,  è in grado di dare.
Un concerto di Vecchioni si vive, e non lo si legge attraverso la recensione di un giornalista o di un fan, seppur appassionato ed attento.
Parole, opere ed emozioni, semplicemente Roberto Vecchioni.

Scaletta del concerto

Canzoni e cicogne
El Bandolero stanco
La mia ragazza
Le mie ragazze
Le rose blu
Figlia
Dentro gli occhi
Due madri
Sogna ragazzo sogna
Mi porterò
Dimentica una cosa al giorno
Chiamami ancora amore
Luci a San Siro
Samarcanda

Commento finale di Roberto Alessio (Radio City Trieste)
20161102_103425Alabarda spaziale: oltre al Festival, alla fine il vincitore è sempre il pubblico.

Si è conclusa domenica 6 novembre la sedicesima edizione del Trieste Science + Fiction, il Festival della Fantascienza andato in scena nel capoluogo giuliano, oramai divenuto centro gravitazionale di uno dei piu affascinanti generi letterari e cinematografici di sempre.
Il bilancio della manifestazione, a giudicare dall’affluenza degli spettatori che abbiamo riscontrato alla sala Tripcovich, è sicuramente molto positivo,  addirittura superiore a quello degli anni precedenti.
Infatti riuscire a riempire una sala di circa 900 posti, per più sere e a più riprese, è sicuramente un’impresa ardua, che solo  la fantascienza, oltre a una buona  organizzatore,  è  in grado di compiere, specialmente in una città come questa,  pigra,  dal risveglio lento e difficile.

Ancora una volta la scelta di raggruppare tre filoni diversi unitamente ai corti e altre manifestazioni collaterali  è stata vincente, soprattutto  per la quantità dell’offerta, anche se non sempre di qualità.
Accanto al genere splatter/zombie, sono state proiettate anche delle pellicole che poco o nulla hanno a che vedere con la fantascienza, ma che alla fine si sono rivelate invece scelte davvero azzeccate. Ci riferiamo, infatti,  a “Creative control”, The open” e Mon Ange” oltre al divertentissimo “Moonwalkers”,  pellicole originali per soggetto e realizzazione.
Per quanto abbiamo potuto vedere alla Sala Tripcovich,  su fantascienza e film di qualità, quest’anno non c’è stato molto da segnalare, sebbene il Festival fosse iniziato con il botto, grazie alla presenza del regista Adam Nimoy, regista di un documentario di rara bellezza sulla vita  del padre Leonard (For the Love of Spock), dell’attrice Terry Farrell, già presente nella serie Star Trek Deep Nine ma, soprattutto, di Rutger Hauer.

Il famoso attore olandese, che tra tanti ruoli  ha interpretato anche il replicante nel film Blade Runner di Ridley Scott, è  stato una vera sorpresa, per disponibilità,  cortesia e umiltà, una  stella luminosa nello spazio  del festival.
Tra gli ospiti, anche il maestro Dario Argento, mentre il premio alla simpatia va sicuramente al regista di The Open, Marc Lahore, apprezzato dal pubblico per foto, selfie e battute scambiate in modo molto amichevole.
Non desideriamo soffermarci, invece,  sui vincitori dei concorsi e dei premi in palio, poiché il vero è unico vincitore, per noi, è stato ancora  lo spettatore! Sempre presente, instancabile, esigente, assai partecipe e persino critico.
Poter giudicare tecnicamente il festival risulterebbe, alla fine, persino fuorviante e sminuente,  soprattutto per quello che è ancora in grado di significare per una piccola città come la nostra.
Lo spettatore – e noi tra questi – è comunque  immerso in una tale vasta gamma di tematiche, effetti speciali e ricordi, persino aspettative,  che si corre il rischio  di giudicare i film proprio  sotto questi filtri,  come accade per quei dejà vu che, ricordati, non possono non suscitare confronti  spesso impietosi e commenti talvolta divertenti.
Bello, brutto, accettabile? Anche se la sensazione è che non ci sia stato nulla, a giudicare dai film che siamo riusciti a vedere, ad aver fatto veramente  la differenza o essere davvero  illuminante  per il “fantadipendente”, non sono mancate comunque  le  pellicole interessanti.
I migliori tra quelli visti, a nostro  giudizio, sono appunto  il  tecnologico “Creative control”, The open” e Mon Ange”, davvero delicati e originali, oltre al divertentissimo “Moonwalkers”, ai margini della fantascienza, come del resto “Monolith”, una produzione italiana di tutto rispetto.
Tra i peggiori? A nostro parere  il vincitore “Embers” e sì,  il fantascientifico “Approaching the unknown”, mentre un pò scontati sono apparsi “Morgan” e ” I’m not a serial killer”. Poteva essere meglio ? “The Rift”.  Il rimpianto? Quel “Sum of Histories ” vincitore del Méliès, che non siamo riusciti a vedere perché non dotati del super potere dell’ubiquita’, ma di cui il pubblico in sala ha parlato un gran bene.
Attenzione, infine, a “Train to Busan” uno zombie movie coreano ad alta velocità,  comunque godibile.
In definitiva la manifestazione proposta a Trieste, con pieno successo lo ribadiamo, a detta degli appassionati ed incontentabili, ha l’unica pecca di essere troppo concentrata nell’arco di pochi giorni, per salti mortali tra sale e numerosi film, la cui scelta spesso è legata alle notizie che girano all’interno o al passaparola, magari a discapito di qualche pellicola meglio riuscita.
Un plauso, infine, agli organizzatori e ai selezionatori delle pellicole che, con la comprensibile fatica legata soprattutto a budget per nulla stellari,  saranno a breve già al lavoro per la preparazione della prossima edizione.
E quindi, mai come quest’anno, come diceva il Sig Spock nella celeberrima saga di Star Trek, “lunga vita e prosperità”, soprattutto per il mantenimento del festival della fantascienza a Trieste, perchè questa importante iniziativa culturale nostrana non debba, un giorno, correre il rischio di disperdersi “come lacrime nella pioggia”.
Alla prossima e grazie!

Visti per voi da Roberto Alessio (Radio City Trieste)

the-riftThe Rift di Dejan Zečević
Una produzione serbo coreana, con qualche spunto interessante, che promette ma non mantiene.
Un satellite si schianta in Serbia ed una squadra di agenti viene inviata alla ricerca dei rottami.
Sul luogo nessuna traccia del satellite, solo un astronauta scomparso sulla luna 35 anni prima.
Un film  thriller fantascientifico dai buoni intenti  che cerca di giocare con lo spazio e con il tempo ma che, alla fine,  si perde proprio nello  spazio e nel tempo del dejà vu e della confusione splatter.

monolithMonolith  di Ivan Silvestrini
Dramma della disperazione di una madre che, in pieno deserto americano,  lascia chiuso  per errore nella propria autovettura il figlioletto di pochi anni.
L’auto è la nuova Monolith, una vettura intelligente, sofisticata e impenetrabile dall’esterno. Quando la tecnologia non sempre è  al servizio dell’uomo.
Molta scienza e poca fantascienza. Coraggioso. Un potenziale realizzato.

spockSeguito per voi da Roberto Alessio (Radio City Trieste)

Conferenza stampa del regista Adam Nimoy, figlio del celeberrimo Leonard, e dell’attrice Terry Farrell, nota per aver impersonato il ruolo di Jadzia Dax dal 1993 al 1998 nella serie televisiva di fantascienza Star Trek,  Deep Space Nine
L’incontro,  dai toni pacati ma soprattutto delicati ed emozionanti perché legati al l’intimità familiare,  ha ripercorso le motivazioni che hanno spinto Adam a raccontare la storia del padre Leonard, dando vita ad un documentario di rara bellezza.
Come il regista ha più volte sottolineato, attraverso il racconto di amici,  fans e colleghi di Leonard, è emerso un uomo che ha messo passione in tutte le cose della sua vita, nel lavoro  come nella famiglia.
Attraverso il triplice rapporto Adam – Leonard – Spock, il regista ha raccontato di sé,  del suo ruolo di figlio, della difficoltà di esserlo, e di come la realizzazione del  documentario, alla fine, sia stata una sorta di percorso terapeutico.
Persona semplice, affabile e anche un pò schiva ai complimenti, Adam non si è sottratto a rispondere, come già accaduto nella serata precedente,  sui motivi della conflittualità con il padre.
Anche noi di RadioCityTrieste, per il Sottomarino Giallo radio show, siamo riusciti a porgli una domanda.

RCT: ho sempre pensato che Star Trek stia alla fantascienza come i Beatles alla  musica, qualcosa di grande ancora oggi.
Ci sono stati registi famosi che hanno realizzato documentari sui Beatles – Martin Scorsese e Ron Howard –  che non hanno trasmesso  la stessa passione che ritroviamo nel suo documentario con il quale ci ha fatto rivivere il tempo passato, da  piccoli con i  nostri  padri, a guardare alla Tv  questa bellissima serie.
Si rende conto di aver fatto così una sorta di terapia di gruppo ? (Ed io adoro i Beatles).

Adam Nimoy: (sorride divertito, poi accenna “Help me if you can,  i’m feeling  down.. Help ..) Sì, anch’io adoro i Beatles.
Penso che il conflitto che ho descritto sia alla fine generazionale. È vero, una delle cose che mi hanno fatto più  piacere dei commenti su questo documentario, dai fans e dal pubblico che lo ha visto in sala , è stata proprio questa, sentire o leggere il commento “Sai, dopo il tuo documentario, ho chiamato mio padre”.
È stato bello realizzarlo e seguire il mio cambiamento, da quando non parlavo con mio padre a quando, alla fine, ho scoperto che era la persona più importante della mia vita.