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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste – La Laguna Tenerife: 82-76          Parziali: 20-27, 17-10, 18-25, 27-14.     Progressivi: 20-27, 37-37, 55-62, 82-76.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson n.e., Marucci n.e., Cinquepalmi n.e., Deangeli 12, Uthoff 9, Ruzzier 5, Sissoko 8, Candussi 2, Iannuzzi 9, Bannan 6, Ramsey 31. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
La Laguna Tenerife: Fernandez 7, Van Beck 15, Huertas 5, Scrubb 0, Bordon 0, Abromitis 9, Sangare 2, Giedraitis 14, Alderete 4, Guerra 3, Doornekamp 8, Mills 9. Coach: J. Gomez Vidorreta, J. M. Gatti Abat, J. C. Rivero Cabrera.

Arbitri: A. Zurapovic, G. Jacobs, D. Zapolski.

TRIESTE – Trieste si regala una serata di livello europeo e lascia la sua prima BCL a testa alta andando a conquistare una vittoria, la seconda consecutiva in tre giorni al PalaTrieste, frutto di approccio e voglia, forza di volontà e faccia tosta. Ma, soprattutto, di una attenzione difensiva ai limiti delle proprie possibilità, quasi perfetta quando più conta, in quel momento in cui l’ininfluenza del risultato viene spazzata via dall’evidenza che, a questi livelli, nessuno ci sta a perdere, nemmeno chi sa che comunque vada arriverà prima nel girone (con fattore campo a favore nei quarti di finale).
Neanche il tempo di constatare con sollievo la presenza effettiva di Josh Bannan, seppur avanti di 10 fusi orari, e notare con rassegnazione il parterre de roi in borghese accanto alla panchina ancora una volta composto da Ross, Brown, Brooks e Moretti, che un’altra tegola pare abbattersi su una situazione medica che farebbe quasi ridere se non fosse così realisticamente drammatica: contro Tenerife agli infortunati si aggiunge Juan Toscano Anderson che, seppur in tenuta da gara, non svolge nemmeno il riscaldamento e si avvolge una fascia medica attorno alla vita.
Probabilmente non si tratta di nulla di grave per JTA, reduce forse dalla miglior partita stagionale contro Trento appena tre giorni fa, tenuto a riposo precauzionale a fini conservativi in vista dell’importantissimo rush finale in campionato. Ma ovviamente, sulle sue reali condizioni fisiche rimarrà il mistero.
Resta il fatto che a rimanere ai box sono cinque giocatori che potrebbero costituire il quintetto base di metà delle squadre di LBA.
Ce ne sarebbe in abbondanza, dunque, per prevedere una partita segnata in partenza, controllata dagli espertissimi avversari spagnoli giunti a Trieste anche per testare l’inserimento del prestigioso nuovo innesto Patty Mills ma anche per far valere, quando necessario, la propria superiorità fisica e tecnica.
Ed invece, la nuova Trieste targata coach Taccetti non ne vuole sapere di fungere da vittima sacrificale.
E’ una Trieste operaia, che ha come unica possibilità quella di giocare una pallacanestro semplice e razionale, senza fronzoli, con poco spazio allo spettacolo e tanti minuti sul parquet elargiti a giocatori che nel resto della stagione avevano recitato perlopiù il ruolo del comprimari di complemento.
Il vero spettacolo, del resto, quello che il pubblico adora, quello in cui la gente si identifica, quello che permette di far rifiorire la comunione fra squadra e tifosi dopo mesi di vicendevole studio a distanza, quando non di separazione in casa, consiste piuttosto nell’atteggiamento arrembante, nella incrollabile determinazione nel rifiutarsi sistematicamente di arrendersi, nella capacità di reazione ad ogni tentativo di fuga nel punteggio di una squadra ospite.
Ogni volta che Tenerife alza i colpi in difesa mandando in tilt l’attacco triestino prendendosi due o tre possessi di vantaggio, anche nel terzo ed in parte nel quarto quarto con il valore di ogni possesso in progressivo incremento, vede quasi subito vanificati i propri sforzi dagli sprazzi di trance agonistica in cui cadono a rotazione tutti i giocatori triestini.
Uthoff prende per mano la squadra nel primo tempo con la specialità della casa, il tiro dal pettine cadendo indietro.
Deangeli rimane in campo molto più di quanto i pezzi del suo setto nasale consiglierebbero, ma difende sempre piegato sulle gambe, colpisce da tre, penetra, completa un and one nel finale. Il capitano, senza nemmeno considerare il suo spirito di sacrificio (che già sarebbe sufficiente), si sta ritagliando una credibilità ad alti livelli che gli dona -se ce ne fosse ancora bisogno- il pieno diritto di cittadinanza in Serie A.
Iannuzzi, dal canto suo, sembra un veterano: avesse avuto la possibilità di maturare progressivamente durante la stagione, ora il coach si troverebbe nel roster un giocatore oggettivamente pronto per poter dare minuti di grandissima sostanza anche in momenti decisivi degli incontri. Caratteristica che già così non manca ad un ragazzo di una sfrontatezza e di una personalità non comuni: quando è libero non si tira indietro nel concludere da fuori, però è capace di andare al ferro in modo credibile, è sicuro dalla linea del tiro libero, va anche a schiacciare in contropiede.
E poi difende come un indemoniato, senza risparmiare energie: vederlo piegato in due con le mani sulle ginocchia ad attendere il play avversario cercando di rifiatare, sfinito dopo essere rientrato dall’ennesima scorribanda in attacco, fa comprendere come il campione europeo Under 20 possa diventare un’arma fondamentale in un finale di stagione durante il quale gli spot vacanti fra gli italiani rimarranno due: ha solo bisogno della fiducia del coach e dell’ambiente.
La standing ovation che ne ha meritatamente accompagnato l’uscita dal campo va certamente in questa direzione.
I lunghi tornano a fare la voce grossa sotto canestro. Sissoko e Candussi sbagliano spesso nel trovarsi a metà strada fra tiratore e ferro quando tentano sortite sul perimetro in difesa, ma soprattutto il centro maliano, a mano a mano che si sente più sicuro sul ginocchio convalescente, riesce sempre più spesso a seguire anche le guardie con una velocità sulle gambe che lo rende credibile in difesa sia vicino che lontano dal canestro.
E poi, con il cambio di attitudine dell’intero roster a rimbalzo, atteggiamento che nelle ultime tre partite ha permesso a Trieste di prevalere nettamente nelle voce statistica sia in attacco che in difesa, Sissoko e Candussi con l’innesto di Bannan tornano ad essere i signori degli anelli.
L’australiano inizia timido e spaesato, poi cresce con il passare dei minuti, di pari passo con l’intesa con i compagni. I numeri ci sono, l’intelligenza cestistica pure. Ball handling di livello, tempismo a rimbalzo da lungo di classe (10 per lui all’esordio). Dovrà affrettare i tempi di inserimento, ma dona soluzioni e possibilità di cui il roster finora era privo.
Squadra operaia in paradiso, dicevamo. Ferocia agonistica in difesa. Resilienza, capacità di reazione. Lo sbocciare di talenti ancora in erba. Tutto vero, ma per vincere manca un tassello fondamentale: il go-to man, l’immarcabile, il centravanti. Quello a cui, gira e rigira, deve finire il pallone fra le mani perché sai che qualcosa di buono ne verrà certamente fuori. Trieste ha a disposizione quell’asso nella manica: Jahmi’us Ramsey anche contro Tenerife aspetta che la partita venga a lui, inizia soft, sbaglia qualche tiro, si “dimentica” che esiste la propria metà campo. Poi, però, esattamente come gli aristocratici avversari, a perdere proprio non ci sta. Mette in piedi un campionario di soluzioni in cui si rivela letteralmente inarrestabile. Infila l’unica bomba su sei tentativi quando più conta nei minuti finali.
I canarini non riescono nemmeno a prendergli la targa quando decide di seminarli in uno contro uno. Ingaggia un duello a distanza con Patty Mills, con l’australiano ex NBA che ne esce stritolato. Ed in più, oltre al trentello in attacco, dimostra che quando vuole può diventare una zecca in difesa.
Giocatore totale, probabilmente già pronto per l’Eurolega, forse anche per qualcosa di più performante. Per il momento è l’arma insostituibile di coach Taccetti.
Già, il coach: agguanta meritatamente in extremis anche la prima vittoria in Europa dopo aver rotto il ghiaccio in campionato.
Ma la sua mano comincia a notarsi non solo nei risultati. Sembra sia riuscito a portare la squadra a sé, sembra che il patto di spogliatoio con i suoi uomini inizi ad essere una regola rispettata da tutti.
E’ già passato troppo tempo da quando è subentrato ad Israel Gonzalez per poter attribuire il cambio di rotta nell’atteggiamento della squadra al consueto rimbalzo psicologico che segue ogni avvicendamento in panchina in ogni sport.
Questa squadra non snaturerà i suoi fondamenti tecnici da qui a due mesi. La sua mano non si noterà in stravolgimenti difensivi o nuovi giochi in attacco, tantomeno in un cambio di filosofia cestistica.
La sua impronta, d’altro canto, è già ora reperibile nell’energia che è capace di trasmettere ai suoi uomini nell’arco dei quaranta minuti.
Empatia, ascolto, unione di intenti. Forse Michael Arcieri, senza saperlo, ha sempre avuto la soluzione in casa….
Intanto, oltre a Trieste, a mangiarsi le mani per una qualificazione che tutto sommato non sarebbe stata impossibile da raggiungere è, a sorpresa, Gran Canaria, che va a perdere clamorosamente di dieci in casa con Nimburk: i cechi si qualificano dunque per i quarti di finale, a testimonianza del livello sorprendente di campionati, di squadre, di scuole e di giocatori sconosciuti fino a pochissimi anni fa.
Per Trieste, buona la prima: superato il girone di qualificazione, vinti i play in in un drammatico triplice confronto, battute sia Gran Canaria che Tenerife, senza scordare la vittoria ad Istanbul contro il Galatasaray.
Sarebbe bello non essere ai titoli di coda anche solo per poterci riprovare l’anno prossimo.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste  84 – Aquila Basket Trento  78          Parziali: 24-21, 21-18, 18-20, 21-19       Progressivi: 24-21, 45-39, 63-59, 84-78.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 21, Martucci n.e., Ross n.e., Cinquepalmi n.e., Deangeli 6, Uthoff 6, Ruzzier 8, Sissoko 3, Candussi 15, Iannuzzi 0, Ramsey 25. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Aquila Basket Trento: Steward 21, Jones 7, Niang 2, Jogela 12, Forray n.e., Airhienbuwa n.e., Mawugbe 4, Aldridge 16, Jakimovski 7, Bayehe 4, Hassan 0, Battle 5.Coach: M. Cancellieri. Assistenti: D. Dusmet, F. Bongi.

Arbitri: M. Rossi, G. Dori, S. Noce.

TRIESTE – Una partita da mille flash, dalle mille suggestioni, dai mille significati. Una partita in cui la Pallacanestro Trieste parte con le spalle al muro, afflitta dagli infortuni e da un ambiente depresso da tutto ciò che è stato detto e scritto in queste settimane, abbattuta da due sconfitte diverse per come sono maturate ma entrambe pesantissime per le conseguenze che hanno generato.
Un allenatore che, al quarto tentativo, è ancora alla ricerca della prima vittoria in carriera da head coach.
Inutile negarlo: alle 20:29 di sabato sera lo scetticismo, se non l’aperto pessimismo, regnava sovrano sulle reali possibilità che mezza Pallacanestro Trieste avrebbe avuto di imporsi su una Trento dal canto suo lanciatissima, con il morale e la consapevolezza a palla dopo la clamorosa quanto meritata vittoria in Eurocup a Venezia di mercoledì scorso.
Una atmosfera irreale al PalaTrieste, creata dal ricordo di Tommaso e Matteo, strappati troppo presto dal destino alla vita ed alla passione per la pallacanestro, ma presenti con lo spirito attraverso i loro genitori, parenti ed amici in tribuna nonostante tutto, presenti perché la passione che condividono con i loro ragazzi può avere un effetto almeno lenitivo per un dolore inimmaginabile.
Una atmosfera per la quale tutto il resto, risultato, difesa, tiri da tre, rimbalzi, classifica, vengono relegati davvero sullo sfondo di serata dai significati ben più profondi.
Ed invece dalla prima palla a due, nonostante tutto, nonostante tutti, la squadra torna improvvisamente ed inaspettatamente ad essere la squadra della gente, quella che piace per l’atteggiamento arrembante e la motivazione, la capacità di reazione e la qualità del gioco, la voglia di tornare a vincere e quella di riconquistare la comunione con i propri tifosi.
Le cassandre che già incidevano l’epitaffio sulla stagione e sulla storia del club, prevedendo spalti vuoti e silenzio di protesta, sono servite: ad occhio gli spettatori sono più dei 5300 dichiarati, i soliti, quelli che fanno del PalaTrieste il secondo -forse oggi il primo- più frequentato in Italia.
5300 che non ne vogliono sapere di arrendersi alle difficoltà, che non arrivano in via Flavia intimiditi dal -36 di Reggio Emilia, che non volano con il pensiero a maggio o giugno. C’è ancora -adesso- un campionato da giocare, ci sono ancora partite da vincere, c’è ancora da mostrare all’Italia intera, quella che vorrebbe scippare a questo estremo lembo di terra la sua creatura illudendosi che altrove possa diventare una gallina dalle uova d’oro, che per farlo bisogna essere dotati del cinismo ed del coraggio dei peggiori rapinatori della storia.
Ed invece, c’è ancora chi quella maglia rossa con i suoi simboli non li considera semplici capi di abbigliamento da indossare di passaggio per una stagione.
C’è chi, come il giovane capitano triestino di questa squadra, pur consapevole di essersi appena procurato una frattura scomposta al setto nasale, rassicura in settimana il suo coach sul fatto che tre giorni dopo sarebbe stato regolarmente in campo a sputare sangue e gettarsi su ogni palla vagante ignorando il dolore e le limitazioni di una maschera rigida a tenergli insieme il viso.
Anche solo per i 26 minuti passati sul parquet contro Trento, indipendentemente dal rendimento, dalle statistiche, dalle percentuali, dalla valutazione (in ogni caso più che lusinghiere) anche solo per questo Lodo Deangeli si meriterebbe una statua davanti al PalaTrieste delle dimensioni di quelle dedicate a Pyongyang al Caro Leader.
Ed invece, c’è una squadra che punisce severamente una Trento troppo sicura di sé, troppo imprudente nel considerare finita la contesa dopo pochi minuti quando, sul +9, pareva avviata ad una fotocopia del disastro in Emilia.
Trieste si mette a difendere in modo convincente e continuo, limando i difetti che si trascinava dietro da inizio stagione.
Nel pitturato va in scena una spettacolare lotta a sportellate che pare un round di wrestling fra Godzilla e il Kraken in un vecchio film giapponese, con il centro maliano di parte triestina che magari non sarà un manuale di tecnica, ma in campo è capace di gettare una cattiveria ed una fisicità che iniziano a demolire ogni certezza ospite assieme alla presunzione di un Mawugbe sempre più nervoso e meno efficace a mano a mano che la partita scivola verso il suo epilogo.
Trento, con il passare dei minuti, vede anzi prima vacillare, poi crollare ogni sua certezza. Ma come? Di fronte non c’è una squadra privata dei suoi uomini migliori, ultima in Serie A per rimbalzi catturati, ultima per rimbalzi offensivi concessi, ultima per palle perse, fra le peggiori in difesa specie quando deve rientrare in transizione?
Una squadra incapace di impedire i pick and roll, disattenta sui tagli dal lato debole, priva di un piano B in attacco quando non riesce a correre o non le entrano i tiri da fuori?
Una squadra, oltretutto, che da subito deve recuperare affannosamente 9 punti, ed alla terza partita in una settimana giocata ruotando di fatto sette giocatori dovrebbe avere più acido lattico nelle gambe che acqua minerale in panchina?
Trieste sarà anche stata quella roba lì più volte, troppe, in questa stagione. Ma non una volta di più.
Evidentemente il patto fra uomini evocato da Francesco Taccetti, di cui si faticava fino a ieri ad individuare le tracce, con la primavera sta iniziando a far sbocciare i suoi primi frutti: Trieste difende mani addosso piegata sulle gambe dall’inizio alla fine, non ripete mai (mai!) due volte lo stesso errore nella sua metà campo.
Intasa il proprio pitturato annullando la presunta superiorità strategica trentina sotto canestro, rende un inferno ogni singola preparazione dei tiri da parte dei letali finalizzatori bianconeri, da Steward a Jones, da Jogela a Aldrige e Battle.
Ognuno di loro deve andarsi a creare spazio e conclusioni di puro talento più che di sistema: e già questa è una vittoria nella vittoria per il coach triestino.
Gli ospiti cadono mani e piedi nella trappola, non riescono a metabolizzare l’inaspettata reazione triestina, non ne interpretano in tempo l’ottima serata in attacco, forse sopravvalutano la propria qualità, quella che alla lunga, come all’andata, avrebbe permesso loro di riaggiustare a piacimento l’entropia dell’universo.
Ma un assioma della fisica vuole che l’entropia dell’universo tenda sempre al caos, e non al volere di giocatori che peccano un po’ di presunzione, e l’universo e le leggi della fisica non possono che premiare chi, in mezzo al caos, almeno per una serata, galleggia a proprio agio.
Nell’ultimo quarto, quando a prevalere sono nervi e cattiveria agonistica più che talento e scelte razionali, Trieste riesce a trovare i guizzi decisivi: cattura tutti i rimbalzi (alla fine vincerà la sfida raccogliendone addirittura 40, dieci più degli avversari), recupera una infinità di palloni, specie dopo averne persi altrettanti in modo scellerato con inerzia e quantità di possessi saldamente in mano.
Segna i tiri liberi decisivi, approfittando della fallosità esasperante in cui si trasforma l’eccessiva pressione difensiva trentina (Trento al quarantesimo conta due usciti per cinque falli e tre giocatori con quattro: aver subito ben 35 tiri liberi tirandone solo 10 ne è la diretta conseguenza).
Trieste ritrova anche l’apporto di giocatori davvero troppo importanti non solo per produzione di punti o per efficienza difensiva, ma anche per doti di leadership in un momento in cui la squadra si ritrova con un coach alla prima esperienza e due leader naturali fermi ai box.
Juan Toscano Anderson, al netto della nefandezza nel finale che sarebbe potuta costare carissima (sul +6 palla in mano a un minuto dalla fine perde palla palleggiandosi sul piede e commette antisportivo per impedire il contropiede: un disastro con conseguenze fortunatamente limitate), si prende la squadra per mano e la trascina con 27 minuti di pura sostanza: 21 punti con ottime percentuali, 8 rimbalzi, 4 assist, 4 palle perse ma 3 recuperate, 4 falli subiti 25 di valutazione ma soprattutto +21 di plus minus a raccontare di quanto la squadra con lui in campo abbia avuto un volto razionale in attacco e concentrato in difesa.
Vale la pena raccontare la sua prestazione perché dopo Reggio Emilia e Praga JTA era forse il giocatore più criticato e maggiormente atteso ad una giravolta completa nel rendimento una volta raggiunta la consapevolezza che un giocatore dalla sua storia e dalla sue capacità non si sarebbe più potuto concedere il lusso di deragliare in modo così pauroso trascinandosi dietro i compagni.
Si potrebbe raccontare dell’ottima prestazione di Francesco Candussi, che quando trova continuità da oltre l’arco è il giocatore in grado di scardinare il pitturato attirando sul perimetro i lunghi avversari.
O della solita produzione in attacco di un Jahmi’us Ramsey che non ti accorgi mai di quanto costante sia nella metà campo offensiva finché non ne vai a scoprire il bottino alla fine.
Il treccioluto texano stavolta aggiunge però anche una dedizione difensiva inedita, e questo lo rende davvero un’arma totale.
Si potrebbe, infine, rimanere spiazzati davanti alla prestazione difensiva attenta e costante di Ruzzier (che piazza pure 7 assist) e di un Jarrod Uthoff d’altro canto più silente del solito in quanto a conclusioni ma glaciale dalla linea del tiro libero quando il pallone pesa come la Luna.
Ma mai come nella partita contro Trento a dover essere raccontata è la prestazione complessiva di ogni quintetto messo in campo. Una squadra che torna a fare la Squadra. Che torna a divertirsi, il cui spirito infiamma i tifosi in un continuo feedback reciproco che rende il PalaTrieste, nuovamente, un luogo di divertimento da cui uscire con energie sufficienti per affrontare con ottimismo la settimana lavorativa.
Specie se si analizzano anche le conseguenze di questa vittoria: Trieste riesce a consolidare il sesto posto solitario, allungando a +4 sulla settima, prendendosi anche la differenza canestri positiva proprio su Trento, ribaltando la rocambolesca sconfitta di due punti patita all’andata.
Si potrebbe, infine, raccontare la serata di Francesco Taccetti: una serata che nasce difficile, in cui il coach probabilmente si accontenterebbe di un bell’atteggiamento della squadra rimanendo però consapevole, dentro di sé, che una vittoria sarebbe stata un miracolo.
Una partita che continua altrettanto difficile, ma nella quale il barlume di una piccola speranza di rompere il ghiaccio in Serie A si fa via via più luminoso.
Una serata in cui rimane senza voce, in cui rimane costantemente in piedi a dare indicazioni, in cui gestisce le rotazioni alla perfezione, in cui riesce a far uscire la squadra dai time out guidandola a fare la cosa giusta al momento giusto.
Una serata conclusa a lanciare il suo urlo di liberazione verso una curva che gli tributa il giusto applauso, innaffiata dalla rituale pioggia di spumante in spogliatoio.
Una liberazione che ci voleva davvero, per ognuno dei 5300 del PalaTrieste e dei 15 in campo.
Di doman non v’è certezza, l’abbiamo capito. Stasera, però, va così.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PUBLIESSE CHIARAVALLE   23    –    PALLAMANO TRIESTE   29       (p.t. 11-13)

PUBLIESSE CHIARAVALLE: Sanchez, Fager 3, D’Benedetto 4, Francelli, Brutti, Hammouda 1, Di Domenico, Capatina 3, Solustri 1, Sampaolo, Cuello 3, Santinelli, Araujo 7, Altomonte 1, Miri. All. Guidotti
PALLAMANO TRIESTE: Garcia, Postogna, Bono 3, Mazzarol, Antonutti, Pernic, Scorzato, Parisato, Lo Duca, Lindström 3, Vanoli, Hubert 13, Bendjilali, Sandrin, Esparon 10. All. Lisica

Arbitri: Simone e Monitillo

CHIARAVALLE – Un ottimo ritorno ai due punti: la Pallamano Trieste 1970 fa sua la sfida in terra marchigiana contro la Publiesse Chiaravalle, vendicando la prova incolore di sabato scorso contro il Conversano.
Un 23-29 fatto da tanti minuti con la testa avanti per gli effettivi di Boris Lisica, abili poi a trovare il break decisivo nel finale.
Trieste si presenta in campo con Garcia tra i pali, Hubert, Esparon e Lindström sulla linea dei terzini, Bendjilali agisce da pivot, in ala la coppia triestina Mazzarol-Parisato. È Lindström a sbloccare il match con una conclusione precisa dai nove metri.
Dopo il pareggio immediato di Cuello, il match entra nel vivo: Hubert realizza dai sette metri e D’Benedetto risponde per i padroni di casa.
È però la doppietta di Esparon a regalare a Trieste il primo strappo importante, portando il punteggio sul 2-4 al 5′.
Sale in cattedra Valerio Sampaolo: le parate dell’estremo difensore rimettono in carreggiata i marchigiani, che grazie alle reti di D’Benedetto e Capatina agguantano il pareggio (4-4) al 7′.
Nonostante il ritorno degli avversari, gli ospiti restano avanti grazie a un eccellente Esparon, trascinatore assoluto con 4 reti che al 12′ valgono il 6-7.
Segue una fase confusa del match: un paio di minuti di digiuno offensivo in cui entrambe le squadre forzano le giocate senza trovare la via del gol.
A rompere l’impasse è ancora il solito Esparon, che dalla distanza firma il 6-8.
Il vantaggio alabardato ha però vita breve: Cuello e una rapida transizione in seconda fase di Capatina ristabiliscono immediatamente le distanze.
Con Trieste che perde il capitano Pernic per un colpo all’occhio, al 16′ il tabellone segna l’8-8.
Uno due Esparon-Lindström, risponde Hammouda per il 9-10 del 22′ sul quale coach Lisica chiama minuto.
Trieste fermata dalla traversa (Lindström) e dal palo (Esparon), Chiaravalle ne approfitta per siglare la parità al 24′ con Sanchez.
Trieste non molla la presa, torna avanti con il gol in doppio appoggio di Hubert poi dopo le ottime parate di Garcia su Araujo, Capatina e Fager, è Lindström a firmare il 10-12. Finale di primo tempo dai sette metri: Araujo accorcia, Hubert a tempo scaduto manda le squadre negli spogliatoi sull’11-13.
Trieste riprende esattamente da dove aveva lasciato: un freddo Hubert trasforma dai sette metri e regala ai giuliani il massimo vantaggio.
Chiaravalle prova a scuotersi con la rete di Araujo per il 12-14, dopo una traversa colpita da Lindström, Trieste si ritrova in inferiorità numerica per l’esclusione di due minuti comminata a Sandrin.
Sale in cattedra Postogna: il portiere biancorosso ipnotizza Sanchez parandogli un rigore.
Nonostante l’uomo in meno Esparon e ancora Hubert colpiscono, portando il punteggio sul 13-16 al 6′ minuto.
Postogna continua a fare la differenza, superandosi con altre due parate decisive sui tiri dai sette metri di Cuello.
Tuttavia, Chiaravalle non molla e, trascinata ancora da un indomabile Araujo, ricuce lo strappo fino al 15-16 intorno al 10′.
Trieste accusa il colpo ma non sbanda. Grazie alle giocate di Bono e alla precisione di Hubert, i biancorossi ritrovano l’allungo: prima sul 16-19 e poi sul 18-20 al 14′ con Lisica che chiama minuto.
Ancora un ottimo Araujo, bravo a riportare sotto i padroni di casa: 20-21 al 19′.
Bono e Cuello, siglano il 21-22 al 21′. È però sempre Esparon l’anima della compagine biancorossa: grazie a un suo recupero e al successivo contropiede, il punteggio sale sul 21-24 al 23′.
In un momento di emergenza, con Permic e Lindstrom fuori per infortunio, Sandrin prima e Hubert poi si ergono a protagonisti difensivi.
Proprio un recupero di Hubert, seguito da una serie di pesanti gol dai nove metri, scava il solco decisivo: il 21-26 al 26′ spiana definitivamente la strada al successo biancorosso. Gli ultimi minuti sono di pura gestione fino al fischio finale.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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Pallacanestro Trieste  
Dolomiti Energia Basket Trento

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

ERA Basketball Nymburk    82     –     Pallacanestro Trieste    76         Parziali: 18-19, 19-23, 17-10, 22-24    Progressivi: 18-19, 37-42, 54-52, 82-76

ERA Basketball Nymburk: Santos-Silva 0, Filipovic 21, Nejezchleb n.e., Svoboda 4, Perkins 14, Bohacik 11, Kriz 4, Shumate 16, Lawrence 5, Rylich 5, Hruban 2.
Coach: O. Amiel. Assistenti: S.H. Grassegger, E. Kotasek.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 6, Martucci n.e., Cinquepalmi n.e., Deangeli 4, Uthoff 17, Ruzzier 10, Sissoko 12, Candussi 6, Iannuzzi 2, Ramsey 19.
Coach: F.Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: M. Kozlovskis, A. Aunkrogers, J. Barkauskas.

PRAGA – Sfuma anche il secondo dei tre obiettivi stagionali della Pallacanestro Trieste: dopo la sconfitta nei quarti di finale di Coppa Italia arriva anche il quarto posto matematico nel girone del Round of 16 di Champions League, con la consolazione che perlomeno, alla prima apparizione nella competizione, già il passaggio del primo turno possa essere di per sé stesso considerato un piazzamento più che onorevole.
Sarebbe servita una vittoria a Praga, terra d’esilio per il Nymburk, per tenere aperto (almeno per un paio d’ore) un piccolo spiraglio di una porta che alla vigilia non era ancora totalmente chiusa.
La conferma delle stesse quattro assenze sofferte a Reggio Emilia aveva oggettivamente reso tale spiraglio poco più di una sottilissima lama di luce, soprattutto dopo l’indecorosa prestazione di tre giorni prima a Reggio Emilia.
Quando poi, nel corso del primo tempo, anche Lodo Deangeli è costretto a tornare negli spogliatoi con il naso sanguinante per rientrare poco dopo indossando una vistosa maschera rigida presagio di frattura al setto, pare che una macumba sia piombata su questa squadra dal momento in cui, un paio di settimane fa, le prime voci da “fine della corsa” abbiano fatto capolino sulle sue spalle.
Il risultato del penultimo atto dell’avventura continentale trasforma l’ultimo, quello di martedì prossimo in casa contro Tenerife, in una prestigiosa esibizione, ultima occasione per poter ammirare una squadra di prima fascia in uno dei campionati più competitivi in Europa.
Ma la sconfitta di Praga, per quanto bruci, per quanto possa essere stata messa in preventivo date le difficoltà, non assomiglia nemmeno lontanamente al tritacarne emiliano.
Contro una squadra al completo, sebbene priva della stella Rice migrato ad Andorra una settimana fa ma con il nuovo innesto Filipovic già a pieno regime, Trieste scende in campo ben decisa a vendere cara la pelle, consapevole che pur con le rotazioni estremamente ridotte rimane comunque dotata di fisicità e talento sufficienti per poter competere alla pari con squadre del livello di Nymburk.
Certo, continua a difendere male specie la transizione difensiva, però regge a rimbalzo e rimane appiccicata ad una partita non certo spettacolare dal punto di vista tecnico ma godibile, dai ritmi elevati, dal punteggio in continua alternanza.
Anzi, nel secondo quarto mette pure con decisione il naso avanti, prendendosi l’inerzia senza però riuscire a dare la spallata che avrebbe messo in un angolo gli avversari ma andando comunque negli spogliatoi a rifiatare con cinque punti di vantaggio.
Spallata che invece arriva, puntuale come l’equinozio di primavera, nel terzo quarto: non c’è spiegazione che tenga, non c’è la giustificazione delle assenze perché è già successo numerose volte a ranghi completi, non c’è null’altro che il consueto, deprimente spettacolo di un terzo quarto trascorso quasi interamente da spettatori, con Nymburk che in tre minuti passa dal -6 al +12.
Ce ne sarebbe in abbondanza per indossare casco e giubbotto antiproiettile: l’imbarcata, come di consueto, è dietro l’angolo.
Una volta battezzata finita la partita, una volta giudicato irrecuperabile il gap, il DNA della Trieste 2025/2026 avrebbe indotto l’ingresso mentale anticipato negli spogliatoi con avversari a scherzare e divertirsi con il pubblico.
Non avviene, però, nulla di tutto questo: gli uomini di Taccetti reagiscono, si ribellano ad una inerzia totalmente nelle mani di avversari in fiducia, riprendono a difendere, tornano a catturare i rimbalzi, specie in difesa, mettono dentro anche qualche canestro consecutivo, pur mantenendo una media da tre ampiamente sotto una sufficienza che possa tenere aperta qualche speranza.
Quando mancano cinque minuti al termine della partita Trieste ricuce praticamente tutto lo svantaggio, e gioca un attacco che potrebbe addirittura consentirle di tornare davanti nel punteggio.
A questo punto è inevitabile che le rotazioni ridotte, che costringono i soliti sette a rimanere sul campo ben oltre quanto sarebbe logico aspettarsi, appesantiscano le gambe e tolgano la lucidità che sarebbe indispensabile per imporsi in trasferta in una partita punto a punto.
La sconfitta arriva inesorabile ed inevitabile, ma la squadra può dire perlomeno di uscire a testa alta dopo aver gettato sul parquet tutto ciò che aveva, fino all’ultima stilla di sudore.
Certo, se alle quattro assenze più un naso rotto in corso d’opera non si fosse aggiunta quella di fatto di un giocatore che ancora oggi, dopo sette mesi dal suo sbarco a Trieste, pensa ancora di poter dominare in Crocs utilizzando il 5% delle qualità che deve aver visto in lui lo scout di Golden Gate (che in caso contrario dovrebbe essere sottoposto a TSO), magari qualche chance di finire l’avventura con un risultato diverso ci sarebbe anche stata.
Juan Toscano Anderson, invece, ripropone, arricchendolo ulteriormente, il campionario di nefandezze che hanno reso il suo esordio in Europa poco più che un’opera buffa: due schiacciate sbagliate (di cui una ad area sgombra con avversari scansati), il solito air ball da tre, un passi in partenza nel finale che gli sarebbe stato fischiato anche all’ All Star Game negli Stati Uniti, sette palle perse, una percentuale al tiro che non raggiunge il 25%.
Stavolta non riesce nemmeno ad arrotondare il bottino nel finale, affossando definitivamente qualunque possibilità di vittoria.
Prestazione incommentabile, nonostante qualche assist e qualche rimbalzo.
Dopo il rientro di Markel Brown e di Colbey Ross (di entrambi si sente pesantemente la mancanza: il primo è il miglior difensore della squadra, il secondo è quello che rende imprevedibile l’attacco dando una alternativa credibile all’esausto Ruzzier) la scelta su chi dovrà cedere il posto al nuovo arrivato australiano pare, al momento, inevitabile.
Da salvare l’ennesima doppia doppia prodotta da un Mady Sissoko progressivamente meno preoccupato di utilizzare l’esplosività delle gambe e dunque tornato su livelli simili al periodo migliore, ed i tanti minuti concessi a Pietro Iannuzzi, ancora evidentemente acerbo a questi livelli, ma che dimostra grande personalità nell’andare a prendersi conclusioni anche da sotto e nel gettarsi generosamente a rimbalzo.
A proposito di rimbalzi, finalmente Trieste regge il confronto, sebbene sia avvantaggiata nel compito dall’uscita per infortunio dopo metà gara di Santos Silva, fin lì dominante con ben 10 rimbalzi all’attivo.
I giuliani ne catturano complessivamente 45, tre più degli avversari, ne concedono anche 16 in attacco, ma ne catturano altrettanti sotto il ferro di Nymburk: anche in questo caso è il nuovo atteggiamento a dare buone sensazioni, con molti giocatori che in stagione rimanevano passivi dopo ogni tiro che oggi si gettano alla ricerca della palla vagante, producendo oltretutto discreto fatturato.
La strada è quella giusta, magari con l’aiuto di un ulteriore lungo come Bannan, che passa per un ottimo rimbalzista, almeno in questo si potrà limare uno spigolo.
La sconfitta, comunque, è resa meno dolorosa dalla consapevolezza che non sarebbe comunque servita per provare ad agguantare la qualificazione per la coda: la vittoria casalinga di Tenerife su Gran Canaria avrebbe in ogni caso cancellato le speranze triestine anche in caso di vittoria a Praga, mantenendo invece accesa una fiammella per Nymburk che adesso si giocherà il tutto per tutto a Gran Canaria la prossima settimana, dove dovrà imporsi di almeno 4 punti.
In caso contrario, si materializzerebbe un risultato clamoroso, con quattro spagnole su otto qualificate ai quarti di finale: con Tenerife, ad oggi, sono infatti già nelle top 8 Malaga e Badalona.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

BRIXEN  33    –    PALLAMANO TRIESTE 1970  36       (primo tempo 20-17)

BRIXEN: Lubinati, Elazhary, Dorschner, Della Vecchia 5, Costa 8, Ceccardi 4, Coppola 9, Mejri, Hopfgartner, Iballi 3, Sader, Declara, Basic 3, Brzic, Muehloegger, Puntainer 1. All. Neuner
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Mazzarol, Antonutti, Pernic 1, Urbaz 4, Parisato, Pauloni 4, Lindström 4, Vanoli 4, Hubert 2, Bendjilali 5, Sandrin, Esparon 12. All. Lisica

Arbitri: Stancu e Pepe

BRESSANONE – Il digiuno di vittorie è finito: la Pallamano Trieste 1970 sbanca Bressanone e si regala due punti di platino dopo un periodo estremamente difficile (33-36).
È ottimo dunque l’esordio in panchina di Boris Lisica in biancorosso, dopo un match di grande equilibrio nella prima parte gara a cui è seguito l’acuto giusto nel secondo tempo da parte dei giuliani, sia in attacco che in difesa.
Hubert e Ceccardi segnano le prime reti della partita per le rispettive squadre, Bendjilali in pivot fa 1-2 al 2’ per Trieste che va poi sul +2 col successivo gol di Esparon (1-3 al 3’), con Garcia a dover accomodarsi in panchina per qualche minuto per un piccolo infortunio alla caviglia, lasciando posto a Postogna che subito disinnesca qualche tiro altoatesino.
Il Brixen arriva comunque al pari al 6’ con Costa, mettendo poi la freccia un minuto dopo in seconda fase con Della Vecchia.
I padroni di casa vivono di contropiedi, ancora con lo stesso Della Vecchia a imbucare il momentaneo 7-5, i biancorossi hanno invece tanto da Esparon per rimanere in scia (ben sei i gol del francese nel primo tempo), Bendjilali ben servito da Lindström pareggia nuovamente i conti sul 9-9.
A metà frazione arriva un piccolo allungo biancoverde con Puntainer e Coppola (13-10), Trieste risale nuovamente nel punteggio con le sue ali: Pauloni e Urbaz fanno 2-0 di break, ma arriva anche il contro-parziale interno di 3-0 Costa per il 16-12 al 22’.
Rientra Garcia tra i pali biancorossi, con alcune parate importanti che non lasciano scappare il Brixen nel punteggio, un paio di gol preziosi di Vanoli e Lindström limitano il passivo sino alla sirena di metà gara (20-17).
Bendjilali trova il -2 in apertura di ripresa su assist di Lindström, il pivot algerino si ripete qualche minuto dopo ancora in pivot per il 21-19, gap che si riduce sulla rasoiata dai nove metri di Esparon al 33’.
La “volante” di Coppola e la risposta di Lindström sull’altro lato del campo consegnano il 22-21 con Trieste che perde Bendjilali per due minuti, ma non la compattezza in attacco: Urbaz fa doppietta per l’ennesimo -1 (24-23 al 37’), rientra Bendjilali ed è parità a quota 25 due minuti più tardi.
Il buon momento biancorosso continua: Postogna si supera tra i pali, Lindström piazza il sorpasso al 40’ ed Esparon dai sette metri mantiene il vantaggio minimo sul 27-28 a un quarto d’ora dalla fine.
Brixen soffre ma riagguanta il pari con Della Vecchia, Vanoli, Urbaz e Hubert la ricacciano subito indietro (29-32 al 50’, timeout biancoverde).
Coppola e Costa fanno ripartire i padroni di casa in attacco, ma l’uno-due di Esparon e Vanoli mantengono il +3 (32-35 a tre dal termine).
La parata di Postogna e il rigore segnato da Esparon chiudono definitivamente i conti con un paio di minuti ancora da giocare: Trieste torna meritatamente alla vittoria.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

EA7 Milano – Pallacanestro Trieste   94 – 86        Parziali: 29-19, 17-30, 22-15, 26-22     Progressivi: 29-19, 46-49, 68-64, 94-86
Pallacanestro Trieste: Toscano Anderson 11, Uthoff 16, Ruzzier 8, Sissoko 6, Candussi 1, Brown 6, Brooks 11, Ramsey 27. All.Taccetti
EA7 Milano: Ellis 7, Bolmaro 8, Brooks 12, Leday 13, Guduric 12, Diop 6, Shields 28, Nebo 8. All.Poeta
Arbitri: Giovannetti, Percivalle, Capotorto

TORINO
– E’ necessaria la miglior Milano possibile, che beneficia del rientro dei lungodegenti Nebo, Bolmaro, Diop, e Tonut per prevalere su una squadra priva di Colbey Ross ma che si rifiuta di arrendersi, ed anzi reagisce ad ogni fiammata avversaria riuscendo a rientrare con caparbietà e forza di volontà, andando al tappeto solo nella parte finale della partita sotto i colpi di Shields, Leday, Nebo, Ellis e Bolmaro.
Poeta è costretto anzi ad asciugare tantissimo le rotazioni, tenendo a lungo in campo i suoi uomini migliori, avendo ragione solo alla distanza ma dimostrando estremo rispetto per una Trieste di cui evidentemente si fida poco.
Del resto era chiaro già alla vigilia, a maggior ragione dopo la rinuncia al playmaker titolare, che anche la miglior Trieste non avrebbe avuto alcuna possibilità di avere la meglio sulla miglior Milano.
Pur disputando una partita perfetta, sarebbe intatti stato necessario un granello di sabbia, qualche momento di down psicologico, una serataccia al tiro, qualche amnesia difensiva di troppo, un po’ di stanchezza fisica e mentale, di cui la miglior Trieste averebbe dovuto essere brava ad approfittare.
Ed invece l’Olimpia sa bene che in partite da dentro o fuori l’approccio deve essere ben diverso da quello di un qualsiasi impegno in campionato: intensità e ferocia agonistica debbono anzi pareggiare quelle messe in campo in Eurolega, solo così sarebbe riuscita a limitare al massimo errori e cali di concentrazione.
Ed infatti l’Olimpia parte in modo durissimo in difesa, approfittando sistematicamente della clamorosa differenza di fisicità di cui dispone in ogni ruolo.
Ciò nonostante, ogni volta che pensa di essere riuscita ad impadronirsi definitivamente dell’inerzia dell’incontro e si illude di poter arrivare alla fine semplicemente controllando i ritmi mettendo in un angolo gli avversari, Trieste rialza la testa -specie in un pirotecnico secondo quarto- e dimostra di poter giocare sostanzialmente alla pari con la titolata contendente: non certo pareggiando i suoi punti di forza, ma esaltando al massimo, piuttosto, le proprie qualità.
Il primo tempo, da questo punto di vista, è da antologia, e si traduce in una partita bellissima da vedere, veloce, con continua alternanza nel punteggio, con una squadra a dominare nel pitturato e sotto il ferro e l’altra a colpire con grandissima continuità e varietà di protagonisti da oltre la linea dei tre punti.
Trieste a metà gara riesce addirittura a mantenere il naso davanti di un possesso, ma è evidente che, continuando ad essere quella di sempre in difesa con difficoltà nel contenere il pick and roll, l’impossibilità per qualunque suo giocatore di arginare nell’uno contro uno Ellis e Bolmaro, le distrazioni difensive di Ramsey soprattutto su Shields, la confusione di Sissoko, la lentezza di Candussi contro la debordante fisicità di Nebo e Diop, e soprattutto la concessione di una quantità di rimbalzi offensivi pari al propri o bottino in difesa (i 19 rimbalzi catturati sotto il ferro triestino -Trieste lì ne cattura solo 18- fruttano seconde, terze, anche quarte chance che alla lunga sono in grado di abbattere qualunque squadra), Trieste non avrebbe avuto alcuna possibilità di portare a casa il passaggio del turno.
Ed infatti accade con ineluttabile puntualità che, quando nell’ultima frazione la lucidità e di conseguenza la precisione da oltre l’arco registrino una fisiologica quanto prevedibile flessione, con Ruzzier e Sissoko ad autostopparsi nei rarissimi tentativi di penetrazione o conclusioni da vicino solo per la presenza intimidatoria di Nebo e Diop sotto il ferro, la luce -e con essa la speranza- si spengano in modo definitivo.
Se poi ci si mettono anche gli arbitri con un bel po’ di fiscalità nell’andare a sanzionare con un fallo tecnico un etereo tentativo di protesta di Markel Brown che, sommato al pignolissimo antisportivo affibiatogli in modo almeno discutibile (anche se meno rispetto alla prima sanzione) costa l a sua espulsione e 5 punti che scrivono l’epitaffio sulla partita, appare evidente come la banda di Taccetti non avrebbe potuto in alcun modo raggiungere Brescia in semifinale.
Beninteso, Milano ci arriva grazie ai suoi grandissimi meriti ed a qualche demerito difensivo triestino, ma non vedere ugualmente sanzionato l’inutile trash talking di Bolmaro che va deridere Jahmi’us Ramsey (27 punti e 25 di valutazione) dopo essere riuscito, per una volta, a stopparlo a partita ormai finita, dà l’esatta misura di una latente sudditanza ben difficile da estirpare dalla testa di ogni arbitro.
Fra i singoli, eccelle come sempre la prestazione offensiva di un giocatore destinato probabilmente a varcare nuovamente l’oceano in direzione opposta, per restarci. Ramsey duella con Shields in quanto a punti segnati, colpendo però con una varietà di soluzioni ancora maggiore. E dire che gli avversari lo attendevano…
Ottime anche le partite di Uthoff (sempre pronto quando viene pescato libero da oltre l’arco, un po’ meno efficace sotto canestro sui due lati del campo) e di Brooks, tornati a dover fare pentole e coperchi nel pitturato quando Sissoko si siede per rifiatare.
Tantissimi minuti in campo per Michele Ruzzier, ottimo nella conduzione (quando JTA gli concede il lusso di fare il playmaker), un po’ meno nella pericolosità offensiva, nonostante un numero di iniziative in attacco ben superiore alle ultime uscite in campionato ed in BCL.
Sissoko inizia in modo autoritario, poi viene messo in un angolo ed infine intimidito dalla debordante fisicità di Nebo e Diop: il maliano deve ancora migliorare in quanto a cattiveria sfruttando maggiormente il suo fisico. Non era certo questa la partita più adatta per lui.
Markel Brown incide poco in termini numerici ed è limitato (ed innervosito) dall’arbitraggio, mentre la prestazione di JTA, statisticamente insufficiente, va filtrata attraverso il sacrificio che gli è stato richiesto: almeno 20 dei 24 minuti che trascorre in campo lo vedono prestarsi da playmaker, ruolo che può fare per capacità di ball handling, ma che non è certo quello a lui più consono. Molto meglio quando potrà tornare a fare la guardia o l’ala piccola.
D’altro canto la lega gli attribuisce un solo assist (lontanissimo dai suoi standard, solitamente di gran lunga più elevati) ed anche due palle perse, per un -12 di plus/minus: di certo non la sua miglior partita, al netto del ruolo “in prestito”.
Troppo poco utilizzati per poter in qualche modo incidere Candussi e Deangeli, che portano il loro contributo senza risultare determinanti.
Difficile intravvedere novità tecniche che dimostrino un cambio di rotta rispetto alla gestione Gonzalez. Del resto attendersi rivoluzioni dalla mano di Taccetti dopo soli tre giorni da quando è diventato capo allenatore (compresi uno di viaggio ed uno di riposo), oltretutto con l’aggravante dell’assenza di Ross, sarebbe stato totalmente illusorio.
Sempre, naturalmente, che l’impronta del nuovo coach voglia in effetti andare in una direzione diversa rispetto alla prima parte di stagione. Questa sarà sempre una squadra che dà il meglio di sé quando può correre, quando riesce ad andare a concludere entro i primi 15 secondi di azione, quando mantiene almeno buone percentuali da tre punti, quando condivide la palla.
Continuerà, d’altro canto, a catturare pochi rimbalzi ed a difendere male sul rollante avversario. Ha però enormi margini di miglioramento nell’organizzazione difensiva specialmente a transizione conclusa, e soprattutto deve tornare a pensare positivo, mantenere altissimo il focus per 40 minuti, non abbandonarsi ad alti e bassi psicologici che fino ad oggi l’hanno portata ad eccedere in euforia quando riesce ad esprimere la propria pallacanestro, seguita da frustrazione ed arrendevolezza quando le cose, specie in attacco, non vanno come vorrebbe, spesso anche nell’arco dei 40 minuti o addirittura all’interno dei singoli quarti.
In una settimana se ne va, dunque, anche il secondo obiettivo stagionale, quello forse su cui erano state indirizzate le maggiori speranze.
Attribuiamolo magari all’eredità di Gonzalez, sebbene la ragione induca naturalmente a credere che il coach fosse solo una frazione dei problemi di questo roster e dei “risultati sotto le attese” (cit.), e rivolgiamo il pensiero all’ultimo terzo di campionato, non prima di aver beneficiato di un paio di settimane di riposo e riflessione in palestra: 10 partite, con una sequenza finale di difficoltà clamorosa (Brescia, @Milano, @Bologna, Cremona), preludio alla post season che a questo punto rimane l’unico bersaglio su cui la squadra dovrà concentrare tutta la propria determinazione.
Magari regalando al nuovo coach quella indispensabile stampella sotto canestro, necessità che in questa patinata serata torinese non può essere sfuggita agli attentissimi occhi del presidente.

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Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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Pallacanestro Trieste   110    –    Guerri Napoli Basket    84           Parziali: 38-23, 32-22, 20-22, 20-17     Progressivi: 38-23 / 68-50 // 90-67 / 110-84

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 18, Colbey 14, Cinquepalmi 2, Deangeli 4, Uthoff 9, Ruzzier 0, Sissoko 14, Candussi 3, Iannuzzi 5, Brown 17, Brooks n.e., Ramsey 24. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Guerri Napoli Basket: Flagg 24, Mitrou-Long 11, El-Amin 9, Faggian 0, Gloria n.e., Treier 3, Gentile 0, Simms 4, Esposito n.e., Totè 13, Bolton 20.
Coach: A. Magro. Assistenti: F. Cavaliere, C. Caird.

Arbitri: S. Lanzarini, S. Marziali, M. Catani.

TRIESTE – Le vie di mezzo evidentemente non appartengono alla Pallacanestro Trieste in questa stagione.
Dopo appena tre giorni dalla disfatta senza attenuanti contro Gran Canaria, dalla quale era uscita l’immagine di una squadra scarica, indolente e frustrata ai limiti della demotivazione (senza citare i conseguenti disastri tecnici sui due lati del campo), i biancorossi si concedono una serata da showtime contro Napoli, pareggiando il record ogni tempo di punti segnati in metà partita detenuto da Varese e Trapani, ed in generale dando l’impressione di essere tornati a divertirsi e divertire.
Certo la squadra di Gonzalez è brava nell’approfittare di una prestazione di Napoli che la fa assomigliare da vicino alla versione triestina in troppe trasferte di quest’anno (lenta, prevedibile, svagata, imprecisa), ma oggettivamente ci mette anche tantissimo del suo: ad esempio, torna a condividere la palla, distribuendo le responsabilità offensive, cercando costantemente la soluzione a più alta percentuale, martellando in modo imprevedibile e con continuità da fuori ed in penetrazione, catturando pure una discreta quantità di rimbalzi in attacco ed in generale vincendo nettamente sfida sotto il tabellone.
Sono ben 5 i giocatori che vanno in doppia cifra, con il solo Michele Ruzzier a non sporcare il tabellino (del resto ha sbagliato l’unico tiro tentato in soli 13 minuti sul parquet), 11 i rimbalzi catturati più degli avversari, addirittura 28 gli assist, il tutto impreziosito dalla prepotente doppia doppia da 14+10 realizzata da un Mady Sissoko per nulla impressionato dal confronto con uno spaesato Leonardo Totè, ed anzi sempre più confidente e sicuro di potersi fidare del ginocchio infortunato.
Il tombale 143 a 74 di valutazione finale lascia davvero pochi spazi di discussione su un dominio durato dalla prima palla a due alla sirena finale.
Una partita nella quale la spallata triestina iniziale da 9-0 si rivela, per la prima volta in questa stagione, anche quella definitiva: era necessario attendere 20 partite per assistere ad una prestazione costante per 40 minuti, senza il canonico quarto inesorabilmente regalato agli avversari (con conseguenze spesso letali).
Trieste stavolta si prende subito l’inerzia e non la molla più, nemmeno quando a partita vinta schiera Cinquepalmi e Iannuzzi insieme contro il quintetto base di coach Magro, dal canto suo per nulla intenzionato ad uscire dal Palatrieste con una umiliazione che Napoli e lui stesso non si possono permettere a questo punto della stagione senza indurre provvedimenti da parte della società.
Anzi, i due giovani mostrano personalità e si fanno trovare pronti quando Colbey Ross decide di mandare a canestro anche loro.
Iannuzzi, con una guardia asfissiante su Stefano Gentile ne lede la maestà provocandone una reazione stizzita costata un fallo antisportivo: 7 i minuti concessi al 2006 ex Reyer, finalmente minuti “veri” che donano consapevolezza e fiducia, un reale tesoretto da preservare per il proseguimento della stagione.
Volendo cercare il pelo nell’uovo, o meglio un aspetto che continua a lasciare perplessi soprattutto in vista del quarto di finale contro Milano, è una fase difensiva che soprattutto nel primo tempo mostra i difetti di sempre: enorme difficoltà nel difendere il pick and roll avversario e ripetute distrazioni nell’accorgersi del taglio dal lato debole, che troppo spesso si traduce nella ricezione del pallone sotto canestro da parte dell’avversario che la va a depositare senza opposizione o tirando in testa al difensore che nelle rotazioni è quasi sempre quello sbagliato, anche perché Sissoko si trova spesso lontanissimo dal canestro.
Poi, ovviamente, quando tiri con quasi il 70% da tre e realizzi 11 triple in venti minuti, prendi tutti i rimbalzi e metti a referto 70 punti a metà gara contro avversari che non centrerebbero la Costa Magnifica dal Molo Bersaglieri, puoi anche permetterti di difendere come se fossi all’All Star Game dell’NBA senza subire alcuna conseguenza.
Però Milano costruisce le sue vittorie soprattutto in difesa, e quindi una prestazione del genere nella metà campo offensiva per Trieste non sarà quasi certamente replicabile a Torino giovedì prossimo: quindi, tornare a difendere come questa squadra ha dimostrato di poter fare in molte delle partite disputate a gennaio, sarà vitale se si vorrà cullare la chance di arrivare in semifinale.
Per una volta, la squadra triestina dimostra anche saldezza mentale nel riuscire ad amministrare una gara che pareva finita al ventesimo minuto sul +25, ma che (ricordandosi cos’era successo ad esempio a Tortona non più di due settimane fa) nascondeva ancora qualche insidia in caso di distrazione o di blocco in attacco.
Ed invece Colbey Ross gestisce sapientemente i ritmi, accelerando raramente e solo quando intuisce lo squilibrio della difesa avversaria, con il gap che flirta costantemente con i 20 punti senza dare letteralmente mai l’impressione di poter essere limitato fino a distacchi razionalmente colmabili.
Trieste si blocca da tre punti tornando ad abbassare la propria media da oltre l’arco su livelli consueti, ma trova i canestri che servono da sotto con Sissoko e con le inarrestabili penetrazioni di Ramsey (una sua finta di partenza da un lato e controfinta con partenza dall’altro fa rischiare la scavigliata al malcapitato Mitrou Long), è precisa dalla linea dei tiri iberi (Toscano Anderson è intelligente nell’andarseli a procurare con continuità attaccando sistematicamente uno contro uno avversari che fisicamente contro di lui pagano dazio), trova anche qualche inconsueta conclusione dalla zona “non paint two”, quella fuori dal pitturato ma all’interno della linea dei 6,75, con Uthoff, Brown e lo stesso Ross.
I biancorossi corrono solo quando partono in contropiede, e stavolta lo possono fare spesso considerate le 16 palle perse da Napoli (di cui ben 13 recuperate da Trieste fruttati altrettante transizioni offensive), risultando di conseguenza anche spettacolare per i quasi 5300 spettatori accorsi al Palatrieste anche il giorno di San Valentino in un sabato di pioggia, nonostante tutto e tutti.
In una partita in cui l’apporto arriva letteralmente da tutto il roster, con il non secondario ritorno di Colbey Ross a livelli di intelligenza cestistica più consoni alla sua storia, ad eccellere in tutti gli aspetti sui due lati del campo sono le prestazioni dei due “grandi vecchi”, in realtà due leader di livello assoluto: sia Markel Brown che Juan Toscano Anderson spiegano basket sui 28 metri, difendono mani addosso piegati sulle gambe, sono devastanti in attacco, sono dotati di tempismo e coordinazione, freschezza atletica e cattiveria in quantità tale da essere sufficiente per tutta la squadra.
Ottenere anche da loro un po’ di costanza, magari contemporanea, sarebbe un ottimo primo passo per poter guardare con ottimismo a questo ultimo terzo di stagione regolare.
Serata di grazia, dunque, che lascia il grande dubbio sui motivi di tale andamento imprevedibile del rendimento e dello stato mentale, del focus e dei risultati, tutte curve estremamente volatili durante la stagione oltretutto non necessariamente coincidenti: sono arrivate vittorie giocando male e mostrando poca attitudine, sono arrivate sconfitte dopo partite giocate alla grande, ma non mostrando mai una costanza che duri più di due incontri di seguito.
Di conseguenza, diventa praticamente impossibile capire quale sia il vero volto di questa squadra.

 

Una costante, in realtà, c’è: ogni qualvolta il nome di Israel Gonzalez finisce alla ribalta prima di partite “da ultima spiaggia” per la tenuta della sua panchina (voci che non sappiamo quale attendibilità possano aver avuto in seno al club, ma che si sono levate potenti anche durante questa settimana), arriva una bella vittoria, una grande prestazione, o anche solo due punti importanti capaci di accantonarle per un po’. Almeno fino alla prossimo desolante schianto…
Quando va oggettivamente tutto bene, anche sotto canestro dove Sissoko e lo stesso Candussi bastano e avanzano per avere la meglio sul solo Totè (assente Caruso), passa quasi inosservata l’ennesima quanto imprevista tegola dell’ultimo minuto: Jeff Brooks in giornata avverte dolore alla caviglia che lo aveva fermato ad inizio stagione, e preferisce essere preservato e tenuto a riposo.
Ovviamente dovrà essere effettuato qualche approfondimento medico, ma è abbastanza probabile che lo stesso Brooks, lo staff medico e la società abbiano convenuto sull’importanza di avere il giocatore a disposizione a Torino piuttosto che rischiare danni peggiori schierandolo contro Napoli.
Blindato il sesto posto e riavvicinato il quinto grazie al turno di riposo che deve ancora osservare Tortona, ora può ufficialmente iniziare l’operazione Coppa Italia. Quale versione della Pallacanestro Trieste scenderà in campo alle 20:45 di giovedì prossimo è probabile che potremo scoprirlo solo quando verrà alzata la prima palla a due.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

 

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