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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Pallacanestro Trieste 83 – Germani Brescia 77 Parziali: 17-16, 18-22, 28-18, 20-21 Progressivi: 17-16, 35-38, 63-56, 83-77
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 7, Ross 18, Deangeli 0, Ruzzier 5, Sissoko 15, Candussi 0, Iannuzzi n.e., Brown 10, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 18, Ramsey 10. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Germani Brescia: Bilan 6, Ferrero 0, Santinon n.e., Della Valle 3, Ndour 6, Burnell 14, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 11, Rivers 12, Cournooh 2, Nunn 13.
Coach: M. Cotelli.
Arbitri: G. Giovannetti, A. Bongiorni, M. Lucotti
TRIESTE – Si va al quinto round. Nessun KO tecnico, nessuna resa, un confronto equilibratissimo fra due squadre che non mollano mai, che magari sbandano senza però deragliare, che mettono in scena uno spettacolo vero, di quelli che ti fanno reinnamorare di un gioco che, specie negli ultimi mesi, è talmente assediato da chi ne vuole disintegrare la credibilità da convincere metà del popolo biancorosso a rimanere a casa.
Gara 4, di sabato sera, avrebbe certamente meritato una cornice più consona, almeno numericamente.
Ma ciò che non hanno portato i 3200 assenti, lo hanno compensato i 3200 presenti: come nella partita precedente, è nuovamente il pubblico a fare letteralmente da sesto uomo, a generare quell’energia positiva che i giocatori biancorossi non aspettano altro che metabolizzare e trasformare in motivazione, determinazione, intensità, cuore e coraggio, per l’appunto.
Non sempre qualità, ma chi se ne importa: sono i playoff, baby. Vince chi è capace di giocare sporco e cattivo più che bello, chi non cade nei tranelli mentali degli avversari, chi difende meglio sui giocatori migliori.
Infine, chi ne ha di più, chi arriva al quarantesimo con ancora qualche goccia di benzina da spendere, chi stringe i denti per ignorare l’acido lattico che annebbia quadricipiti e cervello. E, come sempre, chi è baciato da quel briciolo di fortuna in più.
Fra i 3200 c’è anche lui, e stavolta in bella vista. Paul Matiasic si riprende la sua poltroncina in prima fila, è sorridente accanto al connazionale (e membro del board) Connor Barwin, tifa, applaude, detta il ritmo al palazzo che canta “tutto questo non può finire”, dispensa ottimismo a chiunque riesca a sfidare la minacciosa sorveglianza della guardia del corpo.
Alla fine va addirittura ad esultare sotto la curva. O è un genio o un pazzo, oppure nessuno di noi ha mai capito nulla, ma in una serata come quella di Gara 4 non c’è spazio per dietrologie: la squadra è ancora la sua, i giocatori li ha pagati lui, lui ne è ancora il presidente.
Lasciarsi andare ed esultare per una vittoria così importante è il minimo, domani è un altro giorno e chissà quale altro colpo di scena ci riserverà questa vicenda.
Gara 4, come tutte le altre in questa serie, è una partita a scacchi equilibratissima, con fughe e reazioni continue, in cui a prevalere sono soprattutto le difese.
Trieste parte benissimo perché sa che deve aggredire immediatamente un match che per lei non ha un domani, e mandare un messaggio forte e chiaro ad una Brescia che non si sarebbe nemmeno dovuta illudere di essere già riuscita a completare una missione che come tutti noi, due settimane fa, probabilmente riteneva meno complicata.
La squadra di Cotelli accusa inizialmente il colpo, grazie alla serata di grazia di un australiano che in condizioni normali si sarebbe dovuto blindare con un triennale già a marzo. Bannan colpisce da sotto e da tre punti, difende in modo altrettanto credibile sia contro Bilan e Ndour che contro Burnell o Ivanovic quando va a raddoppiarli sul perimetro.
La spinta la dà un Colbey Ross che ha atteso sornione la post season per tornare sui livelli che lo resero l’MVP della Serie A tre anni fa (non un decennio eh… Ross è quel giocatore lì). Spinge i ritmi rendendoli insostenibili per una Germani che di certo non ama il basket a cento all’ora.
Attacca il ferro, si prende conclusioni clamorose da tre punti alzando la parabola con un rilascio stranissimo che lo nasconde al difensore.
Nel primo tempo Trieste tira con percentuali migliori di Brescia, prende più rimbalzi, piazza più assist, ma ad un certo punto nel secondo quarto finisce sotto addirittura in doppia cifra, riuscendo a rimediare solo grazie ad una fiammata verso la fine della frazione che rimette il match in equilibrio.
La spiegazione, naturalmente, sta nel fatto che i biancorossi battano il record di palle perse in metà partita: ben 14, alcune banali, alcune ingenue, alcune provocate da una difesa che aggredisce, che impedisce i passaggi ai tiratori, che collassa sistematicamente sui penetranti azzerandone la pericolosità.
I turnovers pesano tantissimo e generano una quantità inusuale di veloci contropiede che Brescia è bravissima a capitalizzare.
A pesare sono anche gli otto rimbalzi offensivi concessi, tutti trasformati in seconde, talvolta terze chances.
Il -3 a metà gara, in una situazione del genere, è da considerare un mezzo miracolo, ma in effetti non lo è: Trieste, infatti, il suo capolavoro lo realizza soprattutto in difesa. Ci sono giocatori come Bilan che sei costretto a battezzare, puoi cercare di mandarlo da un lato invece che da un altro, puoi tentare di raddoppiarlo, ma tendenzialmente il croato è un giocatore che (eventualmente) si annulla da solo.
Ce ne sono altri, come Mobio, che assomigliano al classico coniglio pescato nel cilindro di coach Cotelli. Ce ne sono altri, infine, come Nunn che ad un certo punto si mettono in proprio decidnedo di voler andare a vincere praticamente da soli.
Ma è il sistema di gioco della Germani ad essere ingabbiato, costretto a spendere una abnorme quantità di energie per arrivare al tiro, ed a questa opera di demolizione fisica contribuisce l’intera squadra triestina, anche il curioso quintetto con tre italiani più JTA e Bannan che magari non sarà una fabbrica di punti ma si danna l’anima nella sua metà campo.
E’ per questo che Brescia stavolta non riesce ad uccidere la partita: sia in G2 che in G3 aveva piazzato un break e se l’era tenuto ribattendo colpo su colpo in partite per il resto costantemente in equilibrio. In G4 non ci riesce, e questo le costerà un supplemento di fatica per provare a disfarsi definitivamente dell’avversaria ed accedere in semifinale. Sempre che ci riesca.
Intensità e pathos si alzano a dismisura nella ripresa, con Trieste che in un amen ricuce il microscopico svantaggio e lo trasforma in un vantaggio che, pur con distacchi ad elastico fra gli 8 punti ed il singolo possesso, manterrà fino alla fine.
Come sempre Cotelli ottiene capitali inestimabili da giocatori sempre diversi. Burnell è ingabbiato nella trappola Bannan-Toscano Anderson e sporca le sue percentuali, Amedeo Della Valle ci prova ma fisicamente ancora non è al meglio e viene brutalizzato dai famelici esterni triestini (Brown ed anche Ramsey), Ndour viene clamorosamente sovrastato da un Sissoko a tratti intimidente su entrambi i lati del campo.
Lo stesso Ivanovic stavolta sembra più macchinoso che in Gara 3, non riesce a mettersi in proprio perché non trova pertugi da lontano (tranne il quinto fallo di Sissoko su tiro da tre che rende drammatico il finale).
Nunn si prende la squadra sulle spalle, schiaccia addirittura in contropiede, sembra un vulcano in piena eruzione, ma i compagni non ne seguono il mood.
E’, ancora una volta, la volata finale a decidere le sorti dell’incontro. In un frastuono incredibile, forse mai pareggiato in altre occasioni in questa stagione, pian piano Taccetti ritrova i suoi assi.
Ramsey, dopo una partita di clamorosa sofferenza offensiva, trova una bomba ed un arresto e tiro vincente di importanza clamorosa.
Toscano Anderson, dopo le 4 palle perse della prima metà di partita, si trasforma nel giocatore perfetto: difende, commette anche fallo quando serve a far sentire la pressione, prende rimbalzi, conclude in contropiede e piazza dall’angolo la bomba della sicurezza.
Il tutto, durante dieci minuti finali nei quali il coach triestino esibisce una discreta dose di coraggio misto incoscienza: rinuncia per tutto il quarto a quello che fino a quel momento era l’MVP incontrastato della partita preferendo a Colbey Ross un Michele Ruzzier che risponde con esperienza e maturità.
Taccetti dirà che aveva notato in Michele quel briciolo di esperienza, di capacità di condivisione del gioco, di organizzazione, di saldezza mentale di cui la squadra in quel momento aveva bisogno ben più della produzione offensiva che Ross avrebbe garantito.
E’ andata bene, inutile mettersi a ragionare su cosa gli sarebbe stato addebitato nel caso la domenica triestina si fosse trasformata nel primo giorno di off season.
Gara 5, a cui assisterà una rappresentanza di tifosi triestini che si preannuncia numerosa, sarà una nuova sfida di nervi e di approccio, perchè tanto dal punto di vista tattico e tecnico si potrà magari lavorare sui piccoli particolari, ma non ci sono davvero più segreti fra due coach che sono cresciuti insieme e giocatori alla settima sfida stagionale.
Vincerà, di nuovo, chi arriverà negli ultimi cinque minuti più lucido e con maggiore energia. Adesso, però vale per tutte e due: it’s win or go home.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna
