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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni 

Germani Brescia  90 – Pallacanestro Trieste  92         Parziali: 24-28 / 27-31 // 24-13 / 15-20   Progressivi: 24-28 / 51-59 // 75-72 / 90-92

Germani Brescia: Bilan 9, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 26, Ndour 12, Burnell 10, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 2, Rivers 11, Cournooh 5, Nunn 5.
Coach: M. Cotelli. Assistenti. G. Alberti, A. Lotesoriere.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 14, Ross 18, Deangeli 0, Uthoff 16, Ruzzier 0, Candussi 2, Iannuzzi n.e., Brown 22, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 11, Ramsey 9.  Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: G. Giovannetti, M. Lucotti, G. Capotorto

BRESCIA – Proprio nel momento più buio, con il presidente che tratta più titoli dell’edizione domenicale del New York Times, il pubblico distante e sfiduciato, l’ultima partita in casa che assomigliava da vicino ad un ultimo giorno di scuola, un pronostico che difficilmente si discostava da un facile 3-0 per la squadra lombarda, la Pallacanestro Trieste si ritrova, si ricorda di essere stata costruita per vincere-vincere-vincere e sfodera la miglior prestazione da ottobre ad oggi, una prestazione che rasenta, in particolare, la perfezione difensiva.
Diavolo di un Michael Arcieri: impassibile come una sfinge anche dopo le prestazioni peggiori, fiducioso anche davanti all’evidenza di una squadra spesso vicina allo sbando, consapevole che i conti dovranno necessariamente tornare quando più conta nella post season.
Del resto i playoff sono da sempre un campionato nel campionato, una competizione nella quale a prevalere è chi è capace di attuare un completo switch mentale rispetto all’approccio adottato durante la stagione regolare.
Brescia arrivava a questa Gara 1 dopo aver fatto da lepre sostanzialmente per 28 partite, mettendo in fila tutte le avversarie durante la regular season e mostrando qualche comprensibile segno di stanchezza solo nel finale di stagione.
Trieste ci arrivava con un percorso opposto, fatto di innumerevoli trasferte infruttuose, di rendimenti altalenanti, di errori difensivi mai realmente eliminati, di giocatori che avevano performato quasi sempre ben al di sotto delle attese.
Ma tutto ciò, nel momento in cui viene alzata la prima palla a due del quarto di finale, non conta più nulla, ed a prevalere è la squadra più abile, e la più veloce, ad attuare un ctrl+alt+canc mentale prima ancora che tecnico.
Certo, anche se è un luogo comune piuttosto abusato (anche perchè poi a vincere è tendenzialmente sempre la più forte) in una serie al meglio di tre, con le prime due partite in casa della meglio classificata, la pressione, specie nella prima partita, è tutta sulle spalle della squadra di casa perché è ben consapevole che in caso di sconfitta avrebbe già le spalle al muro in Gara 2.
L’esordio di questo quarto di finale non sfugge alla regola: Brescia parte preoccupata e non riesce ad approfittare di un approccio difensivo da parte di Trieste che pare l’extra time della partitaccia persa contro Cremona.
Ma non sono le primissime azioni del match a fare giurisprudenza, soprattutto in questa partita. Il primo capolavoro di Trieste sta proprio nell’aver compreso che, alla lunga, le voragini a centro area sarebbero diventate il leit motif dell’attacco bresciano, e riesce ad adattarsi al volo.
La pressione aumenta in modo vertiginoso, l’assenza di Sissoko sotto canestro, assenza che in teoria avrebbe donato un vantaggio strategico incolmabile nel pitturato all’attacco biancoceleste, si trasforma nel vero ago della bilancia: Brescia non trova continuità in attacco, e permette anzi a Trieste di sviluppare il gioco che più ama.
La difesa sul pick and roll è da manuale, le rotazioni difensive diventano puntuali e perfettamente sincronizzate.
E poi, quando i biancorossi possono distendersi in transizione sono letteralmente inarrestabili, specie perché la transizione difensiva degli uomini di coach Cotelli non è certo un fulmine di guerra.
I quintetti small ball triestini impongono il ritmo, tolgono le sicurezze (tranne quelle di un inarrestabile Amedeo Della Valle), ingabbiano un nervosissimo Bilan ed un irriconoscibile Burnell, impongono in ultima analisi il tipo di pallacanestro che è l’esatta antitesi di quello che rende Brescia una macchina pressoché perfetta.
Nonostante le difese ad alto tasso agonistico, nel primo tempo a prevalere sono decisamente gli attacchi.
Trieste, inaspettatamente, sorprende Brescia attaccando con continuità il ferro o cercando conclusioni anche dalla zona che meno ama, all’interno dell’arco dei tre punti ma fuori dal pitturato.
Non c’è Sissoko? Non importa, si cerca Bannan sotto canestro, si attacca il ferro partendo dall’uno contro uno magari attirando i lunghi avversari fuori dall’area grazie alla pericolosità di Candussi da lontano, si penetra e scarica colpendo proprio nel modo che troppe volte ha abbattuto la squadra triestina durante il campionato.
Jahmi’us Ramsey è poco coinvolto e poco produttivo in attacco? Ci sono uno straordinario Uthoff (che inizia benissimo ed attinge dalle prime conclusioni un container di autostima che costituirà carburante essenziale nel quarto finale) ed un Toscano Anderson dal tabellino intonso al tiro, concretissimo perché capace di spogliarsi degli inutili fronzoli stilistici che spesso lo hanno portato a deragliare, e si rivela un fondamentale fattore difensivo.
E, soprattutto, ci sono gli ex immarcabili di Varese: Markel Brown è il solito giocatore tignoso, fastidioso per ogni attaccante, velenosissimo in attacco, scaltro sempre all’interno dei limiti della sportività (a differenza di qualcuno dei suoi avversari). Finisce con 22 punti, 8 falli subiti e 5 assist.
Ross fa girare la squadra con i ritmi perfetti, si prende responsabilità in attacco, cerca, per quanto gli sia possibile, di contenere gli uno contro uno di Della Valle e Ivanovic, commettendo falli intelligenti in occasione di ogni mismatch nelle rotazioni difensive.
Un Ross che condivide le incombenze di costruzione del gioco con Ruzzier e lo stesso JTA, togliendo ogni punto di riferimento agli avversari.
Sono i 20 minuti più spettacolari della stagione: non si può negare una certa complicità di una difesa lombarda spesso in ritardo, ma 59 punti in venti minuti fanno di per sé brillare gli occhi.
Sono anche il segno inequivocabile che il più grande timore della vigilia, e cioè che la distrazione dovuta alla ridda infinita di voci estranee al campo possano minare alla base la concentrazione e la motivazione dei giocatori biancorossi, sia totalmente sfatata.
Ma è il secondo tempo a costituire il secondo capolavoro, forse quello più importante.
Non certo per qualità del gioco (del resto i primi venti minuti sono inarrivabili), ma piuttosto per la capacità di accettare la prevedibile bagarre in cui si trasforma la partita sbandando senza mai deragliare, subendo il ritorno degli avversari senza abbattersi, reagendo dopo essere finiti sotto anche di sei punti in mezzo ad un frastuono indicibile che spinge gli uomini di casa a dare la spallata decisiva quando sarebbe stato quasi impossibile arginarli e poi rimediare troppo tardi.
Sono venti minuti da playoff veri, fatti di fisicità ed interventi ruvidi, di falli antisportivi (abbuonati all’intoccabile totem croato) e mille contatti, di piccole e grandi scorrettezze e scaltrezze riservate ai più esperti, di palloni che pesano una tonnellata, di possessi da gestire più con la testa che con la tecnica, di giocate difensive battute più dal talento puro che dall’organizzazione.
E’ un terreno inesplorato per Trieste, che finora in situazioni simili era rimasta invariabilmente stritolata finendo spesso travolta.
Eppure, quando più conta, sono proprio i biancorossi a rimanere in sella: dopo un terzo quarto di sofferenza assoluta, la partita rimane sostanzialmente equilibrata, e dunque si riduce ad un susseguirsi di particolari alla lunga decisivi.
Due azioni consecutive di Brescia concluse con infrazione di 24 secondi, l’azione successiva finita con un passaggio sbagliato di Ivanovic ad un secondo dalla fine dei 24 a disposizione.
Un controllo asfissiante su Della Valle, che dopo il ventello all’attivo nel primo tempo è costretto a prendersi conclusioni troppo complicate anche per lui finendo per arenarsi definitivamente.
A tenere a galla Brescia sono Ivanovic ed un infallibile Ndour, ma sono canestri un po’ casuali, avulsi dal flow, con l’inerzia tornata saldamente in mani triestine. Una partita punto a punto non può che finire a favore di chi è capace di costruire con raziocinio i possessi finali: sta qui il terzo capolavoro della squadra, con il merito che non può che andare al coaching staff.
Sul 90 pari, palla in mano a 30” dalla fine, durante l’ultimo time out è necessario disegnare il possesso finora più importante della stagione, una soluzione che possa essere in grado di sorprendere la difesa e che sia eseguito con un sincronismo perfetto per non lasciare tempo alla replica finale di Brescia.
Taccetti, che intuisce la serataccia in attacco di Ramsey ed ha il coraggio di tenerlo seduto, disegna il gioco, la squadra esegue alla perfezione: circolazione paziente, taglio di Ross dritto per dritto verso il ferro passando dietro al suo marcatore Ivanovic, assist di Uthoff che mette il compagno da solo a depositare in sottomano. Meglio di così non sarebbe stato possibile eseguire il possesso della vittoria, seguito da una difesa negli ultimi 11 secondi che impedisce la disperata stoccata per il pareggio di ADV.
E’ la vittoria della second unit biancorossa. Che Brescia possa considerarsi superiore per completezza del quintetto base in ogni ruolo e per esperienza ad alti livelli di tutti i suoi giocatori è un dato di fatto. Ma è altrettanto chiaro come la squadra di Cotelli non abbia molte alternative quando qualcuno dei suoi assi sbaglia la partita o viene contenuto dagli avversari.
Brescia sostanzialmente ruota sette giocatori, ed al 31esimo match da 25-30 minuti qualcuno di loro mostra qualche segno di poca lucidità soprattutto in partite tirate fino alla sirena finale.
Dal canto suo Trieste, quando le cose vanno bene, può utilizzarne 9, variando quintetti da quelli più alti allo small ball, da quelli più veloci a quelli più difensivi, e può farlo centellinando i minutaggi con il misurino per preservare le energie ed adattarsi alle varie situazioni di gioco.
E’ un aspetto che in una serie che impone impegni così ravvicinati ha una importanza enorme e potrebbe essere un fattore decisivo anche in Gara 2 ben oltre la voglia (la necessità?) di Brescia di riprendersi i favori del pronostico, e potrà esserlo anche alla luce del fatto che questo quarto di finale male che vada, ha già garantito a Trieste Gara 3 e Gara 4 in casa.
Si riparte lunedì sera, e si riapartirà da zero a zero. Ma con stati d’animo ben diversi da come tutti si sarebbero aspettati.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna