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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Pallacanestro Trieste – Olimpia Milano 86-82 Parziali: 30-21, 44-41, 70-65, 86-82 Progressivi: 30-21 / 14-20 // 26-24 / 16-17
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 4, Ross n.e., Deangeli 6, Uthoff 2, Ruzzier 3, Sissoko 16, Candussi 3, Iannuzzi n.e., Brown 17, Brooks n.e., Moretti 9, Ramsey 26. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Olimpia Milano: Mannion n.e., Ellis 14, Tonut 0, Bolmaro 7, Brooks 22, Leday 0, Ricci 9, Flaccadori 0, Guduric 4, Shields 18, Nebo 4, Totè 4.
Coach: E. Messina. Assistenti: G. Poeta, A. Seravalli, E. Kovacic.
Arbitri: M. Rossi, A. Valzani, G. Dori.
TRIESTE – Olimpia cade di nuovo a Trieste. In Hoc Signo Vinces recita lo striscione esposto dalla Curva Nord riferendosi all’alabarda, e come l’imperatore Costantino che pronunciò la stessa frase prima di una famosa battaglia, anche i biancorossi, oggi in elegantissima livrea nero-dorata, sconfiggono le soverchianti forze nemiche che tentano la sortita a casa loro.
Ha un maledetto bisogno di tornare a vincere la blasonata squadra di Ettore Messina, dopo la doppia legnata casalinga con Trapani e Tel Aviv: ed allora, acciaccati o no, è indispensabile portare a referto tutti gli arruolabili, scavando ancora sul fondo di un barile che si sta dimostrando decisamente poco capiente. Milano schiera a Trieste Nebo e LeDay, Guduric e Bolmaro, dati per possibili infortunati.
Esclude Booker, ma può pur sempre puntare su mezza nazionale italiana con Tonut e Ricci, Flaccadori e Mannion (poi n.e.), ed in più può contare il go-to man per eccellenza Shavon Shields e l’enfant prodige Quinn Ellis.
In altre parole, coach Messina non vuole lasciare nulla di intentato per tornare a far punti in un campionato nel quale la sua squadra è già decisamente più attardata di quanto gli inutili power rankings estivi davano come la peggiore delle ipotesi.
Trieste, dal canto suo, torna davanti al suo pubblico dopo solo una settimana dalla tramortente legnata subita al PalaRadi, rinfrancata dalla spettacolare vittoria ad Istanbul e dalla qualificazione ai play-in di BCL, ma ancora alla ricerca di conferme sul campo relativamente al rendimento ed ai risultati. Coach González (che da allenatore di Berlino ha un record di 5 vinte e 3 perse con Milano) non può ancora una volta contare su Colbey Ross, la cui infiammazione alla spalla non ha ancora smesso di dargli fastidio, e Jeff Brooks, il cui tendine di Achille deve ancora rimarginarsi del tutto.
Un bel guaio sia in termini numerici dinanzi ad un roster profondissimo in ogni ruolo, sia in termini qualitativi, con Milano dotata in abbondanza di fosforo e fisico nello spot di playmaker ed in quello di ala grande.
Davanti ai soliti 6000 del PalaTrieste, per nulla intimiditi dalla difficoltà della sfida o depressi dall’inizio balbettante di stagione, ogni dubbio svanisce alla palla a due iniziale.
Come ad Istanbul, più di Istanbul, Trieste dà immediatamente segno che ha finalmente imparato dall’esperienza.
Inizia la partita in modo furente, difende su ogni respiro con intensità agonistica che sconfina talvolta in una ferocia che permette di recuperare palloni, catturare rimbalzi, aggredire il portatore di palla, chiudere ogni linea di passaggio.
Accanto all’approccio concentrato ed organizzato nel primo quarto ci mette anche una esibizione difensiva che rasenta la perfezione, aggiungendo per la prima volta un tassello fondamentale sulla strada del raggiungimento della versione migliore di sé stessa, e che finora era sempre mancato: la continuità di rendimento fra una partita e l’altra e nell’arco dei 40 minuti.
Sulle potenzialità offensive, invece, c’erano pochi dubbi: Trieste approfitta di una applicazione difensiva meneghina sconclusionata, spesso in ritardo, violentandola sia da lontano sia (come spesso successo) nell’attacco al ferro o utilizzando il pick and roll, toccando i 30 punti nei primi dieci minuti, nove più di una Armani che pare Trieste nella sua irritante versione a Brescia, Venezia o Cremona.
Milano avrà l’occasione per rimediare più avanti nella partita, ma, per usare le parole di coach Messina, il primo quarto avvia l’inerzia che sarà determinante nel segnare +2 nella casella dei punti in classifica dei biancorossi giuliani.
Come previsto prevedibile, il vantaggio di 9 punti del primo quarto traballa e viene assorbito sotto i colpi di giocatori che si esprimono più sulle ali del loro orgoglio personale (Shields), del loro talento cristallino (Ellis e Brooks), che di un gioco di squadra che pare macchinoso, lento, privo di ritmo, ingabbiato sulle linee esterne e con enormi difficoltà nel cercare di scardinare l’inattesa quanto devastante superiorità fisica più che tecnica di Trieste nel pitturato.
Gonzalez è bravissimo nel marcare ad uomo il suo omologo milanese: schiera un devastante Mady Sissoko solo quando è necessario contenere la strabordanza atletica di Josh Nebo (con risultati che, all’osservatore neutrale, sembrano confondere le idee su chi sia il reale centro da Eurolega), ma lo preserva da falli e legnate quando Messina cerca di aumentare il ritmo con quintetti small ball o inserisce Leo Totè: Candussi e Uthoff sono più che sufficienti a contenerli, tengono botta, vengono inseriti in secondi quintetti capaci di mantenere costante il rendimento e l’equilibrio del match, con il risultato di ritrovarsi il quintetto più pericoloso ed affidabile fresco e lucido nelle concitate fasi conclusive dell’incontro, nel quale, per la seconda volta consecutiva, il coaching team giuliano prende le decisioni perfette al momento più opportuno, interrompe il gioco disegnando strategie offensive e difensive declinate diligentemente sul campo: attacco al ferro tramite penetrazioni centrali con Milano in bonus, attenzione spasmodica ad evitare di subire tiri da tre non contrastati (il capolavoro difensivo sull’ultimo attacco milanese, che avrebbe potenzialmente potuto riagguantare la partita per la coda, è emblematico: deviazione di Sissoko sulla disperata tripla di Ricci, stoppata di Toscano Anderson sul successivo tentativo da sotto di Brooks).
Sulle capacità tecniche del coach c’erano pochi dubbi nonostante le vuote critiche di questo primo mese e mezzo di stagione.
I dubbi, semmai, risiedevano sulla sua capacità di farsi comprendere dalla squadra, nel convincere i giocatori a seguire le sue direttive, in altre parole sulle sue doti comunicative, oltretutto affossate da frequenti atteggiamenti di accettazione passiva della situazione sul campo.
L’ultima settimana ribalta, però, forse anche in modo inaspettato, tali convinzioni: Gonzalez vive la partita in modo viscerale, costantemente con mezza pianta del piede in campo, a sgolarsi, dirigere, suggerire, protestare, esultare, incazzarsi.
Assieme ai suoi assistenti è lucido nel frastuono indescrivibile del PalaTrieste, accorcia le rotazioni affidandosi a quelli che con il passare delle partite sono diventati i suoi pretoriani ma ha anche il coraggio di dare fiducia per minuti importanti a giocatori spesso sottovalutati come Candussi e Deangeli, i quali rispondono presente.
Senza Nebo in campo, con Sissoko con la mascherina dell’ossigeno a recuperare fiato ed energie in panchina, Francesco Candussi è come sempre più efficace nell’attrarre i lunghi avversari lontani dal pitturato che a fare a sportellate sotto canestro, ma stavolta pare anche molto concentrato nel recuperare velocemente la posizione per evitare di subire la ricezione troppo facile del lungo nel pick and roll.
Il co-capitano triestino, dal canto suo, è il solito gladiatore schierato quando il gioco si fa duro in difesa, ma è inaspettatamente preciso e pericoloso anche in attacco: del resto, quando diventi il terminale prediletto dei bon bon donati dal Tuco messicano, difficilmente puoi evitare di trasformare l’assist in oro colato (fa tenerezza la descrizione di tali azioni da parte di Lodo: “siccome mi sono trovato abbastanza libero sotto canestro, mi aspettavo che da qualche parte, non sapevo da dove, mi sarebbe arrivato un missile che avrei dovuto solo depositare a canestro. Meno male che lo sapevo e ci ho messo le mani, altrimenti avrei preso una pallonata in testa”).
L’assenza di Colbey Ross (che genera la solida inutile ridda di ipotesi più o meno fantasiose sul rendimento della squadra senza di lui) costringe nuovamente agli straordinari un Michele Ruzzier incensato da Ettore Messina in sala stampa con un endorsement che pare una sentenza sulla sua carriera e sul rendimento di Michele in questa stagione.
Ma costringe anche Davide Moretti ad esibirsi in un ruolo che non è evidentemente quello a lui più congeniale, ma nel quale si trova sempre più a suo agio ogni minuto che passa a portare su la palla e costruire il gioco mettendo in ritmo i compagni.
Se poi ci si aggiunge la non comune qualità di entrare a freddo ed essere immediatamente e velenosamente efficace in attacco, si comprende come l’importanza dell’arrivo di un giocatore troppo presto catalogato come “di complemento” sia invece fondamentale anche nei minuti ad altissima tensione nel terzo e quarto quarto.
Ancora una partita da interpretare fuori dalle statistiche per JTA, determinante nelle giocate più importanti della partita, lasciato sul parquet nella quarta frazione, nonostante le percentuali non brillantissime, soprattutto quando Milano per la prima volta mette timidamente il naso avanti ad un paio di minuti dal termine rischiando di impossessarsi definitivamente dell’inerzia del gioco.
Toscano Anderson non si scompone particolarmente, è invece sempre capace di mettere in ritmo i compagni pescandoli con il goniometro nella situazione e nella posizione migliore per andare al tiro, e di non risparmiarsi in difesa sui terminali più pericolosi. E poi, naturalmente, nel deviare per la seconda partita consecutiva il disperato tentativo finale avversario.
Ed infine, i tre centravanti, rebus irrisolvibili per la difesa milanese ed argini invalicabili sotto il proprio ferro, ad aggredire ogni avversario piegati sulle ginocchia, con le mani costantemente addosso.
Markel Brown ha abituato talmente bene i tifosi triestini da far passare una partita da 17 punti con 5 triple (di cui almeno due fondamentali negli ultimi minuti) in 27 minuti come normale amministrazione.
Si ha la sensazione che per il Mamba triestino l’ennesima esibizione da match winner sia equivalente ad un allenamento in Crocs: far sembrare semplici le cose più complicate è prerogativa dei match winner nati.
Jahmi’us Ramsey (che in Crocs trascorre letteralmente la sua esistenza fuori dal campo e talvolta dentro di esso) si candida, se ce ne fosse ancora bisogno, a miglior arrivo straniero in LBA in questa stagione.
26 punti distribuiti nei 40 minuti, percentuali bulgare, una prepotenza atletica che gli permette di battere nell’uno contro uno qualunque avversario, Shields ed Ellis compresi.
Realizza anche i tiri liberi che mettono due possessi a 24 secondi dal termine fra la sua squadra e gli avversari, quando il pallone pesa probabilmente tre tonnellate. Del resto, si sa, lui come Jake ed Elwood Blues è in missione per conto di Dio.
Ultimo ma non ultimo lui, Mady Sissoko, l’Oro Nero, l’MVP dell’ultima giornata di BCL, il monolite che dopo essere stato portato a scuola da Bilan e brutalizzato fisicamente da Anigbogu, dimostra di aver imparato la lezione ed esibisce contro Milano la tecnica del primo coniugata alla prepotenza atletica del secondo. Un centro moderno, che realizza 16 punti, cattura 7 rimbalzi e piazza pure due stoppate devastanti, subisce 8 falli e, udite udite, trasforma tutti e 8 i tiri liberi che sono affidati alle sue manone, oltretutto con ottima tecnica di tiro.
Deve aggiungere ancora un po’ di tempismo in difesa per essere sempre in anticipo anziché di rincorsa all’avversario diretto, poi Trieste potrà dire di aver pescato dall’NCAA un vero predestinato.
Che la crisalide sia finalmente diventata farfalla è decisamente presto per dirlo, sebbene il segnale dato dalla doppia convincente vittoria in tre giorni contro due fra le più blasonate squadre del continente sia piuttosto forte e chiaro.
Del resto, nonostante fragorose, dolorose quanto inspiegabili cadute, il trend pare piuttosto chiaro: Trieste ha vinto 6 delle ultime 8 partite giocate, ha matematicamente raggiunto il primo risultato in Coppa, ha un record di 5 W e 4 L in campionato (l’anno scorso, celebrato come il migliore da decenni, dopo 10 partite era 5-5), attestandosi al settimo posto a ridosso delle prime.
Ora la squadra potrà sfruttare un tesoretto costituito da ben due settimane utili per staccare per qualche giorno e ricaricare le pile (giovedì prossimo si celebra il Thanksgiving Day, che a Trieste o in patria tutti gli americani, Mike Arcieri compreso, potranno celebrare in famiglia, lusso da non sottovalutare nell’economia della stagione), ma anche per riguardare al recente passato, studiare con calma i margini di miglioramento ed assottigliarli ulteriormente tornando finalmente ad allenarsi con continuità sul rassicurante parquet di casa.
Si ricomincerà a dicembre nuovamente in trasferta a Sassari, magari una buona volta al completo, con una nuova consapevolezza e la testa per la prima volta sgombra da ansie e pressioni: un piacere che questa squadra, fino ad oggi, non ha mai assaporato.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna