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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Pallacanestro Trieste – La Laguna Tenerife: 82-76 Parziali: 20-27, 17-10, 18-25, 27-14. Progressivi: 20-27, 37-37, 55-62, 82-76.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson n.e., Marucci n.e., Cinquepalmi n.e., Deangeli 12, Uthoff 9, Ruzzier 5, Sissoko 8, Candussi 2, Iannuzzi 9, Bannan 6, Ramsey 31. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
La Laguna Tenerife: Fernandez 7, Van Beck 15, Huertas 5, Scrubb 0, Bordon 0, Abromitis 9, Sangare 2, Giedraitis 14, Alderete 4, Guerra 3, Doornekamp 8, Mills 9. Coach: J. Gomez Vidorreta, J. M. Gatti Abat, J. C. Rivero Cabrera.
Arbitri: A. Zurapovic, G. Jacobs, D. Zapolski.
TRIESTE – Trieste si regala una serata di livello europeo e lascia la sua prima BCL a testa alta andando a conquistare una vittoria, la seconda consecutiva in tre giorni al PalaTrieste, frutto di approccio e voglia, forza di volontà e faccia tosta. Ma, soprattutto, di una attenzione difensiva ai limiti delle proprie possibilità, quasi perfetta quando più conta, in quel momento in cui l’ininfluenza del risultato viene spazzata via dall’evidenza che, a questi livelli, nessuno ci sta a perdere, nemmeno chi sa che comunque vada arriverà prima nel girone (con fattore campo a favore nei quarti di finale).
Neanche il tempo di constatare con sollievo la presenza effettiva di Josh Bannan, seppur avanti di 10 fusi orari, e notare con rassegnazione il parterre de roi in borghese accanto alla panchina ancora una volta composto da Ross, Brown, Brooks e Moretti, che un’altra tegola pare abbattersi su una situazione medica che farebbe quasi ridere se non fosse così realisticamente drammatica: contro Tenerife agli infortunati si aggiunge Juan Toscano Anderson che, seppur in tenuta da gara, non svolge nemmeno il riscaldamento e si avvolge una fascia medica attorno alla vita.
Probabilmente non si tratta di nulla di grave per JTA, reduce forse dalla miglior partita stagionale contro Trento appena tre giorni fa, tenuto a riposo precauzionale a fini conservativi in vista dell’importantissimo rush finale in campionato. Ma ovviamente, sulle sue reali condizioni fisiche rimarrà il mistero.
Resta il fatto che a rimanere ai box sono cinque giocatori che potrebbero costituire il quintetto base di metà delle squadre di LBA.
Ce ne sarebbe in abbondanza, dunque, per prevedere una partita segnata in partenza, controllata dagli espertissimi avversari spagnoli giunti a Trieste anche per testare l’inserimento del prestigioso nuovo innesto Patty Mills ma anche per far valere, quando necessario, la propria superiorità fisica e tecnica.
Ed invece, la nuova Trieste targata coach Taccetti non ne vuole sapere di fungere da vittima sacrificale.
E’ una Trieste operaia, che ha come unica possibilità quella di giocare una pallacanestro semplice e razionale, senza fronzoli, con poco spazio allo spettacolo e tanti minuti sul parquet elargiti a giocatori che nel resto della stagione avevano recitato perlopiù il ruolo del comprimari di complemento.
Il vero spettacolo, del resto, quello che il pubblico adora, quello in cui la gente si identifica, quello che permette di far rifiorire la comunione fra squadra e tifosi dopo mesi di vicendevole studio a distanza, quando non di separazione in casa, consiste piuttosto nell’atteggiamento arrembante, nella incrollabile determinazione nel rifiutarsi sistematicamente di arrendersi, nella capacità di reazione ad ogni tentativo di fuga nel punteggio di una squadra ospite.
Ogni volta che Tenerife alza i colpi in difesa mandando in tilt l’attacco triestino prendendosi due o tre possessi di vantaggio, anche nel terzo ed in parte nel quarto quarto con il valore di ogni possesso in progressivo incremento, vede quasi subito vanificati i propri sforzi dagli sprazzi di trance agonistica in cui cadono a rotazione tutti i giocatori triestini.
Uthoff prende per mano la squadra nel primo tempo con la specialità della casa, il tiro dal pettine cadendo indietro.
Deangeli rimane in campo molto più di quanto i pezzi del suo setto nasale consiglierebbero, ma difende sempre piegato sulle gambe, colpisce da tre, penetra, completa un and one nel finale. Il capitano, senza nemmeno considerare il suo spirito di sacrificio (che già sarebbe sufficiente), si sta ritagliando una credibilità ad alti livelli che gli dona -se ce ne fosse ancora bisogno- il pieno diritto di cittadinanza in Serie A.
Iannuzzi, dal canto suo, sembra un veterano: avesse avuto la possibilità di maturare progressivamente durante la stagione, ora il coach si troverebbe nel roster un giocatore oggettivamente pronto per poter dare minuti di grandissima sostanza anche in momenti decisivi degli incontri. Caratteristica che già così non manca ad un ragazzo di una sfrontatezza e di una personalità non comuni: quando è libero non si tira indietro nel concludere da fuori, però è capace di andare al ferro in modo credibile, è sicuro dalla linea del tiro libero, va anche a schiacciare in contropiede.
E poi difende come un indemoniato, senza risparmiare energie: vederlo piegato in due con le mani sulle ginocchia ad attendere il play avversario cercando di rifiatare, sfinito dopo essere rientrato dall’ennesima scorribanda in attacco, fa comprendere come il campione europeo Under 20 possa diventare un’arma fondamentale in un finale di stagione durante il quale gli spot vacanti fra gli italiani rimarranno due: ha solo bisogno della fiducia del coach e dell’ambiente.
La standing ovation che ne ha meritatamente accompagnato l’uscita dal campo va certamente in questa direzione.
I lunghi tornano a fare la voce grossa sotto canestro.
Sissoko e Candussi sbagliano spesso nel trovarsi a metà strada fra tiratore e ferro quando tentano sortite sul perimetro in difesa, ma soprattutto il centro maliano, a mano a mano che si sente più sicuro sul ginocchio convalescente, riesce sempre più spesso a seguire anche le guardie con una velocità sulle gambe che lo rende credibile in difesa sia vicino che lontano dal canestro.
E poi, con il cambio di attitudine dell’intero roster a rimbalzo, atteggiamento che nelle ultime tre partite ha permesso a Trieste di prevalere nettamente nelle voce statistica sia in attacco che in difesa, Sissoko e Candussi con l’innesto di Bannan tornano ad essere i signori degli anelli.
L’australiano inizia timido e spaesato, poi cresce con il passare dei minuti, di pari passo con l’intesa con i compagni. I numeri ci sono, l’intelligenza cestistica pure. Ball handling di livello, tempismo a rimbalzo da lungo di classe (10 per lui all’esordio). Dovrà affrettare i tempi di inserimento, ma dona soluzioni e possibilità di cui il roster finora era privo.
Squadra operaia in paradiso, dicevamo. Ferocia agonistica in difesa. Resilienza, capacità di reazione. Lo sbocciare di talenti ancora in erba. Tutto vero, ma per vincere manca un tassello fondamentale: il go-to man, l’immarcabile, il centravanti. Quello a cui, gira e rigira, deve finire il pallone fra le mani perché sai che qualcosa di buono ne verrà certamente fuori. Trieste ha a disposizione quell’asso nella manica: Jahmi’us Ramsey anche contro Tenerife aspetta che la partita venga a lui, inizia soft, sbaglia qualche tiro, si “dimentica” che esiste la propria metà campo. Poi, però, esattamente come gli aristocratici avversari, a perdere proprio non ci sta. Mette in piedi un campionario di soluzioni in cui si rivela letteralmente inarrestabile. Infila l’unica bomba su sei tentativi quando più conta nei minuti finali.
I canarini non riescono nemmeno a prendergli la targa quando decide di seminarli in uno contro uno. Ingaggia un duello a distanza con Patty Mills, con l’australiano ex NBA che ne esce stritolato. Ed in più, oltre al trentello in attacco, dimostra che quando vuole può diventare una zecca in difesa.
Giocatore totale, probabilmente già pronto per l’Eurolega, forse anche per qualcosa di più performante. Per il momento è l’arma insostituibile di coach Taccetti.
Già, il coach: agguanta meritatamente in extremis anche la prima vittoria in Europa dopo aver rotto il ghiaccio in campionato.
Ma la sua mano comincia a notarsi non solo nei risultati. Sembra sia riuscito a portare la squadra a sé, sembra che il patto di spogliatoio con i suoi uomini inizi ad essere una regola rispettata da tutti.
E’ già passato troppo tempo da quando è subentrato ad Israel Gonzalez per poter attribuire il cambio di rotta nell’atteggiamento della squadra al consueto rimbalzo psicologico che segue ogni avvicendamento in panchina in ogni sport.
Questa squadra non snaturerà i suoi fondamenti tecnici da qui a due mesi. La sua mano non si noterà in stravolgimenti difensivi o nuovi giochi in attacco, tantomeno in un cambio di filosofia cestistica.
La sua impronta, d’altro canto, è già ora reperibile nell’energia che è capace di trasmettere ai suoi uomini nell’arco dei quaranta minuti.
Empatia, ascolto, unione di intenti. Forse Michael Arcieri, senza saperlo, ha sempre avuto la soluzione in casa….
Intanto, oltre a Trieste, a mangiarsi le mani per una qualificazione che tutto sommato non sarebbe stata impossibile da raggiungere è, a sorpresa, Gran Canaria, che va a perdere clamorosamente di dieci in casa con Nimburk: i cechi si qualificano dunque per i quarti di finale, a testimonianza del livello sorprendente di campionati, di squadre, di scuole e di giocatori sconosciuti fino a pochissimi anni fa.
Per Trieste, buona la prima: superato il girone di qualificazione, vinti i play in in un drammatico triplice confronto, battute sia Gran Canaria che Tenerife, senza scordare la vittoria ad Istanbul contro il Galatasaray.
Sarebbe bello non essere ai titoli di coda anche solo per poterci riprovare l’anno prossimo.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna