Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it – Radio City Trieste – Official Page – Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Vanoli Cremona – Pallacanestro Trieste 113-94 Parziali: 27-22 / 50-46 // 85-69 / 113-94 Progressivi: 27-22 / 23-24 // 35-23 / 28-25
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 6, Ross 11, Deangeli 3, Uthoff 15, Ruzzier 11, Sissoko 12, Candussi 4, Iannuzzi n.e., Brown 13, Brooks n.e., Moretti 3, Ramsey 16. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Vanoli Cremona: Anigbogu 7, Willis 14, Jones 9, Casarin 13, Grant 5, Galli 0, Veronesi 13, Bruns 4, Durham 24, Ndiaye 24. Coach: P. Brotto.
Arbitri: E. Gonnella, G. Bettini, A. Bartolomeo.
CREMONA – 27, 23, 35, 28. Numero jolly: 20. Non sono i numeri ultimi estratti per il Superenalotto, magari. Sono, ovviamente, i punti segnati da Cremona in ognuno dei quattro quarti di gioco, più il numero di rimbalzi offensivi conquistati dagli assatanati giocatori di casa.Tradotto: 113 (centotredici!) punti subiti da un gruppo slegato di giocatori andati a Cremona, apparentemente, più per assaporare i famosi torroni prodotti in città che per credere veramente di poter uscire con due punti dal PalaRadi.
Un impianto da 3500 posti, riempito ben al di sotto della capienza massima per la partita contro Trieste (la stagione della Vanoli e la qualità del suo gioco meriterebbero oggettivamente maggior seguito), che ospita le gesta di una squadra che probabilmente ha speso un sesto del budget investito dagli ospiti, il cui tanto celebrato, costoso quanto teorico talento rimane però per la gran parte latente, quando non totalmente assente.
Sgomberiamo il campo da fraintendimenti: la Vanoli stravince la sfida con Trieste grazie ai suoi enormi meriti.
Meriti che consistono nell’affrontare la gara esattamente come era logico che dovesse affrontarla per avere qualche chance di vittoria: buttare l’anima sul parquet per 40 minuti, aggredire costantemente ogni pallone, correre tantissimo, attaccare con coraggio nell’uno contro uno e, soprattutto, lanciarsi in cinque a rimbalzo sui due lati del campo.
Se poi di fronte hai la fortuna di trovarti una squadra che quando la batti nell’uno contro uno vai a schiacciare, che quando fai un passaggio in più ti permette di tirare con quattro metri di libertà, che quando tagli dal lato debole non si accorge nemmeno di cosa stia succedendo, che quando sbagli un tiro ti permette nella maggior parte dei casi di conquistare il rimbalzo una, due, anche tre volte, che quando parti in contropiede arrivi al ferro tre contro uno (talvolta anche zero), che quando riesce a far arrivare la palla sotto canestro ci mette dodici secondi per andare al tiro permettendoti di brutalizzarla, allora hai anche la possibilità di esaltarti, andare in totale trance agonistica e mettere dentro anche conclusioni che normalmente non trasformeresti mai in punti, infliggendo ai tanto chiacchierati avversari una lezione che nelle proporzioni fotografa in modo preciso quello che, oggi, è la Pallacanestro Trieste.
Per contro, sull’altra sponda della barricata si sente ancora parlare di processo di crescita, di tempo necessario alla squadra, di lavoro per capire e migliorare i difetti strutturali evidenziati dall’inizio del precampionato.
Processo di crescita che, però, appare perlomeno curioso nella sua evoluzione, dal momento che la difesa (tranne qualche sprazzo contro Tortona) non mostra di aver compreso nemmeno in minima parte ciò che sia necessario per evitare errori che sono sempre, costantemente, invariabilmente, gli stessi.
Anzi, che va addirittura peggiorando di partita in partita, con differenze nella quantità di rimbalzi catturati che ormai superano la doppia cifra.
E allora, consoliamoci con il fatto che il coach abbia finalmente individuato nell’approccio troppo morbido ad ogni match, un approccio deconcentrato, disorganizzato, passivo ai limite dalla frustrazione che genera partenze ad handicap in ogni singolo confronto contro qualunque avversaria, uno dei punti di maggiore attenzione, uno di quelli su cui focalizzarsi e lavorare soprattutto con il cervello.
Peccato che, a differenza della Vanoli, Trieste pur sapendo benissimo cosa deve fare per uscire con i due punti dal PalaRadi, non inizia nemmeno a metterlo in pratica. Subisce la solita imbarcata nei primi dieci minuti (attenzione a non colpevolizzare solo l’allenatore per questo: in campo ci vanno i giocatori e le loro teste), poi si deve dannare l’anima anche dal punto di vista fisico per recuperare (e stavolta anche andare avanti nel punteggio), pagando puntualmente lo sforzo con gli interessi nel secondo tempo.
Trieste sa anche di avere un difetto caratteriale nell’arrendersi troppo presto quando subisce un break che la porta sotto con distacchi in doppia cifra, ma quando Cremona in trance realizza un canestro letteralmente ad ogni azione fra il ventesimo ed il trentesimo minuto, si arrende passivamente e non ha più la forza, prima di tutto mentale, per provare a rimettere insieme i cocci, ed anzi molla completamente gli ormeggi andando alla deriva nel consueto, lunghissimo garbage time, un garbage time costellato da nefandezze tecniche (come il retropassaggio di Candussi nelle mani degli avversari in apertura di contropiede, o il fallo antisportivo di Ramsey dopo aver perso la palla palleggiandosi sul ginocchio, o le conclusioni sottomano che si spengono sul primo ferro) che non riesce nemmeno a limare il gap nel momento di massimo sforzo.
Trieste non tira nemmeno con percentuali insufficienti, anzi. Oltretutto sono ben 6 gli uomini in doppia cifra, ma se si concedono 20 rimbalzi in attacco si dispone anche di una valanga di possessi in meno rispetto agli avversari: 78 contro 57.
E’ vero che Trieste va in lunetta ben 34 volte (anche in questo caso con percentuali ottime), ma stavolta non troppe più degli avversari, che tirano dalla linea della carità 29 volte sbagliandone ben 11. Trieste è graziata da questo punto di vista: l’imbarcata avrebbe potuto essere ben peggiore se Cremona avesse sfruttato con maggiore precisione le conclusioni a cronometro fermo.
Posto che nessun giocatore si esprime con una qualità superiore alla sufficienza nei 40 minuti (sprazzi di Brown e Ross, un buon Uthoff nel primo tempo, volontà da parte di Ruzzier, pesante lezione subita da Sissoko, il nulla dagli altri con punte di irritante sufficienza da un Toscano Anderson sperabilmente ancora acciaccato (non sarebbe altrimenti spiegabile né giustificabile il suo rendimento), è necessario cominciare ad affrontare seriamente l’argomento allenatore.
Nessuno degli esperimenti provati porta frutti. E’ comprensibile come con una partita ogni tre giorni sia pressoché impossibile provare soluzioni nuove in palestra e le devi testare in corsa, ma i quintetti ruotati, ed in particolare quelli piccoli, appaiono troppo sbilanciati verso l’esterno, troppo in balia dei lunghi sotto canestro qualunque sia la rotazione difensiva, troppo lontani dal poter giocare in modo credibile in attacco vicini al ferro.
Esperimenti a parte, non appare nemmeno in miglioramento nessuno degli aspetti su cui si sarebbe dovuto lavorare (e che il coach ha già a più riprese evidenziato): apparentemente mancano le idee, manca la consapevolezza di cosa fare e di come farlo, di conseguenza si ripetono sempre gli stessi errori.
Gonzalez torna ad allungare le rotazioni, e questo, anche se fosse determinato dalla necessità di preservare fisicamente i giocatori in vista della trasferta in Turchia, si traduce invariabilmente in una perdita di identità di squadra, di chiara impronta di gioco, di gerarchie che permettano di far comprendere ad ognuno dei giocatori il proprio ruolo ed i propri compiti al di fuori dell’anonimato nel quale languono in questo momento.
Senza contare il fatto che appaia ormai palpabile lo scollamento fra i giocatori americani ed il coach: incomprensione? Incompatibilità? Incomunicabilità?
Non lo sappiamo, né conosciamo eventuali soluzioni in questo momento della stagione. Però il buon Israel ha ben poco da offendersi quando qualcuno glielo fa notare: i risultati e l’andamento delle partite stanno lì a raccontare la realtà con la crudezza disarmante ed incontrovertibile dei numeri.
E poi, sarà un nostro pallino senza pretesa di poter ambire a verità assoluta. Ma vedere nuovamente il coaching staff al completo disteso sulle poltrone in panchina con espressione alla Nosferatu a più di 10 minuti dal termine, trasmette frustrazione e rassegnazione ai giocatori oltre che a chi guarda la partita, trasmette anche il classico comportamento da chi non sa proprio più che pesci pigliare.
Ora, è comprensibile come anche Gonzalez, Nanni e Taccetti, così come l’ultimo tifoso che affoga nella terza birra di serata lo scadente spettacolo televisivo, abbiano battezzata andata la partita a dieci minuti dal termine, ma questa squadra, questi uomini, l’ambiente tutto, hanno bisogno di una scossa, hanno bisogno magari di perdere lo stesso, ma senza arrendersi, senza sbracare, senza fregarsene della dimensione dello scarto finale.
Comportamenti alla Ataman od Obradovic, con le loro plateali esternazioni di rabbia, il turpiloquio, l’aggressione fisica, i cambi punitivi, finanche gli insulti non fanno parte del bagaglio di Gonzalez e sicuramente non di quello della società.
Ma, non temiamo di ripeterci: due piedi in campo, un richiamo a volume adeguato ad usare gli attributi, a far emergere orgoglio ed attaccamento alla maglia, beh quello è indispensabile.
Finire umiliati da Anigbogu e Ndaye può succedere, ma non senza una reazione che se non arriva sul campo deve assolutamente essere declinata partendo dalla panchina.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna