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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Bertram Derthona Tortona   104    –    Pallacanestro Trieste   99        Parziali: 19–23, 22–32, 39–24, 24–20    Progressivi: 19–23 / 41–55 // 80–79 / 104–99

Bertram Derthona Tortona: Vital 21, Hubb 37, Gorham 16, Manjon 2, Pecchia 0, Chapman 2, Tandia n.e., Strautins 11, Baldasso 2, Olejniczak 8, Biligha 5, Riismaa 0. Coach: M. Fioretti. Assistenti: I. Squarcina, A. Vicenzutto.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 12, Martucci n.e., Ross 10, Deangeli 4, Uthoff 13, Ruzzier 7, Sissoko 4, Candussi 10, Iannuzzi n.e., Brown 13, Brooks 4, Ramsey 22. Coach: I. González. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: V. Grigioni, D. Valleriani, M. Attard.

TORTONA – Come una moderna Penelope, Trieste tesse la sua spettacolare tela in un primo tempo che ricorda da vicino quello quasi perfetto disputato a Tenerife, che le consente di toccare i 15 punti di vantaggio figli di una autorevolezza e di una sicurezza finora sconosciute.
Salvo poi disfarla completamente in un secondo tempo in cui si siede in difesa, battezzando colpevolmente avversari oggettivamente in trance agonistica, una trance innescata e stimolata in modo decisivo, però, da un atteggiamento difensivo biancorosso tornato colpevolmente pigro e disorganizzato, che ritiene di potersi permettere il lusso di “battezzare” avversari che non aspettano altro che di essere sfidati, lasciati liberi di prendersi conclusioni aperte, piedi a terra e ad altissima percentuale, con la conseguenza di consegnare loro in modo definitivo l’inerzia dell’incontro.
Perché se è vero che percentuali simili Tortona ed in particolare Hubb non le avevano mai tenute in stagione, è anche evidente che sfiorare il record ogni tempo di punti subiti in un quarto (39, contro i 44 subiti a Trapani l’anno scorso) è un’impresa che non può che avere la corresponsabilità decisiva di un gruppo squadra -coaching team compreso, beninteso- che appare quasi sorpreso dalla prevedibilissima reazione degli avversari al rientro dagli spogliatoi, neanche se buttare sul campo tutte le energie di cui si è in possesso per recuperare 14 punti di passivo in casa propria fosse una mossa segreta o non pronosticatile.
Trieste, invece, difende altissima sulle gambe, Hubb si prende gioco degli avversari di turno tirando in faccia a un Ramsey più attento ad arrotondare il suo score in attacco davanti al rivale Vidal che a dedicarsi allo sforzo comune, ma anche battendo sistematicamente nell’uno contro uno Toscano Anderson che rimane costantemente due metri dietro il primo passo dell’avversario, mandando al bar Sissoko con finta e controfinta, per non parlare della facilità con cui attacca con inquietante continuità un Michele Ruzzier che ovviamente non ha i mezzi atletici per contrastarlo.
Il tutto condito dall’inspiegabile rifiuto da parte di coach Gonzalez di rischiare sull’avversario più on fire la carta del miglior difensore che ha a disposizione, un Markel Brown notoriamente più fastidioso per ogni avversario di una zanzara in una calda notte estiva (togliendolo naturalmente da altri compiti altrettanto fondamentali su Vital o Majon), oppure di inserire uno che una volta era considerato uno specialista difensivo, ma da quando ha aggiunto anche skills in attacco non viene più preso in considerazione nemmeno quando spendere un paio di falli, giocare mani addosso, digrignare i denti, sporcare ogni singolo passaggio, usare i gomiti sulle schiene nei momenti più difficili delle partite diventa questione di vita o di morte ancor più di segnare un paio di canestri di rapina: Lodo Deangeli nel secondo tempo viene dimenticato sul pino, vai a sapere il perché.
Il coach, peraltro, non tenta nemmeno di interrompere con un time out una deriva che chiunque nell’avvenieristico fiammante impianto di Tortona aveva capito a cosa avrebbe portato.
Ma neanche l’incredibile esibizione balistica di Tortona dal ventesimo al trentesimo minuto sarebbe stata di per sé stesso sufficiente ad abbattere un’avversaria che partiva da un vantaggio cospicuo accumulato nel primo tempo e che aveva dimostrato di poter mettere in grandissima difficoltà la difesa bianconera grazie al suo gioco organizzato e velocissimo, con responsabilità diffuse e distribuite, e per questo del tutto imprevedibile.
A riuscirci ci pensa proprio l’attacco triestino, che dopo soli quindici minuti passati a rilassarsi in spogliatoio torna invece ad affidarsi al solo talento isolato dei singoli, smette di condividere il pallone, prende di conseguenza conclusioni fuori ritmo, illogiche, contrastate, che spessissimo arrivano sconclusionate negli ultimi quattro-cinque secondi di azione dopo tanto tempo passato ad evitare in extremis palle perse conseguenti a passaggi sbagliati, a riassestare l’organizzazione dei giochi offensivi partiti in ritardo o eseguiti male, a guardare Colbey Ross (e Michele Ruzzier) palleggiare all’infinito rimanendo immobili nei quattro angoli della metà campo avversaria.
Nessuna sorpresa, dunque, che alla distanza arrivi la spallata decisiva: quando Brown, Toscano Anderson, Ramsey ed un Ross che si esibisce in una prestazione balistica raccapricciante (pur piazzando 8 assist), smettono di trovare il fondo della retina anche con iniziative fuori da ogni schema, la luce si spegne definitivamente.
Trieste ha l’unico merito di scuotersi nell’ultimo minuto, quando sul -10 e le chiavi per l’imbarcata consegnate definitivamente nelle mani di avversari per nulla disposti ad alzare il piede dall’acceleratore, si ricorda che, magari, difendere la differenza canestri negli scontri diretti potrebbe avere un certo peso a fine campionato, e con un paio di lampi riesce addirittura a riaprire l’incontro.
Sforzo che si rivela, come prevedibile, un fuoco di paglia, ma che almeno vale la conquista di questo molto secondario obiettivo.
Una partita, quella a Tortona, che definisce con inquietante precisione l’intera stagione biancorossa: un saliscendi continuo di rendimento, una squadra infarcita di enorme talento quasi mai sufficiente per rivelarsi di per sé stesso vincente contro avversarie di pari o maggior valore, un senso di incompiutezza che fa puntualmente seguire abissi inquietanti (quasi sempre decisivi in senso negativo) a vette entusiasmanti (che dal canto loro si dimostrano vincenti esclusivamente con squadre di medio-bassa classifica).
Una squadra che non è evidentemente strutturata per affrontare in modo convincente due competizioni che assorbono enormi energie, troppe per un roster solo sulla carta composto da 11 giocatori, ma che in verità può davvero contare su non più di 7-8 uomini.
Una tenuta mentale tutta da costruire, aspetto certamente in miglioramento rispetto ad ottobre-novembre (la stessa partita prima della fine dell’anno si sarebbe tradotta quasi certamente in un ventello sul groppone con musi lunghi, teste basse, braccia lungo il corpo e gambe immobili) ma ancora non sufficiente per rivelarsi davvero decisivo.
Mai come a Tortona parlare dei singoli ha pochissimo senso: se la brillantezza sui due lati del campo che caratterizza l’esibizione dei primi venti minuti nasce proprio dallo sforzo collettivo, sublimato certo dai lampi di classe dei singoli che però condividono a rotazione iniziative e responsabilità, così le colpe della debacle nel secondo tempo vanno distribuite in egual misura fra tutti i membri del roster, per un motivo o per l’altro nessuno escluso.
Alla fine i giocatori triestini in doppia cifra sono ben 6 (con il solo Ramsey oltre i 20 punti), la sfida a rimbalzo viene sostanzialmente pareggiata, come il computo delle palle perse.
Trieste vanta addirittura una valutazione complessiva migliore di Tortona, tira meglio da due ma molto peggio da tre, sbagliando anche 5 tiri liberi su 21 (perdendo poi di cinque…).
La differenza la fa lo squilibrio fra la quantità di conclusioni da due e quelle da tre punti tentate dalle due squadre: Trieste si incaponisce nel prendere tiri da fuori anche quando gli avversari sono in bonus per quasi sette minuti nel terzo quarto (tornando a tirare malissimo dopo un buon primo tempo), Tortona, invece, martella con grande continuità con conclusioni facili cercando di arrivare sistematicamente al ferro.
Su chi abbia avuto ragione pare abbastanza evidente quando si guarda un box score che recita 39-24 in un quarto.
Appare ancora una volta evidente come un ulteriore puntello sotto canestro, specie quando Sissoko viene cancellato dal campo (avviene raramente, ma è evidente quanto il maliano soffra pari ruolo ruvidi ben oltre il limite della cattiveria, esperti, magari poco esplosivi, in grado di fare non più di tre-quattro movimenti eseguendoli, però, alla perfezione come il polacco Olejniczak), Candussi si tiene ben lontano dal ferro, Brooks continua ad accumulare mesi sulla carta d’identità ed in previsione di possibili ulteriori infortuni o semplici indisposizioni, diventi una necessità improrogabile più che un semplice consiglio per gli acquisti.
Posto che la sconfitta non cambia pressoché nulla in classifica (tranne permettere alle dirette inseguitrici di avvicinarsi ulteriormente), ora sono in arrivo partite decisive come quella con Gran Canaria, che in buona sostanza definirà le residue possibilità di qualificazione al turno successivo di BCL, ed il quarto di finale di Coppa Italia contro una Milano a sua volta incerottata: un eventuale intervento sul mercato dipenderà dalle reali ambizioni del club in entrambe le competizioni.
Di certo c’è che, così, oltretutto con il “buco” creato nel roster da un giocatore tutto sommato importante come Moretti, ben difficilmente questa squadra potrà permettersi di rialzarsi dal manto di mediocrità che ne ha finora caratterizzato prestazioni e risultati, affibiandole un gradimento in calo da parte della piazza: certo, piazzamenti importanti, anche se non portano trofei, non sono mai scontati e vanno accolti a braccia aperte specie ripensando a dove Trieste si trovava solo un paio di stagioni fa, non fosse che nel settembre eravamo qui a parlare di ben altro…

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna