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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
PALLACANESTRO TRIESTE – UMANA REYER VENEZIA 78 – 84 (14-27; 21-27; 30-12; 12-18)
PALLACANESTRO TRIESTE: Toscano-Anderson 12, Martucci, Ross, Cinquepalmi, Deangeli 4, Uthoff 5, Ruzzier 15, Sissoko 11, Candussi 7, Iannuzzi 2, Bannan, Ramsey 22. All. Taccetti.
UMANA REYER VENEZIA: Tessitori 2, Cole 16, Lever 7, De Nicolao, Candì 6, Bowman 7, Wheatle 13, Nikolic 17, Janelidze, Parks 11, Wiltjer 2, Valentine 3. All. Spahija.
ARBITRI: Sahin, Nicolin i, Miniati.
TRIESTE – Alla fine a Trieste manca veramente pochissimo, davvero qualche piccolo particolare, per completare quello che sarebbe stato un vero e proprio capolavoro rinascimentale: una rimonta dall’inferno del -19 frutto del dominio veneziano senza discussioni nei primi venti minuti, attraverso l’inferno vero in cui si trasforma il PalaTrieste nel terzo quarto per sospingere la sua squadra verso un sorpasso che pareva impossibile, fino al purgatorio agrodolce del quarantesimo minuto, costituito da due punti in classifica che prendono inesorabilmente la via lagunare ma anche dalla consapevolezza che carattere e capacità di reazione, impronta ben definita del #thetaccioeffect, pervadono un roster ancora menomato da pesanti assenze, tuttavia incapace di arrendersi alle difficoltà.
C’è anche da ammettere la superiorità di una squadra lunghissima, un roster in grado di ammortizzare l’assenza di Horton potendosi comunque permettere di ruotare dieci giocatori, portando i cinque più letali ad uccidere la contesa negli ultimi tre minuti facendoli uscire da fondamentali minuti a rifiatare in panchina. Trieste dalla sua ha la generosità, il talento offensivo, l’energia dei tifosi, ma paga pesantemente lo sforzo immane per riaprire il match nel terzo quarto arrivando stremata e poco lucida al momento decisivo, quando freddezza, focus e freschezza atletica permettono di prendere le scelte a più alta percentuale.
La squadra di Taccetti, al contrario, sbaglia possessi fondamentali proprio sul più bello: un paio di tiri liberi di Sissoko, un tagliafuori non eseguito su un airball raccolto da Lever che realizza al ventiquattresimo secondo il canestro della quasi sicurezza.
Sfumature difensive che inducono a spendere falli che vogliono dire tiri liberi dalle mani di giocatori che li mettono in cassaforte.
Ed alcuni fischi perlomeno dubbi, che in occasione di ogni episodio border line vanno sistematicamente a premiare la squadra più blasonata: intendiamoci, Sahin, Nicolini e Miniati probabilmente non determinano il risultato perché Trieste questa partita l’avrebbe quasi certamente persa ugualmente.
Ma la quantità di contatti non sanzionati sotto il canestro della Reyer, una rimessa dal fondo assegnata inizialmente a Trieste (in modo assolutamente corretto), invertita dopo la consultazione di un instant replay che non può aver evidenziato nulla di diverso, un metro non limpidamente equanime soprattutto nei concitati minuti finali che porta ad ignorare un fallo sulla conclusione da tre di Toscano Anderson che pareva piuttosto evidente (e che avrebbe potenzialmente permesso di rendere decisivo l’ultimo possesso), mantengono l’inerzia saldamente nelle mani di Cole & Co, peraltro maestri nel capitalizzare la situazione con grande sicurezza.
Ma arrivare stremati negli ultimi tre minuti, pagandone lo scotto con gli interessi, è naturalmente frutto di tutto ciò che non è funzionato in quelli precedenti, ed in particolare nel corso di un primo tempo nel quale la squadra triestina torna a difendere in un modo che assomiglia pericolosamente a quello delle prime esibizioni autunnali: difficoltà estrema nel pick and roll, disattenzione nell’accorgersi del taglio dal lato debole, ritardo negli aiuti sul perimetro che lascia sistematicamente l’avversario libero di prendersi conclusioni da oltre l’arco piedi a terra con metri di libertà, disattenzioni che permettono la conquista di troppi rimbalzi offensivi con conseguenti seconde chances concesse alla Reyer, lentezza nelle transizioni difensive, rotazioni poco coordinate che portano sistematicamente un piccolo (spesso Ruzzier) a trovarsi da solo sotto il ferro a contrastare i lunghi avversari puntualmente serviti per sfruttare i mismatch.
Tutti difetti ben noti, sui quali il nuovo coach sta lavorando alla clemente, che parevano attenuati se non scomparsi negli ultimi dieci giorni ma che invece fanno di nuovo capolino.
E’ ovvio che siano difetti costosissimi contro una squadra dotata di un pacchetto di esterni letale sia quando tira da fuori che quando decide di attaccare il ferro: il gap accumulato nei primi venti minuti consegue in grandissima parte proprio da questo aspetto, anche perché in attacco i biancorossi tutto sommato tengono botta.
La dispendiosa reazione del terzo quarto deriva soprattutto da una svolta nervosa più che tecnica: Venezia, specie nella prima parte del quarto, continua a godere di praterie per concludere indisturbata da fuori, ma inizia inaspettatamente a farlo con percentuali insufficienti di realizzazione.
Parks, Valentine, Bowman, Cole, Wiltjer sbagliano tiri in campo apertissimo consegnando gradualmente l’inerzia nelle mani di avversari che prendono a mano a mano più coraggio, fino a svoltare, una buona volta, anche nell’intensità difensiva e nella lotta a rimbalzo.
E’ il momento nel quale a pesare è l’enorme tesoretto di talento di cui dispone Trieste nonostante le croniche assenze di Ross e Brown: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff, Ruzzier, lo stesso Candussi mettono in scena un martellamento a cui, per risultare vincente, manca solo la stoccata finale.
Trieste porta quattro uomini su otto in doppia cifra, piazza 12 assist, pareggia con Venezia il computo dei rimbalzi distribuendo il bottino sotto le plance in modo piuttosto omogeneo: la squadra sbaglia, rientra, lotta, perde spalmando responsabilità ed iniziativa su tutto il roster, togliendo dunque punti di riferimento agli avversari.
E’ vero che Ramsey è il terminale prediletto, quello dotato di talento talmente straripante da risultare pressoché immancabile per chiunque.
Ma non è lui il solo protagonista della riscossa, e questo aspetto infonde perlomeno una discreta dose di ottimismo per il finale di stagione.
Un finale che vedrà prestissimo il sospirato rientro di Colbey Ross, un rientro che permetterà a Michele Ruzzier di tornare a fare il back up di lusso, l’uomo d’ordine in grado di uscire dalla panchina quando è necessario un gioco più ragionato, più frutto di fosforo che di esuberanza creativa.
E permetterà anche a Toscano Anderson di tornare a fare la guardia o l’ala piccola, sollevandolo dall’onere di sacrificarsi da point guard, compito che può svolgere ma che lo toglie dalla sua comfort zone.
Se poi, prima o poi, dovesse tornare disponibile anche Markel Brown (quanto sia pesata l’assenza di entrambi contro Venezia è incalcolabile) allora sarebbe il tempo di scelte difficilissime: il nuovo arrivato australiano Josh Bannon, infatti, appare ancora avulso dai meccanismi della squadra, ci mette enorme energia ma risulta ancora impacciato e dunque impreciso.
D’altro canto, ridà un indispensabile spessore per peso, centimetri e reattività al reparto lunghi. Scelta che naturalmente dipenderà dal piano partita in funzione degli avversari di turno, ma che necessariamente toglierà qualcosa negli altri ruoli.
Infine, una nota a margine non legata strettamente alla partita per due avversari.
Uno, Denzel Valentine, più che da avversario viene accolto dal popolo del PalaTrieste come se vestisse ancora la jersey biancorossa.
Il chitarrista non si sottrae all’abbraccio dei suoi ex tifosi, stringe mani, si presta ai selfies, si gode la sua canzone sparata a palla dagli altoparlanti.
Poi spara a salve, tirando 0 su 1 da due e 1 su 5 da tre verso quelli che furono i canestri di casa per nove mesi, al termine va comunque sotto la curva a schitarrare ed a raccogliere l’abbraccio dei fans: un giocatore da prendere o lasciare (il suo coach vista la prestazione lo avrebbe volentieri lasciato), però un personaggio capace di catalizzare un intero popolo. Consigli per gli acquisti.
Il secondo avversario, il monumentale Neven Spahija in sala stampa al termine della partita.
Dopo la consueta analisi del match, senza nemmeno essere stimolato a farlo, si spinge a dichiarare la sua speranza che la Pallacanestro Trieste possa continuare a vivere in questa città, per la sua tradizione, per la sua importanza per la pallacanestro italiana, per il ricordo di ciò che avvenne ai tempi di Tanjevic e Fucka e che non deve più avvenire.
Per la prima volta un coach avversario, oltretutto vincitore, esce fra gli applausi convinti ed unanimi dei giornalisti di marca avversa.
Un segnale significativo di quale sia il sentiment sulla vicenda di chi non ragiona in dollari, marketing, business (o “equidistanza e rispetto delle regole” all’amatriciana) ma in termini di storia e cultura sportiva.
Alla fine, purtroppo, conterà il giusto. Ma, se l’obbrobrio si concretizzerà, sarà un “crimine” legale non certo perpetrato nel nome di chi la pallacanestro europea ce l’ha tatuata sulla pelle.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna