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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Dreamland Gran Canaria  71 – Pallacanestro Trieste  77    Parziali: 21-26, 18-12, 13-15, 19-24     Progressivi: 21-26 / 39-38 // 52-53 / 71-77

Dreamland Gran Canaria: Wong 4, Heinonen n.e., Vila 6, Samar 9, Albicy 3, Brussino 6, Salvo 0, Alocen 2, Pelos 19, Tobey 8, Labeyrie 3, Robertson 11.
Coach: J. Lakovic. Assistenti: V. Garcia, A.S. Garcia.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Deangeli 6, Uthoff 9, Ruzzier 1, Candussi 3, Iannuzzi 2, Brown 14, Brooks 10, Moretti n.e., Ramsey 21.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: Y. Rosso, M. Horozov, G. Jacobs.

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – Israel González chiude il cerchio: era emigrato da Las Palmas de Gran Canaria verso Berlino nel 2017 dopo otto anni indimenticabili trascorsi da vice allenatore, vi torna da head coach di Trieste, accolto dagli applausi sinceri delle poche centinaia di spettatori presenti, e si prende la migliore rivincita personale che il destino potesse offrirgli.
Settimane, mesi di tensioni, di dubbi, di critiche a volte anche aspre, si dissolvono in questo palazzone da 10.500 posti, praticamente casa sua, grazie alla prestazione di una squadra che pare letteralmente tornata.
Tornata ad avere il focus, la determinazione, l’intensità indispensabili a questi livelli. Tornata ad avere l’occhio della tigre quando deve mettere la zampata tramortente e portare a casa la vittoria ma anche quando si trova a dover rintuzzare e reagire alle fiammate degli avversari che potrebbero metterla al tappeto. Tornata a difendere con attenzione e ferocia agonistica, tornata a costruire attacchi sensati, pazienti e ben organizzati.
Tornata a condividere il pallone (talvolta pure troppo). Tornata a divertirsi, e quindi a divertire. Tornata, infine, quella che aveva reso la passata stagione una delle più amate e godibili della sua storia recente.
Poco importa se la Dreamland Gran Canaria è ormai una nobile decaduta del basket europeo, in grande difficoltà anche in patria (ma reduce da un record di 6 vinte e zero perse nel girone di qualificazione in BCL, è bene ricordarlo), al centro di polemiche su supposti mancati pagamenti degli stipendi e reduce da pesanti rovesci in ACB Liga.
A casa loro le squadre spagnole sono sempre un osso durissimo, e la squadra di Lakovic, a differenza di Trieste, si presenta all’esordio nel Round of 16 al gran completo, ulteriormente rafforzata dall’arrivo in extremis della guardia (vecchia conoscenza del basket italiano) Kassius Robertson.
Una squadra dal fisico strabordante, specialmente nel ruolo in cui Trieste soffre maggiormente, nel pitturato e sotto il ferro, ben decisa a far valere questo evidente vantaggio strategico come del resto ben fatto dallo Szolnoki in tutte e tre le partite di play-in.
Una squadra che fa della difesa intensa e dura sempre al limite del fallo sul perimetro il suo punto di forza, e per Trieste, che ha proprio nella pericolosità dei suoi esterni la chiave fondamentale della sua fase offensiva (specie finché non rientrerà Sissoko) non è una buona notizia.
Ma la squadra di Gonzalez non si scompone. Complice la decisione del coach di tener seduto Davide Moretti, la cui esclusione odora di bocciatura definitiva, esordisce addirittura in quintetto Pietro Iannuzzi, evidentemente premiato per quanto mostrato in allenamento.
Fin dalla palla a due la squadra triestina mostra di soffrire a rimbalzo, come previsto, sui due lati del campo, specialmente sotto il proprio canestro dove concede una marea di seconde e terze chance a Tobey, Pelos, Samar e Labeyrie (saranno addirittura 23 i rimbalzi offensivi catturati dai gialli isolani).
Soffre tantissimo nel costruire tiri aperti da tre, ed infatti la percentuale da oltre l’arco è deficitaria, ma capisce che, una volta battuta la prima linea difensiva con gli specialisti dell’uno contro uno Ramsey, Toscano Anderson e Markel Brown si sarebbero creati i presupposti per arrivare al ferro o scaricare negli angoli quando la difesa collassa sul penetrante.
L’attacco triestino è continuo, martellante, vario ed imprevedibile perché tutti possono essere ugualmente letali. Gran Canaria è prima sorpresa, poi confusa, infine tramortita. Pasticcia in attacco, consente agli avversari triestini di prendere coraggio e confidenza, consegnando agli all blacks di Gonzalez l’inerzia dell’incontro, mantenuta in pratica fino alla fine della partita.
In effetti, nonostante le fugaci fiammate dei canarini, Trieste ha il neoacquisito pregio di non scomporsi mai, di non perdere mai la pazienza, di non concedere nulla a quell’atteggiamento frustrato di fronte ai break avversari che aveva reso la prima parte di stagione un vero e proprio calvario per chi ne osservava le gesta.
In assenza di Colbey Ross, e magari anche con Michele Ruzzier in campo (a maggior ragione quando Michele ha bisogno di qualche giro in panca a rifiatare) la squadra si affida a rotazione praticamente a tutti i suoi effettivi per portare palla e costruire i giochi.
Che lo faccia Toscano Anderson ormai è consuetudine, ma a Las Palmas Gonzalez può schierare almeno sette all around capaci di giocare spalle a canestro così come di fungere da point guard, di attaccare il ferro così come di tirare da fuori, di difendere (e stoppare) i lunghi così come di raddoppiare sistematicamente il tiratore da tre.
Il finale di partita conferma anche la piacevole sensazione che la squadra ora sia in grado di metterci tutta la lucidità necessaria (latente in troppe trasferte precedenti) quando il gioco si fa duro ed i palloni iniziano a pesare una tonnellata.
Complice anche una gestione impeccabile di rotazioni e chiamate da parte del coaching staff, Trieste prende sempre le decisioni giuste, mette il giocatore migliore nelle migliori condizioni di andare al tiro, evita errori sanguinosi in difesa, abbatte ogni certezza residua degli avversari e si impone in modo perentorio gestendo con intelligenza gli ultimi secondi, violando per la prima volta in questa edizione della BCL quello che resta del “fortin canario”.
C’è da dire che, sempre di più, si sta palesando la dimostrazione del vero motivo per il quale i Golden State Warriors scelsero di ritagliare un ruolo di rilievo ad un giocatore che fino ad un mese fa pareva un alieno catapultato in un mondo al quale mostrava di non potersi adattare, ma che nel raggiungimento degli obiettivi di metà stagione ed in questa prestigiosa vittoria in trasferta si dimostra di partita in partita più decisivo, a tratti devastante molto oltre quanto mostrato dal tabellino (che comunque recita 11 punti, 5 rimbalzi, 2 stoppate e 2 palle recuperate per un +9 di plus/minus).
JTA è un all around capace di fare tutto e bene, ma soprattutto capace di infondere sicurezza e leadership a vagonate nei 25 minuti che passa sul parquet ed anche nei 15 in cui funge da coach aggiunto dalla panchina.
Ed ha pure il pregio di aver elevato in modo iperbolico la pericolosità offensiva di un giocatore fino a ieri considerato esclusivamente un componente dello special team difensivo, ma che si sta velocemente trasformando in un giocatore completo e determinante: 15 minuti in campo per Lodo Deangeli, destinatario preferito dei dolcetti messi nelle sue mani dal califfo messicano (6 assist per lui), ma soprattutto tanta personalità finora sconosciuta, incremento della consapevolezza nei propri mezzi conditi anche da tanta qualità cestistica vera.
Il co-capitano triestino è finora, probabilmente il Most Improved Player del roster biancorosso.
Come se ce ne fosse bisogno, anche la partita di Gran Canaria conferma ciò che ormai a Trieste sanno anche i sassi: i finali di partita sono il terreno di caccia principe per un attaccante puro come Jahmi’us Ramsey, uno che può anche litigare con il canestro per 30 minuti, può anche perdere qualche pallone in modo banale, può anche prendere decisioni testarde uno contro tutti.
Può anche arrivare ad iniziare i minuti che decidono la partita con un bottino di 6-8 punti. Poi, al quarantesimo, uno guarda il boxscore e, invariabilmente, si accorge che il suo ventello abbondante lo iscrive sempre sul tabellone.
Un ventello fatto di attacchi al ferro nei quali subisce dai tre ai quattro contatti (ma lui, curiosamente, alza la percentuale da sotto proprio quando viene tamponato dal difensore), di triple coraggiose segno di grande fiducia, di una forza fisica nell’uno contro uno che lo rende pressoché immarcabile da quasi ogni avversario in Europa.
Potremmo ovviamente citare la prestazione cattedratica di un Jeff Brooks tornato vicino al suo 100%, praticamente un concentrato di sapienza cestistica che si traduce in 10 punti frutto di un 5/7 al tiro (5/6 da sotto), condito da 6 rimbalzi e due assist.
Potremmo anche citare la generosità di Markel Brown, che compensa il periodo di evidente stanchezza con la consueta leadership, la sua esperienza negli episodi chiave, la sua costante feroce determinazione nel voler raggiungere il risultato.
Potremmo raccontare anche del ritorno di Jarrod Uthoff sui livelli più consoni al suo livello, quello che i tifosi triestini ben conoscono dalla passata stagione ma che era andato un po’ perduto nei primi due mesi di stagione.
Potremmo, infine, parlare della prestazione ordinata di un Michele Ruzzier che non incide in attacco e perde un paio di palloni in apertura di secondo tempo che potrebbero innescare un pericoloso break avversario, ma che quando è in campo costruisce il gioco con acume e razionalità, e della difficoltà, peraltro ampiamente prevedibile, di Francesco Candussi nel contenere da solo il tandem Pelos-Tobey, davvero troppo debordante dal punto di vista fisico e tecnico, ma anche del suo contributo nell’andare a sportellate sotto il ferro in attacco per aprire le autostrade che consentono il martellamento di JTA e Ramsey.
Potremmo raccontare tutto questo, oppure potremmo limitarci a constatare come finalmente Trieste sia tornata ad essere una squadra: non si contano le azioni nelle quali tutti e cinque i giocatori toccano il pallone, gli extra pass per liberare l’uomo meglio piazzato, i contropiede ben gestiti in tre contro due o tre contro uno, i raddoppi puntuali sui cambi difensivi che creano mismatch.
Share the game è il motto di Mike Arcieri, che descrive la pallacanestro che più ama, quella per la quale ha scelto questi uomini durante l’estate.
La scena intravista in mezzo al campo prima dei secondi finali, a partita ancora potenzialmente aperta in uscita da un time out, riassume bene questo concetto: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff e Brooks si riuniscono in un huddle nel quale vengono catechizzati ed incoraggiati da Markel Brown, si scambiano indicazioni, appaiono visivamente decisi a non voler mollare il piede dall’acceleratore nemmeno per un decimo di secondo.
Ciò che ne consegue è il fallimento dell’assalto finale degli spagnoli ed una vittoria buona anche per l’eventuale difesa della differenza canestri nella partita di ritorno.
Cosa possa essere successo in questi ultimi venti giorni non è dato sapere, ma la trasformazione dell’atteggiamento, prima ancora che della qualità del gioco e dunque del rendimento, è talmente evidente e strabordante che si è inevitabilmente tradotta in vittorie in Italia ed in Europa.
Che si stia realizzando la tanto evocata crescita di una squadra che “aveva bisogno di tempo” (cit.), che vi sia una sorta di gentlemen agreement fra i giocatori ed il coach, magari nemmeno sancito a parole, capace di porre fine, una buona volta, alla separazione in casa che pareva un fatto assodato, che vi sia un rimbalzo di orgoglio da parte di giocatori abituati ad essere dei vincenti ma che erano preda di un circolo vizioso e frustrante, che vi sia la necessità di vendersi bene sul mercato per la prossima stagione, o che più probabilmente si sia concretizzato un mix di tutto ciò, ha importanza relativa.
Ciò che più conta è che tale metamorfosi arriva proprio alla vigilia della fase più importante della stagione, quella nella quale i sogni possono diventare realtà, quella nella quale gli obiettivi di mezza stagione si debbono trasformare in risultati veri, quella nella quale Trieste potrebbe diventare una reale mina vagante a Torino e potrebbe guadagnarsi una inedita credibilità europea.
Quella nella quale riaccoglierà dopo un paio di mesi il suo centro titolare ed il suo playmaker americano, e magari, chissà, potrà annunciare qualche nuovo innesto capace di innescare il boost definitivo. I 5700 del PalaTrieste, davvero, non aspettano altro.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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NHSZ-Szolnoki Olajbányász 86 – Pallacanestro Trieste 87         Progressivi: 21-28 / 38-43 // 64-64 / 86-87      Parziali: 21-28, 17-15, 25-21, 23-23.

NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthdard 6, Barnes 12, Holt 8, Molnar 0, Rudner 6, Krnjajski 20, Skeens 9, Horvath n.e., Somogyi 25, Vrabac 0.
Coach: V. Bosnic. Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 12, Deangeli 2, Uthoff 8, Ruzzier 8, Candussi 14, Iannuzzi n.e., Brown 10, Brooks 14, Moretti 0, Ramsey 19.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: W. Liszka, M. Vulic, P. Marques. 

MISKOLC (Ungheria) – Si conclude nel migliore dei modi la settimana più lunga della stagione triestina.
Problemi, infortuni, nervosismo, pubblico spazientito, giocatori sottoperformanti, critiche talvolta ingenerose, spesso centratissime.
Tutto (forse) vero, ma i biancorossi si ritrovano alla grande proprio nel momento cruciale, quando hanno le spalle al muro in LBA e in BCL, quando devono disputare in apnea, stremati da un assurdo tour de force da cinque partite in dieci giorni, due finali che ne decidono senza appello il destino su due dei tre fronti in cui sono impegnati (con il pesante fardello delle grandissime ambizioni della vigilia) e che, fino a sabato scorso, rischiavano concretamente di dover mestamente abbandonare.
Vittorie imperfette, potremmo star qui a trovare il pelo nell’uovo nelle prestazioni contro Cantù ed in Ungheria, ma mai come oggi è il risultato a prevalere su tutto il resto. Un risultato che sta lì a sancire in modo incontrovertibile, reso tale dall’evidenza dei fatti, che il club aveva ancora una volta ragione.
Ragione nel resistere agli attacchi del mondo intero, a resistere alla tentazione di arrendersi a dover sacrificare un coach su cui aveva puntato tanto della sua credibilità, ad evitare di andare sul mercato per assecondare 6000 persone che sempre più insistentemente facevano notare come l’assenza infinita dell’asse playmaker-centro titolare, se non tamponata, avrebbe rischiato di minare l’intera stagione.
Comprare per comprare non è mai stato nelle corde del GM, ma stavolta arrivare sesti a metà campionato (sarebbe stato comunque un settimo posto anche senza la radiazione di Trapani) e ricavarsi un posto al sole nella maggiore competizione della FIBA con le rotazioni minate alla base dal forfait di Ross e Sissoko -peraltro precedute dalla lungodegenza di Brooks e dalle tre partite giocate senza lo stesso Ross- non era un’operazione scontata.
Anzi, diciamolo francamente: alzi la mano chi onestamente avrebbe scommesso solo due settimane fa, o anche al termine della mazzata di Trento, sulle possibilità di rimanere vivi senza cambiare allenatore e senza nuovi arrivi. Noi, onestamente, non l’avremmo fatto.
Che poi la doppietta arrivi (anche) grazie ad un tiro di Bortolani finito sul secondo ferro ed una stoppata che rimedia ad una difesa rivedibile sull’ultima rimessa ungherese, è il segno di come nello sport, oltre che nella vita, sia necessaria anche una discreta dose di buona sorte.
Alla DVTK Arena di Miskolc, davanti a sette commoventi tifosi triestini avventuratisi nell’innevata puszta ungherese in un qualsiasi giorno feriale di metà gennaio, Trieste gioca la partita che doveva giocare per pensare di uscirne indenne.
Posto che dal punto di vista fisico Trieste avrebbe inesorabilmente pagato dazio, con con lo Szolnok capolista in patria che sapientemente si fa rimandare la partita di campionato di domenica per arrivare fresca e riposata allo spareggio, posto anche che dal punto di vista tecnico, al terzo confronto in pochi giorni, Gonzalez e Bosnic non avrebbero potuto inventarsi nulla di nuovo, l’unica via per portarla a casa sarebbe stata quella di reggere meglio possibile l’impatto iniziale per poi giocarsela sul filo dei nervi e dell’esperienza.
Trieste, infatti, dimentica il 4-22 di giovedì scorso (o meglio, se ne ricorda perfettamente provando ancora fitte di frustrazione) e mena da subito le danze, smettendo di sparacchiare da tre ben consapevole che gli ungheresi non hanno gambe, fisico e tecnica per contenere gli uno contro uno di JTA, Ramsey e Brown ma anche di un Ruzzier maestro nel “penetra e scarica”.
Il computo delle conclusioni si ribalta su una inedita prevalenza di quelle da sotto canestro, condite da un imprevisto dominio a rimbalzo (specie dopo la quadrupla doppia che aveva visto protagonista Skeens in G1 e G2).
L’importanza di iniziare bene la partita impossessandosi da subito dell’inerzia si rivela determinante: costringe uno Szolnoki come sempre arrembante, intenso, che aggredisce ogni possesso sui due lati del campo rimanendo comunque sempre ad inseguire, a rendersi conto che il solo atteggiamento stavolta non sarebbe bastato, minandone le sicurezze.
Il messaggio è forte e chiaro: Szolnok alla fine potrà anche avanzare nel Round of Sixteen, ma per farlo dovrà sudare fino all’ultima goccia di sudore.
Trieste, a dire il vero, ci mette anche tanta inedita qualità, specie per un quarto e mezzo, finché gambe e conseguente lucidità reggono.
JTA si esibisce in un paio di Eurostep da antologia, brutalizzando i troppo flemmatici lunghi avversari anche nel backcourt con un paio di stoppate stordenti.
Ma in generale la palla gira che è una meraviglia, veloce e precisa, in attacchi organizzati e razionali, finendo quasi sempre nelle mani del giocatore meglio posizionato per andare a concludere in sicurezza.
I magiari rispondono con un monumentale Somogyi (incensato alla fine con un endorsement quasi blasfemo da Toscano Anderson) e con un precisissimo Krnjajski, infallibile nel tiro dalla media distanza e nei micidiali floater da due metri, ma soffrono per la serataccia al tiro di Darthard (giustiziere a Trieste) e per le inattese difficoltà sotto canestro sui due lati del campo di Skeens.
Trieste conduce sempre le danze, ma lo fa “ad elastico” perchè i padroni di casa, sospinti dallo sparuto pubblico, barcollano ma non cadono mai veramente.
La partita si fa equilibrata ed emozionante a mano a mano che ci si avvicina alla fine, ogni tentativo di fuga di Trieste viene rintuzzato, anche quello che parrebbe definitivo a cinque minuti dalla sirena, un 45-54 dissolto dal 10-0 in poco più di un minuto generato dall’arrembaggio dello Szolnik coniugato alla stanchezza dei giocatori triestini che iniziano ad intravvedere San Filippo Martire sorridere in cima al tabellone invece del traguardo che speravano di poter già toccare.
La partita si trasforma in una corrida, ma i biancorossi hanno l’enorme merito di non deragliare come avvenuto troppo spesso in passato, specie fuori casa, quando gli avversari piazzano la violenta spallata finale.
Anzi, trovano le giocate giuste in attacco pur inframezzate da alcune fisiologiche assurdità tecniche.
Le rotazioni vengono centellinate con il contagocce, per Gonzalez è troppo importante ritrovarsi con i giocatori giusti lucidi e “cattivi” nei possessi decisivi.
Un Gonzalez che dimostra, oltretutto, di avere le idee chiare e di riuscire a trasferirle ai suoi uomini durante time out nei quali si dimostra inaspettatamente determinato. Markel Brown perde però il pallone che può costare la qualificazione a 15 secondi dalla fine, lo Szolnoki mette il naso avanti in contropiede fra il tripudio generale, ma l’ultima azione è una questione per giocatori esperti e tifosi con coronarie salde.
L’air ball da tre di Ruzzier si trasforma nell’assist che Jeff Brooks trasforma in oro zecchino a due decimi dalla vittoria.
Ci sarebbe tempo per un suicidio sportivo che JTA sventa con una inchiodata che viaggia sul confine del fallo (senza superarlo) neutralizzando l’alleyup di Skeens, e Arcieri può accendere lo smartphone in cerca di charter disponibili per portare lui ed i suoi uomini alle Canarie fra una settimana.
Parlare dei singoli sarebbe ingeneroso. Su tutti, le prestazioni di JTA e di Jeff Brooks sono da incorniciare più per intensità e determinazione che per le pur ottime statistiche (che poi proprio loro due realizzino le due giocate decisive è una diretta conseguenza).
Uthoff è tornato, Ruzzier è una sicurezza, e sono ottime notizie. Markel Brown fa la sua onesta partita, però la macchia con un paio di perse ed alcuni errori in entrata non da lui: da un giocatore trentaseienne che tira la carretta anche nei peggiori momenti di down della squadra puoi anche attenderti un fisiologico calo più fisico che mentale. Ma se Trieste esce indenne da Miskolc, permettecelo, un monumento va realizzato a Francesco Candussi.
Dopo una giornata difficile trascorsa contro Ballo, dopo gli ingenerosi, indegni fischi del pubblico “amico” di cui è stato fatto oggetto nel momento in cui avrebbe avuto bisogno, piuttosto, di un incoraggiamento, Francesco reagisce da par suo: tirando fuori gli attributi, risultando determinante in ognuno dei possessi transitati attraverso le sue mani nei 13 minuti scarsi trascorsi sul parquet. 14 punti, 5/7 dal campo , 3 su 4 da tre ed un “and one”, più tanta sostanza nell’annullare con le buone o con le cattive lo “spauracchio” Skeens.
La vittoria arriva materialmente grazie all’inchiodata dell’ex Warrior, ma se Trieste può continuare il suo sogno europeo lo deve anche all’apporto determinante del triestino acquisito, con buona pace dei suoi frettolosi detrattori.
Ora arriva probabilmente qualche giorno di meritatissimo (ed indispensabile) riposo, anche perché il terremoto in LBA permetterà a Trieste di evitare l’estenuante trasferta a Trapani di domenica prossima.
Poi sarà nuovamente tempo di BCL, un esordio che con ogni probabilità vedrà nuovamente a referto Colbey Ross e Mady Sissoko. Sarà un’altra musica.

Ecco il girone L del Round of 16 di BCL:
-La Laguna Tenerife (ESP)
-Dreamland Gran Canaria (ESP)
-Era Nymburk (CSZ)
-Pallacanestro Trieste (ITA)

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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Pallacanestro Trieste – Acqua S. Bernardo Cantù    84 – 79         Parziali: 26-14, 18-27, 18-15, 22-23       Progressivi: 26-14 / 44-41 // 62-56 / 84-79

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 15, Cinquepalmi n.e., Deangeli 2, Uthoff 13, Ruzzier 13, Sissoko n.e., Candussi 4, Iannuzzi n.e., Brown 6, Brooks 11, Moretti 0, Ramsey 20.  Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Acqua S. Bernardo Cantù: Chiozza 10, Moraschini 4, De Nicolao 2, Ballo 20, Bortolani 16, Sneed 12, Basile 0, Green 15, Aiayi n.e., Okeke 0.
Coach: N. Brienza. Assistenti: M. Carrea, M. Costacurta.

Arbitri: B.M. Attard, A. Pierciavalle, A. Nicolini.

TRIESTE – Alla fine, come una vecchia Vespa malandata in riserva fissa che arranca verso il distributore sfruttando gli ultimi vapori di miscela, così la Pallacanestro Trieste, al termine di una settimana terrificante, messa con le spalle al muro alla vigilia di due partite da “win or go home”, in un modo o nell’altro riesce a stringere i denti e buttare sul parquet tutto ciò che le rimane, conquistando contro Cantù i due punti che le permettono di staccare matematicamente il pass per le Final Eight di Torino indipendentemente dalle ormai inevitabili decisioni sull’esclusione di Trapani attese per lunedì mattina.
Trieste andrà a Torino, addirittura, da settima o da sesta al termine del girone d’andata, sfruttando in pieno i risultati positivi arrivati dagli altri campi: Sassari surclassata da Reggio Emilia, Varese che cade a Treviso, Cremona che subisce il finale imperioso di Udine.
In pratica vince solo Trento, ma lo fa grazie alla invereconda farsa in cui si sono trasformate le ultime uscite della derelitta Trapani, e con ogni probabilità i due punti di cartone conquistati in Sicilia verranno sterilizzati.
Una sequenza incredibile e del tutto inedita di coincidenze favorevoli che -beninteso grazie anche alla indispensabile vittoria su Cantù- permettono ai biancorossi di centrare l’obiettivo Final Eight per la quarta volta negli ultimi sei anni pur avendo conquistato due vittorie in meno rispetto alla passata stagione, segnale non propriamente rassicurante sul livello di questa LBA.
Appuntamento al quale la squadra potrà presentarsi, salvo ulteriori disastri, finalmente al gran completo, magari ulteriormente rinforzata: sarà un’altra musica.
Ma, prima di arrivarci, c’è ancora una partita decisiva da affrontare fra meno di due giorni. Una vittoria che costituirebbe un “piccolo passo per una squadra, un salto enorme per la città intera”, che le darebbe spessore internazionale aprendole le porte dell’élite continentale.
Lo Szolnoki è un osso duro e c’è da aspettarsi un’altra prestazione con il coltello fra i denti degli avversari ungheresi, ma per Trieste è adesso o mai più : l’espressione finalmente concentrata e determinata, l’occhio “cattivo”, la determinazione nell’approcciarsi alla partita nel miglior modo possibile in ognuno dei 40 minuti, il rifiuto assoluto (finalmente!) di abbattersi nel morale alla prima spallata degli avversari perdendo completamente la lucidità, dimostrati contro la neopromossa lombarda, saranno il carburante -per tornare alla metafora della Vespa- che Trieste dovrà utilizzare nella lunga trasferta ai confini dell’Impero se vorrà sperare di uscirne indenne.
Poi, si potrà finalmente provare a tirare il fiato: la domenica successiva è prevista l’improbabile trasferta a Trapani e poi, in caso di entrata nelle Top 16 di BCL, il 20 gennaio sarebbe già in programma il volo a Gran Canaria, con il preannunciato rientro sia di Colbey Ross che di Mady Sissoko.
E dire che contro Cantù i presagi non è che fossero fra i più rassicuranti. La sconfitta, ma ancor più la prestazione di giovedì scorso in BCL nel desolante deserto di un PalaTrieste spazientito al punto da tributare, tre giorni dopo, inverecondi fischi preventivi all’indirizzo di coach González durante la presentazione della squadra (a nostro avviso uno fra i punti più bassi toccati dall’imborghesito pubblico giuliano), l’evidenza di una squadra frustrata ed esaurita, ben oltre i limiti di una crisi di nervi, apparentemente spaccata al suo interno, avevano spazzato via le buone sensazioni lasciate dalla vittoria esterna in Ungheria del giorno della Befana, tanto da trasformare quella che alla vigilia della stagione era stata prevista come una partita da “circoletto rosso” fra due fra le squadre dotate di maggior talento in Serie A, che in un mondo non stravolto dalla triste realtà sarebbe invece stata una serata in pantofole priva di insidie per Trieste, in uno scontro drammatico e senza un domani, in cui molte Cassandre locali e nazionali davano la squadra di casa partire addirittura sfavorita.
Mai dare nulla per scontato con questa squadra probabilmente imprevedibile anche per per sé stessa e per il suo coach.
L’approccio concentrato fin dalla palla a due è sicuramente il frutto di un rimbalzo emotivo, di una reazione più nervosa che di gambe, tanto basta per tenere a bada, ed anzi tenere nettamente sotto, una Cantù sorpresa ed impotente nel risolvere il rebus costituito dai lunghi atipici triestini.
Brooks, Uthoff e Candussi sono pericolosi anche da oltre l’arco (sebbene il buon Francesco disputi una partita balisticamente ben sotto la sufficienza) e di conseguenza attraggono i lunghi avversari -che ad oltre un metro dal ferro perdono completamente i loro superpoteri- lontano dal pitturato, liberando praterie per le guardie di Gonzalez.
Trieste capitalizza la partenza finalmente tornata incisiva di un Jarrod Uthoff che per qualche minuto pare tornato magicamente quello della passata stagione, e di un Michele Ruzzier (che con questa partita secondo molte fonti è diventato il giocatore con più presenze in biancorosso nella storia della Pallacanestro Trieste) che torna finalmente a guardare il canestro, trovando anche scarichi immaginifici per i compagni sul perimetro.
Cantù ci capisce veramente poco, e finisce ben presto indietro con uno svantaggio in doppia cifra, ma è solo una questione di tempo per risistemare la superiorità strategica debordante sotto canestro a disposizione di Brienza.
Ballo, non un fulmine di guerra, pur dotato di una tecnica e di un QI cestistico da giocatore di hockey più che di pallacanestro, non trova avversari, quando riceve in post basso fa valere chilogrammi e centimetri, a sportellate Trieste non riesce a pareggiarne la potenza, e la partita cambia completamente.
I lombardi ricuciono velocemente uno svantaggio che, peraltro, nessuno fra i 5400 presenti dava per acquisito, e mettono le chiavi in mano ai loro assi: Chiozza pare già in palla e ben inserito, Sneed è preciso e sufficientemente potente per arrivare al ferro ogni volta che ci prova, Bortolani è una sentenza, lo stesso Moraschini fa sempre la cosa giusta quando è in ritmo.
Il loro problema, però, è che il livello della loro difesa è pari a quello piuttosto molle di Trieste, e dunque a prevalere sono solo gli attacchi: canestro da una parte, canestro dall’altra, soluzioni ad altissima percentuale, tiri aperti, pick and roll su cui non arrivano aiuti, uno contro uno in cui, se la prima linea è battuta, depositare a canestro è una formalità.
Sorprendentemente, a tenere a galla Trieste è lo strapotere a rimbalzo: nel primo tempo le carambole catturate dai giuliani sono esattamente il doppio rispetto agli ospiti, con addirittura 11 rimbalzi offensivi trasformati spesso in seconde e terze chances vincenti (sono ben 15, alla fine, i punti da “secondi tiri”).
Il terzo quarto, per rispettare la tradizione che impone a Trieste di regalare almeno dieci minuti a partita, vede Cantù sviluppare il suo massimo sforzo continuando a sfruttare i suoi punti di forza, in particolare Ballo che sotto canestro brutalizza letteralmente Francesco Candussi, uscito fra gli inopportuni, sonori fischi che gli vengono tributati in luogo del necessario incoraggiamento: abbattere definitivamente un proprio giocatore nel momento di massima difficoltà contro un avversario che fisicamente lo sovrasta, difficoltà ancora più evidente alla luce dell’assenza di Sissoko, costituisce il secondo momento da dimenticare della serata per il pubblico triestino (per il resto, specie in curva, come sempre caldo e capace di dare la spinta decisiva).
E’ un film già visto troppe volte quest’anno: gli avversari prendono coraggio ed infilano canestri che in condizioni normali non centrerebbero, fuggono in avanti, ma proprio quando tutti si aspettano la solita resa definitiva senza attenuanti, Trieste reagisce come una frusta: lo schiocco si avverte fino in Piazzale Cagni, due bombe, un paio di penetrazioni, JTA che suona la carica e si mette a fare il play, Markel Brown che difende sempre piegato sulle gambe e mani addosso con la ferocia di un ventiduenne, Brooks che torna finalmente a sorridere, ed è un sorriso che è un paradigma di come l’intera squadra si ribella quando piomba a -8.
La partita cambia di nuovo, stavolta definitivamente, di mano. L’ultimo quarto, giocato sempre in equilibrio ma con Trieste sempre avanti, è, come al solito, terreno di caccia di Jahmi’us Ramsey: potrà non difendere con sufficiente concentrazione, dovrà migliorare nella visione di gioco specie quando deve servire i compagni liberi nel penetra e scarica. Potrà anche perdere qualche pallone in modo ingenuo, potrà pure sbagliare qualche tiro libero nel momento meno opportuno, ma quando il gioco si fa duro Ramsey è veramente in missione per conto di Dio.
Sono suoi 17 dei 22 punti segnati dalla squadra negli ultimi dieci minuti, e nonostante l’evitabile brivido finale del tiro aperto da tre concesso ad un fin lì infallibile Giordano Bortolani che avrebbe consegnato con ogni probabilità la vittoria alla sua squadra, Trieste evita di sbagliare quando serve e mette il risultato in sicurezza.
Partita imperfetta? Troppa fatica con quelli che sono i nuovi ultimi della classe? 14 palle perse, un non esaltante 37% da tre?
Ok. Se esistesse una partita nella quale l’estetica e la qualità contassero il giusto e fosse facilmente sacrificabile in cambio dei due punti, quella è proprio la quindicesima di campionato giocata contro Cantù al PalaTrieste che consegna agli uomini di Gonzalez, che piaccia o no, il diritto di battersi per l’unico trofeo obiettivamente conquistabile da una outsider.

(diritti riservati TSportintheCity)
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Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste   80    –    NHSZ-Szolnoki Olajbányász   89        Progressivi: 13-22 / 36-44 // 66-70 / 80-89   Parziali: 13-22, 23-22, 30-16, 14-19.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 10, Ross n.e., Deangeli 9, Uthoff 15, Ruzzier 3, Sissoko n.e., Candussi 3, Iannuzzi n.e., Brown 7, Brooks 4, Moretti 11, Ramsey 18. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthdard 33, Barnes 0, Holt 4, Molnar 0, Rudner 9, Krnjajski 8, Skeens 17, Horvath n.e., Somogyi 12, Vrabac 6.
Coach: V. Bosnic. Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.

Arbitri: G. Salins, P. Pesic, Y. Yilmaz.

TRIESTE – Partiamo dal presupposto più evidente: la serie Trento-Miskolc-Trieste-Cantù-Miskolc (le ultime due in arrivo), preceduta dal dispendioso Monday Night casalingo con la Virtus ad un ritmo di una partita ogni 48 ore, questo roster pesantemente menomato da settimane -e chissà ancora per quanto tempo- composto da Brooks (36 anni), Brown (33), Ruzzier, Toscano Anderson e Uthoff (32), Candussi (31), con le rotazioni ridotte a 9 giocatori -ma con i minuti concessi a Candussi e Moretti che non superano i dieci per partita- non è letteralmente più in grado di reggerlo.
Che il doppio impegno sarebbe stato probante, probabilmente penalizzante su uno o entrambi i fronti, era un rischio piuttosto evidente già da principio, era più che altro una probabilità vicina alla certezza anche con la squadra al completo.
Che gli infortuni facciano parte del gioco, e non risparmino alcuna squadra in nessuna stagione è risaputo. Certo, vedersi privati così a lungo dell’asse play-pivot titolare nel momento clou della stagione pare un accanimento della malasorte, ma l’eventualità -visti anche i precedenti della passata stagione- non è mai da escludere.
Certo, si può adottare una politica attendista, è lecito -anche alla luce della provenienza monodirezionale dei capitali- decretare chiuso o rimandare il mercato alla luce dei cospicui investimenti già effettuati in attesa che gli eventuali obiettivi diventino realmente raggiungibili, si può anche perseguire con talebano accanimento a riporre fiducia nella conduzione tecnica. E’ impossibile ed ingeneroso, però, sorprendersi delle conseguenze.
Non sorprende, di conseguenza, il livello imbarazzante della prestazione della Pallacanestro Trieste nel ritorno dei play-in di BCL, preceduta a dire la verità dall’inaspettato sussulto in trasferta di poche ore prima, pagato evidentemente a carissimo prezzo in termini di energie fisiche e mentali.
La squadra approccia la gara più importante della stagione forse sperando nella resa a priori degli avversari (invece per nulla intimiditi, come prevedibile, dal ventello incassato due giorni prima): del resto, Trieste in campo ci mette poco più di tale speranza, camminando spaesata sia in attacco che in difesa, subendo in modo inverecondo l’attesa furia agonistica da “adesso o mai più” con la quale i modesti ungheresi (che pur potendo contare su un paio di individualità discrete complessivamente valgono forse l’Igokea) approcciano il match dal primo all’ultimo minuto.
Trieste vaga tramortita come un pugile suonato già dalla palla a due, è immobile in difesa, non riesce neanche a guardare il canestro e quando lo fa prende iniziative sconclusionate negli ultimi istanti di azione frutto di sconsiderate iniziative personali, sbagliando anche quei pochi tiri aperti che per demerito degli avversari riesce a costruirsi.
E’ distratta a rimbalzo sia in attacco che in difesa, regala una montagna di seconde e terze chance ad avversari che non si fanno pregare.
E’ il solito primo quarto da opera buffa: lo svantaggio sfiora i venti punti, quota accarezzata per quasi tutto il primo tempo salvo il sussulto dei due minuti finali che permette di ricucirlo sotto la doppia cifra riaccendendo illusorie quanto vane speranze.
L’Igo… Szolnoki rifiata per qualche minuto concedendo ai biancorossi l’unica fiammata del match con protagonisti un Lodo Deangeli commovente per impegno e abnegazione (ed anche qualità) ed un Jarrod Uthoff risvegliato dal torpore.
Con un paio di bombe di Ramsey Trieste riesce ad avvicinarsi a portata di sorpasso, ed addirittura lo centra in un paio di occasioni, senza però dare mai l’impressione di potersi impossessare dell’inerzia della partita.
Lo Szolnoki non si scompone per aver dilapidato un vantaggio cospicuo finendo inaspettatamente sotto, del resto Trieste per completare il recupero ha ormai esaurito ogni singolo joule di energia, non ne ha letteralmente più nonostante le disperate rotazioni disposte da Gonzalez atte più ad evitare l’apparizione dell’Arcangelo Gabriele sorridente sopra il tabellone davanti agli occhi dei suoi giocatori più “esperti” che per reale convinzione tecnica.
Quintetti alti vengono alternati a quelli bassi, lo scettro del playmaker di backup stavolta viene assegnato quasi sempre a JTA, talvolta a Moretti, raramente a Brown, in un paio di occasioni a Brooks ma il vorticoso master mind ha il solo effetto di confondere idee già abbastanza annebbiate.
Lo Szonloki fiuta la difficoltà dei padroni di casa, ne percepisce l’assenza di lucidità e la sua possibilità di proseguire con la sola forza della disperazione.
Tal De’Tre Darthard fa onore al suo nome di battesimo martellando con impressionante continuità dalla mattonella posta nell’angolo destro (alla quarta bomba, forse, una chiusura più lesta si poteva anche organizzare), il play Somogyi si porta a spasso mezza difesa facendosi beffe di ogni singolo avversario nel cuore dell’area andando a concludere o pescando compagni sempre, invariabilmente, desolatamente liberi di andare ad appoggiare o schiacciare a canestro.
Ed infine Skeens, come del resto all’andata, capitalizza l’assenza di opposizione sotto il ferro elevando la sua modestia a strapotere assoluto: che l’assenza di Sissoko potesse pesare si sapeva, che Skeens catturasse 23 rimbalzi in due partite, magari, è qualcosa che va oltre i peggiori presagi.
Gli ungheresi si riprendono il comando delle operazioni ed accumulano un vantaggio via via più dilatato, capitalizzando con gli interessi le 15 palle perse triestine ed i 22 (22!!) rimbalzi offensivi catturati, 42 a 29 l’impietoso confronto contro la 15esima squadra in LBA per rimbalzi complessivi.
Sono 46 le conclusioni da due tentate dai campioni di Ungheria, appena 25 quelle di Trieste.
Piano partita tanto elementare quanto efficace, fotocopia di quello tentato senza successo in Gara 1: sfruttare la superiorità fisica sotto canestro e sporcare mani addosso ogni singolo passaggio sul perimetro. Semplice, prevedibile, previsto e privo di contromisure.
Finisce fra i sonori, convinti e meritatissimi fischi di un PalaTrieste semideserto, che comunque durante la partita non ha mai smesso di sostenere la squadra anche nei momenti più indifendibili.
Nessuna contestazione, solo un civile quanto inevitabile dissenso per uno spettacolo vissuto dai pochi quanto meritevoli presenti: la BCL, in qualunque situazione, meriterebbe senz’altro di più.
La squadra di certo non ha fatto ciò che ci si potesse aspettare, nulla di diverso si può dire dei 4500 abbondanti rimasti a criticare dal divano.
In attesa dell’evitabile appendice in Ungheria con una Gara 3 che imporrà l’ennesima sfacchinata martedì prossimo (e con tutto il fardello di partire sfavoriti in una partita che non ha domani), fra poco più di 48 ore arriverà, volente o nolente, la prima sentenza: si finirà dentro o fuori le F8 di Coppa Italia.
Al Palatrieste arriva una Cantù affamata di punti salvezza, rinnovata nel roster, reduce da una tranquilla settimana di allenamenti, consapevole dei difetti tecnici e del down energetico quasi totale degli avversari.
C’è ovviamente da aspettarsi un inizio arrembante su livelli da corrida. Roba da casco e giubbotto antiproiettile…
Al netto delle disgrazie di Trapani, con una sconfitta a questo punto da prendere in serie considerazione Trieste, si troverebbe alle spalle del gruppone di centro classifica, incalzata da un’APU rinfrancata dal reintegro di Hickey ed inseguita solo dalle ultime della classe in lotta per la sopravvivenza, con davanti un girone di ritorno ricchissimo di insidie ed aggravato oltretutto dalle pesanti imbarcate subite all’andata da ognuna delle diretta avversarie. Senza Sissoko. Senza Ross.

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

NHSZ-Szolnoki Olajbányász   62   –   Pallacanestro Trieste   82       Progressivi: 22-17 / 37-38 // 50-63 / 62-82    Parziali: 22-17, 15-21, 13-25, 12-19

NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthard 11, Barnes 9, Holt 7, Molnar 2, Rudner 0, Krnjajski 4, Skeens 11, Horvath n.e., Somogyi 12, Vrabac 6.
Coach: V. Bosnic, Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 9, Deangeli 2, Uthoff 10, Ruzzier 0, Sissoko n.e., Candussi 11, Iannuzzi 0, Brown 14, Brooks 10, Moretti 9, Ramsey 17.
Coach. I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: A. Zurapovic, M. Horozov, J. Jurcevic.

MISKOLC (Ungheria) – Ci voleva una complicata trasferta nella innevata puszta ungherese in cui rischiava tantissimo, con le rotazioni cortissime per l’assenza perdurante dell’asse play-pivot titolare, dopo soli due giorni dall’inopinata, terrificante sconfitta a Trento ancora da metabolizzare e resettare, con energie fisiche e mentali tutte da recuperare ed il morale sotto le scarpe, per rivedere inaspettatamente la Pallacanestro Trieste formato Istanbul, quella spregiudicata e sicura di sé, salda nei propri principi cestistici, capace di distribuire responsabilità fra tutti i giocatori scesi in campo, capace anche di amministrare il vantaggio accumulato con un po’ di acume e tanta personalità.
E, soprattutto, aspetto inedito da inizio ottobre, lo fa dando continuità alla qualità della propria prestazione per tutti e 40 i minuti, quanto basta ad abbattere le poche certezze tecniche e fisiche su cui può contare la squadra campione di Ungheria, crollata verticalmente alla distanza.
Alla seconda uscita nella settimana-bivio della stagione, dopo aver clamorosamente steccato la prima, la squadra di Gonzalez raschia in fondo al barile e vi trova ciò che serve per porsi nelle migliori condizioni per sperare di proseguire la fondamentale avventura continentale, conquistando lontano da casa il primo dei due punti necessari.
Certo, vincere di uno o di venti non fa tantissima differenza in una serie al meglio delle tre partite, ma il vantaggio accumulato, dilatato e conservato fino alla sirena finale costituisce un segnale forte e chiaro agli avversari: Trieste non è morta, è anzi determinata ad inseguire il sogno europeo e non lascerà nulla di intentato per riuscire a ricavarsi un posto nelle top 16.
Non un tuffo per recuperare una palla vagante, non una goccia di sudore, non l’intensità, la concentrazione e la motivazione.
Per questo, non aver alzato il piede dall’acceleratore nemmeno a partita vinta (ad un certo punto, sul +17 a due minuti dalla fine nemmeno la sciagurata versione trentina sarebbe più riuscita a perderla), pur senza cambiare di un centimetro le possibilità di qualificazione, non può che instillare nelle teste dei giocatori ungheresi la certezza che per venire a vincere in via Flavia la loro prima partita in trasferta in BCL quest’anno dovranno realizzare una vera e propria impresa.
Certo anche nella bellissima e semideserta arena di Miskolc (a 150 km da Szolnok per motivi di omologazione dell’arena di casa) non tutto va per il verso giusto. Trieste, come ovvio che sia, inizia contratta e preoccupata, sciogliendosi progressivamente a mano a mano che il primo tempo dimostrava che, nonostante qualche palla persa di troppo ed una percentuale da tre sotto il 30%, lo Szolnoki, pur buttando in campo un’intensità clamorosa, aggredendo sistematicamente gli avversari mani addosso (approfittando della consueta permissività degli arbitri in Europa, ma fino ad un certo punto…), tentando di approfittare in modo consapevole ed evidentemente programmato dell’assenza pesantissima di Mady Sissoko sui due lati del campo, non riusciva in alcun modo a scrollarsi di dosso una Trieste appiccicata alla partita come una zecca fastidiosa.
In un modo o nell’altro, affidandosi a rotazione alle invenzioni di Markel Brown e di Jahmi’us Ramsey ed all’utilità all around di un JTA capace di costruire quanto di distruggere con la stessa facilità, la squadra di Gonzalez non si abbatte affatto davanti al timido tentativo di fuga degli ungheresi, che peraltro non superano mai i 7 punti di vantaggio.
Anzi, concede tanto a rimbalzo, specie in attacco, ai lunghi avversari (in particolare a Skeens), talvolta si distrae nel difendere sui pick and roll, gioca un’infinità di possessi meno dell’avversaria, che pur fallendo in modo sostanziale la prestazione da oltre l’arco, continua a martellare con le continue penetrazioni di Somogyi che trova sempre il modo di arrivare al ferro o scaricare per i compagni liberi o subire fallo.
Alla fine del primo tempo Szolnok registrava 25 tentativi da due, Trieste solo 9 (ma con 8 canestri).
Però, nonostante tutto, la partita non si scosta mai da binari di equilibrio, grazie anche alla marea di castronerie da una parte e dall’altra del campo, un caos tecnico dal quale, però emergono i giocatori triestini, dotati di maggior talento e qualità tecniche che permettono di tornare a fare il gioco prediletto: tanta corsa, conclusioni entro i primi dieci secondi di azione, tantissimi tiri dai 6,75.
Il rimbalzo appoggiato a canestro da Deangeli sulla sirena del primo tempo sancisce il primo vantaggio biancorosso nel secondo quarto, ma è anche un segno premonitore di quanto avverrà nella ripresa.
Una ripresa che dopo qualche minuto di alternanza nel punteggio mostra da subito che l’inerzia è ormai nelle mani di una Trieste che minuto dopo minuto riacquista certezze e coraggio, consapevolezza e qualità.
La spallata arriva con un fulmineo 10-0 che porta il vantaggio degli ospiti in doppia cifra, generato anche dall’evidente esaurimento di idee da parte dei magiari sui due lati del campo.
In difesa lo Szolnoki si arrende all’evidenza che gli ospiti siano in grado di condividere pallone e responsabilità, rendendo imprevedibile ogni azione offensiva prescindendo dai go-to man designati: se non è Brown è Ramsey, se non è Brooks è Moretti, se non è Uthoff è Candussi.
Tutti ci provano, molti centrano il bersaglio, specie da oltre l’arco. Trieste, quando capisce che l’attacco ungherese, in una serata disastrosa da tre, si basa in pratica solo sulle penetrazioni di Somogyi, sui tentativi da sotto di Skeens e sui tiri da fuori del miglior marcatore della squadra Barnes, ha vita facile a trovare le contromisure, per una volta difendendo con intensità e, soprattutto, ragionando.
L’ottima difesa permette anche di prendersi il vantaggio a rimbalzo (situazione niente affatto scontata, anche dopo il primo tempo) e di continuare a martellare in transizione.
La testa viene usata anche nella gestione finale del cospicuo vantaggio accumulato, con un’ottima gestione del ritmo che permette a Trieste di tenere fino alla fine gli avversari in un angolo.
In ultima analisi, una vittoria meritata e convincente, non priva di impurità ma di per sé in grado di ridonare una riserva di morale e di consapevolezza che sarà fondamentale in una gara di ritorno, fra due giorni, niente affatto scontata.
Morale e consapevolezza che devono assolutamente ricontagiare un ambiente deluso e brontolone: giovedì sera sarà indispensabile la miglior versione del PalaTrieste, dal punto di vista numerico e da quello sonoro.
Continuare l’esperienza europea, conquistarsi il diritto di confrontarsi con squadre di elevatissimo profilo come Tenerife e Gran Canaria (ed una fra la ceca Nimburk e la tedesca Heidelberg, con la prima capace di ribaltare il fattore campo in G1 andando a vincere in Germania), entrare nelle migliori 16 squadre della più importante competizione continentale della FIBA è fondamentale, finanche vitale, per la crescita, ed il proseguimento stesso, del progetto americano a Trieste: ci sarà tempo per ragionare, analizzare, tracciare bilanci ed eventualmente lamentarsi fra qualche mese. Ora, è solo il tempo di sostenere questi ragazzi.
Nelle altre partite di play-in, perlomeno quelle che in un modo o nell’altro riguardano Trieste, detto della sconfitta casalinga di Heidelberg, anche l’altra tedesca Würzburg -che neanche un mese aveva travolto i triestini in via Flavia- perde in casa Gara 1 con il Levice, mentre è incredibile e vergognoso quanto avvenuto a Samokov, in Bulgaria, dove va in scena una prevedibile farsa fra Holon e Trapani: i siciliani affrontano la lunga trasferta in 5 (fra cui due under 19) e senza allenatore, dopo sette minuti i tre professionisti fingono infortuni rientrando in panchina, lasciando in campo i due ragazzini contro i 5 avversari.
Quando da due i siciliani scendono ad un solo giocatore in campo per il quinto fallo volontario commesso da uno dei due poveri esordienti, la partita finisce sul 38-5. E’ vero che la squadra di Antonini ha deciso di andare in Bulgaria solo per evitare i 300 mila euro di ammenda che la FIBA le avrebbe comminato in caso di forfait, ma la credibilità del movimento cestistico nazionale, oggetto in queste ore di scherno ed indignazione da ogni parte d’Europa, ne viene irrimediabilmente compromesso. Forse, non ce ne vogliano i sostenitori siciliani, una veloce eutanasia sarebbe il modo più dignitoso di uscire di scena.

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Dolomiti Energia Trentino   89    –    Pallacanestro Trieste   87       Progressivi: 20-27 / 36-52 // 66-81 / 89-87     Parziali: 20-27, 16-25, 30-29, 23-6
Dolomiti Energia Trentino: D. Stewart 2, D. Jones 12, C. Niang 2, M. Jogela 4, T. Forray 6, T. Airhienbuwa n.e., P. Aldridge 18, A. Jakimovski 12, J. Bayehe 11, O. Fall n.e., P. Hassan 4, K. Battle 18. Coach: M. Cancellieri. Assistenti: D. Dusmet, F. Bongi.
Pallacanestro Trieste: J. Toscano-Anderson 5, L. Deangeli 11, J. Uthoff 7, M. Ruzzier 14, M. Sissoko n.e., F. Candussi 10, P. Iannuzzi n.e., M. Brown 10, J. Brooks 5, D. Moretti 5, J. Ramsey 20. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: V. Grigioni, A. Valzani, A. Dionisi.TRENTO – Non ci sono parole. La settimana cruciale inizia nel modo peggiore, con una beffa che brucia forse più delle debacle totale delle ultime uscite in trasferta, perché autoinflitta da una squadra che dopo i 30 minuti migliori della stagione torna quella di sempre, quella dei primi quarti, quella svagata e confusionaria, arrogante e deconcentrata, arruffona e distratta che aveva trasformato in un calvario questa prima metà di campionato.
Dieci minuti che costano due punti pesantissimi e un conseguente, inevitabile, capitombolo in classifica, dove Trieste perde ben 5 posizioni.
Davvero difficile individuare scusanti o alibi. E’ vero, erano assenti Sissoko e Ross (peraltro, anche Trento lamentava due forfait pesanti), nel finale gli arbitri hanno preso decisioni di qualità pari al basket espresso dai biancorossi (cioè di livello meno che amatoriale), ma se sei sul +19 quando mancano poco più di dodici minuti alla fine, di fronte ad una squadra fin lì distratta in difesa ed imprecisa in attacco, imbrigliata da una difesa finalmente credibile, messa sotto anche a rimbalzo, in un palazzetto che già iniziava ad abituarsi all’idea di una pesante sconfitta casalinga, e riesci nella rara impresa di perdere di due segnando la miseria sei punti in tutto l’ultimo quarto -peraltro frutto di due bombe del tutto casuali dopo sei minuti e mezzo di black out offensivo- esibendoti in un campionario di castronerie agghiaccianti sui due lati del campo, palle perse in modo incredibilmente ingenuo, tiri sgangherati e fuori ritmo, allora andare alla ricerca di attenuanti diventa un esercizio di per sé stesso umiliante in misura ancora maggiore rispetto alla sconfitta.
La verità è che non esistono alibi, non esistono scuse, esistono solo colpevoli.
Colpevoli fuori dal campo, incapaci di comprendere come arginare l’emorragia, come interrompere la marea nera che stava montando azione dopo azione, come trovare soluzioni tecniche trasmettendo al contempo coraggio ed energia ai fantasmi sul parquet.
Imitando magari coach Cancellieri che con sangue freddo individua la chiave giusta (l’attacco frontale al ferro) e trasmette la scossa emotiva ai suoi uomini, ad un certo punto indemoniati.
Colpevoli in campo, giocatori (in particolare Ramsey e Toscano Anderson) che in modo arrogante si convincono che Trento sia la Trieste di Sassari e Varese, e cioè che si accontenti di veder scorrere i minuti senza reagire, senza tentare il tutto per tutto, arrendendosi ad un destino che pare ineluttabile solo a sé stessa.
E così iniziano a giochicchiare, a cercare l’accademia, il passaggio spettacolare, il tiro fuori equilibrio ottenendo il duplice risultato di riportare il dato delle palle perse in media (pareva troppo bello finire sotto le 10), far crollare le percentuali al tiro e consegnare definitivamente l’inerzia ad una avversaria modesta ma in trance agonistica.
Intendiamoci: aver disputato i migliori 30 minuti iniziali della stagione -con la fattiva collaborazione di Trento, che per più di venti minuti non difende e scherza in attacco- non è una consolazione, come vorrebbe far intendere il solito inconcludente Gonzalez in sala stampa.
Non lo è perché le partite durano 40 minuti e nessuno -tranne Trieste, a quanto pare- può permettersi di fallire completamente almeno un quarto in ogni singola partita: puoi esibire il miglior Deangeli in Serie A finora, puoi goderti il ritorno ad alti livelli di Candussi e, in parte, di Ruzzier.
Puoi rincuorarti rivedendo un Moretti perlomeno credibile sia come playmaker che come guardia, puoi tranquillizzarti constatando come Uthoff non si sia mummificato negli ultimi due mesi ma mostri ancora parvenze di voglia di giocare.
Puoi anche rallegrarti per il fatto che la squadra non subisca in modo così decisivo l’assenza contemporanea dell’asse play-pivot titolare perchè i sostituti, o i “finti sostituti”, tutto sommato, reggono il colpo.
Tutto ciò non conta nulla se poi viene completamente rovinato da dieci minuti di inaccettabile pochezza cestistica, inspiegabile ed ingiustificabile atteggiamento da scampagnata domenicale che costituiscono l’unica ineluttabile costante in questa disgraziata stagione.
Ora per qualificarsi c’è ancora la chance casalinga contro Cantù con un occhio agli altri campi, ma nulla è scontato per questa squadra ormai ostaggio di sé stessa. Senza contare che l’ambiente, che fin qui aveva talvolta brontolato ma si era tutto sommato dimostrato supportivo ben oltre i meriti della squadra, dopo la beffa di Trento pare definitivamente spazientito anche in modo conclamato.
Il doppio confronto di BCL in programma in settimana riveste, anche da questo punto di vista, una importanza fondamentale: non esistono più reti di sicurezza, riserve di pazienza o prove d’appello.
Da adesso sbagliare è vietato, perché ogni errore costerà una stagione intera.
Da dietro, infatti, arrivano tutti veloci e determinati come locomotive, vengono colte vittorie insperate ed eclatanti, Trieste è sull’orlo dell’abisso in classifica con una pericolosa inerzia che pare spingerla con entrambi i piedi all’interno di esso: ad oggi, peraltro, i biancorossi sono già dodicesimi in virtù della marea di scontri diretti persi malamente, posizione che onestamente fotografa con precisione quanto fin qui mostrato dalla squadra.
Della riserva di pazienza della società, invece, non è dato sapere nulla. GM e Presidente tacciono, solo una settimana fa Paul Matiasic -presente e pensieroso anche a Trento- aveva ringraziato il suo coaching staff che perciò pare, nonostante tutto, bello saldo su una panchina che altrove sarebbe rovente da mesi.

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PALLACANESTRO TRIESTE – VIRTUS OLIDATA BOLOGNA    66 – 74     (22-25; 17;19;13-11; 14-19)
PALLACANESTRO TRIESTE: Toscano Anderson 13, Martucci, Ross 6, Deangeli 4, Uthoff 3, Ruzzier 3, Candussi 7, Iannuzzi, Brown 15, Brooks 6, Moretti, Ramsey 9. All. Gonzalez.
VIRTUS OLIDATA BOLOGNA: Vildoza 9, Pajola 3, Niang 12, Taylor 3, Alston 16, Canka, Hackett 3, Morgan 19, Diarra 2, Jallow, Diouf 5, Akele 2. All. Ivanovic.
ARBITRI: Lo Guzzo, Galasso, Valeriani.

TRIESTE – In una partita in cui insegue per 40 minuti, durante la quale perde il suo playmaker titolare oltre a dover fare a meno del centro maliano, in cui rinuncia volontariamente anche all’apporto di Davide Moretti, Trieste ha il demerito di non riuscire a piazzare mai il colpo decisivo pur avendo a disposizione almeno una decina di occasioni per invertire punteggio ed inerzia soprattutto nel secondo tempo, sprecandole però tutte per approssimazione, troppa fretta, poca lucidità che si traducono in palle perse sanguinosissime o conclusioni a bassissima percentuale di realizzazione e che, in ultima analisi, non possono che condannarla come logica prevedeva.
Poco conta, perciò, aver tenuto acceso fino alla fine un lumicino di speranza (al quale credevano davvero in pochi fra i 6000 accorsi anche di lunedì notte, anche dopo la figuraccia a Varese): una Virtus ferita, reduce dal faticoso impegno di Eurolega contro l’Olympiakos, priva del suo terminale offensivo più letale, dopo aver portato a braccia in spogliatoio già nel primo tempo il centro che avrebbe dovuto garantirle un vantaggio strategico incolmabile sotto canestro, non fa altro che sfruttare la classe dei suoi innumerevoli assi, in particolare di uno che ha nelle mani non certo da questa sera le stoccate decisive da oltre l’arco, ma che stavolta ci aggiunge la beffa dell’and one a un minuto dalla fine, rimanendo poi a godersi ed approfittare della confusione mentale nella quale precipita una Trieste tramortita dalla giocata da quattro punti di Alston.
Una Trieste che a quel punto riesce anche nell’intento poco memorabile di uscire da un time out nel quale disegna una rimessa che avrebbe dovuto liberare un tiratore per riaprire il match, rimasta però per più di cinque secondi nelle mani di Michele Ruzzier restituendola di conseguenza nella disponibilità degli ospiti assieme ai due punti in classifica.
Anche se distante solo pochi chilometri, Bologna infatti non è Reggio Emilia, ed un vantaggio di 6 punti contro questa Trieste ad una manciata di secondi dalla fine è un patrimonio che anche la Virtus meno performante degli ultimi mesi può pensare di dilapidare.
Occasione sprecata, l’ennesima, per una squadra biancorossa (oggi all black) ormai sfiduciata, che non riesce letteralmente mai a dare continuità al suo rendimento nei 40 minuti, che sfrutta le fiammate individuali nelle quali si alternano Brown e Toscano Anderson -capaci da sole di ricucire svantaggi che in un attimo superano la doppia cifra- rimanendo poi immediatamente quanto inesorabilmente vittima di amnesie sui due lati del campo che rimettono saldamente l’iniziativa nelle mani degli avversari ai quali è sufficiente dare una breve accelerata in termini di intensità per tornare ad accumulare vantaggi superiori ai due-tre possessi.
Che rimane, soprattutto, vittima di un atteggiamento difensivo, specie in avvio di ogni quarto, inspiegabilmente distratto, disorganizzato, pigro, rinunciatario ben oltre i limiti dell’irritazione.
Un atteggiamento che fa avvicinare la Virtus al 70% al tiro da due punti durante il primo tempo: la quantità di conclusioni al ferro di uomini totalmente liberi, pescati da esecuzioni scolastiche eseguite niente più che diligentemente dagli uomini di Ivanovic in azioni di pick and roll o di taglio dal lato debole sembrano la fotocopia esatta di quanto avvenuto alla prima partita di campionato contro Trapani e che già allora avevano fatto suonare preoccupanti campanelli d’allarme.
Tre mesi -e tredici partite- dopo, la cantilena “dobbiamo migliorare, dobbiamo imparare a giocare di squadra” usata dal coach per commentare una prestazione difensiva che non mostra segni di miglioramento nel suo complesso al netto di qualche fugace reazione d’orgoglio pungolata da un pubblico spazientito ma quasi sempre supportivo (reazione che probabilmente sarebbe stata del tutto assente se si fosse giocato a Bologna, come del resto successo a Venezia, Cremona o Varese) è forse più preoccupante della prestazione stessa, perché tradisce l’incapacità di trovare soluzioni, o perlomeno di trasferirle in modo efficace ad una squadra che ora si trova ostaggio di sé stessa.
La generosità dimostrata per gran parte della partita come sempre accaduto al Palatrieste, gli sprazzi di volontà più che di qualità, gli sporadici ed isolatissimi lampi di classe non sono sufficienti a portare a casa due punti che a questo punto sarebbero stati decisivi in chiave F8.
Del resto, di gran lunga preferibile la vittoria “sporca” e probabilmente immeritata arrivata contro la suicida Reggio Emilia che questa sconfitta al termine di una partita giocata per larghi tratti alla pari con i campioni d’Italia.
Contro la Virtus continua il momento negativo di Jahmi’us Ramsey, che dopo un inizio di stagione sfolgorante è ormai atteso da ogni difesa avversaria come unico terminale offensivo biancorosso continuo e credibile: piani partita studiati per contenerlo si traducono in raddoppi sistematici, aiuti puntuali, difese che collassano per evitarne l’attacco al ferro ben consapevoli della sua scarsissima propensione al penetra e scarica, suo vero tallone d’Achille, si traducono in una marea di palle perse, di cocciute penetrazioni a testa bassa brutalizzate dalla fisicità degli avversari sotto canestro e dalla mancanza di alternative nei compagni spesso immobili negli angoli in attesa di un passaggio che non arriverà mai.
Un calo che si potrebbe definire anche fisiologico nell’arco di una stagione, accettabile per un rookie di questa età a patto che abbia l’intelligenza e la forza mentale per non lasciarsi travolgere da un pericoloso loop negativo e reagire per riallinearsi ai suoi livelli consueti.
Un loop nel quale pare invece precipitato ormai da troppo tempo un Jarrod Uthoff che sarebbe imprescidibile nelle rotazioni di Gonzalez specie in assenza di Sissoko, ma che si ostina a esibirsi in prestazioni abuliche, sfiduciate, prive di intensità, prive di reazioni anche d’orgoglio.
Vedere un giocatore di questo livello, riconfermato a furor di popolo dopo l’eccellente prima stagione a Trieste, ciondolare inconcludente sui due lati del campo, allontanarsi dall’avversario anziché cercare di contrastarne la conclusione, talvolta vedersi sottrarre rimbalzi dall’avversario che arriva da dietro, sbagliare non di poco conclusioni da pochi centimetri, finire con 0 (zero!) di valutazione complessiva in ben 20 minuti di impiego, fa sorgere il legittimo dubbio che tale atteggiamento sia una sua scelta volontaria.
Un dubbio al quale non vogliamo certo arrenderci, sebbene il rendimento fortemente insufficiente dell’ala di Iowa rimanga uno dei misteri irrisolti più costosi in termini di rendimento della squadra in questa prima metà di stagione.
Se ci aggiungiamo anche l’involuzione tecnica di Michele Ruzzier, che nelle prossime fondamentali partite sarà nuovamente chiamato agli straordinari ma che è tornato pesantemente improduttivo in attacco (ed una squadra che segna 66 punti in casa non se lo può certo permettere), e le difficoltà fisiche di un Francesco Candussi che come sempre preferisce posizionarsi il più lontano possibile dal canestro ma che in teoria sarebbe l’unica alternativa di ruolo al lungodegente Sissoko, non resta che la magra consolazione di godersi l’atteggiamento arrembante di un Lodovico Deangeli che se solo avesse un talento offensivo pari alla voglia ed alla motivazione che getta in campo in ogni secondo nel quale viene utilizzato, sarebbe da quintetto ideale in ogni squadra di LBA.
Ma, per l’appunto, questa squadra privata quasi del tutto della produzione di Ramsey, di Uthoff, di Sissoko, di Ross e di Ruzzier ha il bisogno primario di trovare soluzioni alternative, punti nelle mani dei giocatori che escono dalla panchina, ed il buon Lodo non è certo l’uomo che può riempire questo vuoto.
Del totale scollamento fra la squadra ed il coaching staff, Israel Gonzalez in testa, è ormai inutile parlare.
E’ probabile che anche la “fronda” (volontaria o meno, poco cambia) dei giocatori meno disposti a digerirne metodi e filosofia si sia ormai arresa davanti all’evidenza di una società che non pare nemmeno in minima parte orientata a guardarsi intorno, perlomeno in modo possibilista, per un eventuale cambio in corsa.
Di conseguenza, perlomeno ora la squadra pare aver terminato di giocare soprattutto contro sé stessa.
Questo non toglie che la comunicazione fra panchina e campo sia vittima di un corto circuito ormai divenuto cronico, che rischia di rendere irreversibile la pericolosa deriva in cui si è trasformata questa difficilissima stagione.
Del resto la presenza di Paul Matiasic in questa ultima partita casalinga del 2025 è di per sé una garanzia: il presidente, toccata con mano la situazione, “fiutata” personalmente l’atmosfera in spogliatoio e durante gli allenamenti, si trova davanti a scelte che, in maniera altrettanto legittima, potrebbe prendere come non prendere, alla luce della quantità di denaro che ha già tirato fuori dalle sue tasche in perfetta solitudine.
Scelte che l’ennesimo infortunio patito da Colbey Ross da quando è sceso sotto San Giusto complica ulteriormente, come se ce ne fosse bisogno: la coperta è ora corta anche fra gli esterni, e quindi una possibile rinuncia, ad esempio, a Davide Moretti (il mancato impiego contro Bologna, e più in generale la scarsissima fiducia riposta in lui dal coach potrebbero essere dei segnali a tal proposito) per provare a puntare con decisione su un lungo italiano potrebbero ora essere totalmente rivoluzionate o messe definitivamente in stand by in attesa del rientro di Sissoko.
Una cosa è certa: non fare nulla, alla luce del risveglio in termini di rendimento e di risultati di quasi tutte le squadre che seguono in classifica (che invece al mercato di riparazione hanno già attinto a piene mani) si tradurrebbe in breve tempo nel venire inesorabilmente risucchiati nel gruppone delle squadre che non possono prescindere dal guardarsi alle spalle.
Una sensazione che Trieste si era illusa di aver definitivamente chiuso nel cassetto dei peggiori ricordi, ma che potrebbe tornare pericolosamente di attualità nel breve volgere di meno di un mese.
Ultima nota, forse impopolare ma necessaria: 6019 persone di lunedì sera per assistere ad una sconfitta annunciata sono di per sé stesso un unicum nel panorama cestistico nazionale, su questo nessuno può affermare ci possano essere dubbi.
I fischi a scena aperta ad un proprio giocatore in difficoltà -la cui importanza è peraltro misurabile soprattutto quando non c’è- non possono, però, essere giustificati da “pago, ho il diritto di fischiare” o dal voler dare un pungolo alla squadra spronandola a reagire.
No: i fischi, il legittimo dissenso, vanno eventualmente espressi al termine di uno spettacolo, se la qualità non è ritenuta pari alle attese, specie se ciò accade ripetutamente. Invece, farlo durante la partita ed a risultato ancora in bilico è prima di tutto autolesionista, rischia di creare un ulteriore fronte di nervosismo, di frattura fra squadra ed ambiente (come se ci fosse bisogno di aggiungere uteriori fronti di crisi) e, in ultima analisi, rende ben poco centrato il coro “meritiamo di più” intonato dal pubblico a fine gara.
Non è di per sé stesso sufficiente essere numerosi, per avanzare legittimamente pretese di meritarsi di più, è necessaria anche maggiore maturità.
Per amare, nello sport come nella vita, bisogna essere -almeno- in due.

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Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna