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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

 

PALLAMANO TRIESTE 1970 33   –   ALPERIA BLACK DEVILS 27    (primo tempo 16-11)

PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Ganz 1, Mazzarol, Antonutti, Pernic 1, Urbaz 1, Parisato 4, Postogna, Andreotta, Pauloni, Lindström 6, Vanoli 6, Bendjilali 3, Sandrin 1, Esparon 10. All. Carpanese
ALPERIA BLACK DEVILS: Parra, Frej, Borgato, Meye 2, Conte 7, Visentin 1, Sa. Gerstgrasser 4, Stricker 2, Si. Gerstgrasser, De Oliveira, Nunez 2, Khouaja 2, Sperandio, Brusic, Fedila 6, Urban 1. All. Panetti

TRIESTE – La Pallamano Trieste 1970 non fallisce l’appuntamento con il ritorno alla vittoria: il ko infrasettimanale contro il Cassano Magnago viene messo rapidamente alle spalle, contro l’Alperia Black Devils a Chiarbola finisce 33-27 dopo sessanta minuti che la squadra di Andrea Carpanese ha praticamente tenuto sempre nelle proprie mani.
Una “W” importante, che consegna di fatto le chiavi delle Final Eight di Coppa Italia a Pernic e soci.
Parte bene Trieste nei primi minuti contrassegnati da ritmi blandi: Parisato e Lindstrômfanno 2-0 dopo tre minuti scarsi, è Meye su lato ospite a dimezzare momentaneamente il gap prima del gol all’incrocio di Vanoli e del sette metri vincente di Esparon (4-1 al 5’).
Fedila evita che i biancorossi scappino già via segnando una tripletta, poi però l’accoppiata Esparon-Lindström tiene i giuliani a distanza di sicurezza (10-6 al 13’, che diventa 12-7 sulla realizzazione di Vanoli).
Merano fa fatica sia in attacco che in difesa, un piccolo break di 2-0 firmato Gerstgrasser e Fedila ridà fiducia agli altoatesini costretti comunque a rincorrere: è 14-10 al 23’, Trieste perde per due minuti Lindström e l’Alperia va sul -3 con Nunez, quando il Merano a sua volta è costretto a giocare con un uomo in meno (Meye fuori per 120’’) subisce l’uno-due di Esparon che porta il risultato a metà partita sul 16-11 interno.
Così come era accaduto a inizio gara, i padroni di casa piazzano un break di 2-0 con Vanoli e Bendjilali per il momentaneo +7 che è il preludio per un ulteriore allungo triestino: Esparon serve un pallone al bacio per Bendjilali, poi due reti di fila di Parisato in ala regalano il 22-13 al 36’.
Merano prova a rimanere in partita con i due rigori siglati da Conte, ma lo show di Esparon (“girella” in ala per il +10) indirizza il match sempre più in mani alabardate a 18’ dalla fine.
Trieste va in gestione del ritmo praticamente sino alla fine della partita, col vantaggio in doppia cifra a tenere lontani gli avversari: gli altoatesini mettono un parzialino con Stricker e Khouaja, arrivando poi sul -5 a cinque dal termine con un altro sette metri di Conte (30-25), Vanoli e Sandrin mettono i gol della staffa sino al 33-27.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

CASSANO MAGNAGO 29   –   PALLAMANO TRIESTE 1970 24      (primo tempo 12-12)

CASSANO MAGNAGO: Adamo 5, Branca 2, Dorio, Fantinato 4, Jezdimirovic 1, Kabeer, La Bruna 1, Lazzari 1, Mazza 6, Monciardini, Moretti 3, Ostling 3, Riva, Salvati, Savini 2, Volarevic 1. All. Bellotti
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono 2, Mazzarol, Antonutti, Pernic 1, Urbaz, Parisato 2, Andreotta, Pauloni 1, Lindström 6, Vanoli 3, Bendjilali 1, Sandrin, Esparon 8. All. Carpanese

Arbitri: Dionisi e Maccarone

CASSANO MAGNAGO (VA) – Si interrompe al Pala Tacca il filotto di vittorie consecutive della Pallamano Trieste 1970: in casa del Cassano Magnago è gara colpo su colpo per 45’ consecutivi, poi la capolista della serie A Gold trova il ritmo giusto e tiene a distanza di sicurezza gli alabardati di Andrea Carpanese.
Finisce 29-24, con i biancorossi a giocarsela a viso aperto e a tener testa ai lombardi per larghi tratti del match.
Trenta minuti di grande pallamano nella prima metà gara: gol di Esparon e grande risposta di Garcia tra i pali nei primi due minuti di partita al Pala Tacca (0-1), è poi Mazza a pareggiare i conti per il Cassano che mette la freccia un minuto dopo con Branca per il 2-1.
I padroni di casa si prendono un briciolo di inerzia andando sul +3 con Moretti dai sette metri e nuovamente con Mazza (4-1 al 6’), Trieste torna a farsi viva dalle parti di un Volarevic già in ritmo a difesa della porta di casa con il gol di Vanoli, ma i lombardi restano praticamente perfetti in attacco, volando sul 6-2 al 9’ con Branca.
I biancorossi fanno fatica a trovare continuità contro la difesa del Cassano, è 7-3 interno al 12’ con la realizzazione di Fantinato che costringe Carpanese a chiamare timeout.
Una rasoiata rasoterra di Esparon, che subito dopo segna anche un sette metri, fa ripartire i biancorossi a metà frazione (8-5), per i lombardi arriva soprattutto una doppia esclusione di due minuti che lascia riavvicinare ancor di più i giuliani (gol a porta vuota di Bono e rete in pivot di Pernic per il -1 sull’8-7 del 16’).
Garcia para un rigore a Moretti, Trieste trova il pareggio a quota 8 con un grande gol di Parisato in ala che poi si ripete al 21’, consegnando il ritorno al vantaggio esterno sul 9-10.
Ancora Garcia è perfetto a neutralizzare un altro sette metri, stavolta di Mazza, altrettanto superlativo è Esparon per il +2 alabardato, con Bellotti a rifugiarsi in timeout a 7’ dalla prima sirena.
E il minuto di sospensione fa bene al Cassano Magnago, con l’uno-due di Savini e Mazza a impattare sull’11-11 prima del gol di Pauloni per un nuovo vantaggio ospite che si esaurisce con la realizzazione di Ostling nel finale di periodo (12-12).
A Lazzari risponde Lindström nei primi 60’’ della ripresa, Ostling in pivot è implacabile così come lo è Esparon sulla linea dei sette metri (14-14).
È un botta e risposta continuo anche nei minuti seguenti (prima Mazza, poi nuovamente Lindström), dopo cinque minuti di secondo tempo l’equilibrio regna sovrano sul 16-16.
Poi il Cassano, grazie alle respinte di Volarevic, abbozza un tentativo di fuga: parziale di 3-0 con Adamo, Mazza e Moretti, resta Lindström il principale terminale offensivo biancorosso a segnare il -2 (19-17 al 39’), ma è la formazione di casa a tenere il ritmo in questa fase di partita.
Garcia evita il potenziale +4 interno disinnescando un nuovo rigore di Moretti, Vanoli rintuzza il gap (21-19) e Bendjilali mantiene il -2 a metà ripresa (22-20).
Ma il Cassano accelera nuovamente, approfittando alla perfezione dell’esclusione temporanea di Lindström: rigore di Jezdimirovic, poi Volarevic e Savini segnano da porta a porta il 25-20 del 47’.
Trieste deve scalare una piccola montagna e prova con Vanoli ed Esparon a rimanere in partita (-3 a dieci dalla fine), ma Fantinato la mette all’incrocio e tiene lontani gli alabardati sul 26-22: a complicare le cose per gli ospiti è l’espulsione per due minuti di Bendjilali, Garcia continua a parare tanto tuttavia sul lato opposto un paio di possessi persi vanificano il tentativo estremo di rimonta, con Adamo a chiudere virtualmente il match a 3’ dal termine (27-22), sino al 29-24 finale.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste – Olimpia Milano 86-82      Parziali: 30-21, 44-41, 70-65, 86-82      Progressivi: 30-21 / 14-20 // 26-24 / 16-17

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 4, Ross n.e., Deangeli 6, Uthoff 2, Ruzzier 3, Sissoko 16, Candussi 3, Iannuzzi n.e., Brown 17, Brooks n.e., Moretti 9, Ramsey 26.   Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Olimpia Milano: Mannion n.e., Ellis 14, Tonut 0, Bolmaro 7, Brooks 22, Leday 0, Ricci 9, Flaccadori 0, Guduric 4, Shields 18, Nebo 4, Totè 4.
Coach: E. Messina. Assistenti: G. Poeta, A. Seravalli, E. Kovacic.

Arbitri: M. Rossi, A. Valzani, G. Dori.

TRIESTE – Olimpia cade di nuovo a Trieste. In Hoc Signo Vinces recita lo striscione esposto dalla Curva Nord riferendosi all’alabarda, e come l’imperatore Costantino che pronunciò la stessa frase prima di una famosa battaglia, anche i biancorossi, oggi in elegantissima livrea nero-dorata, sconfiggono le soverchianti forze nemiche che tentano la sortita a casa loro.
Ha un maledetto bisogno di tornare a vincere la blasonata squadra di Ettore Messina, dopo la doppia legnata casalinga con Trapani e Tel Aviv: ed allora, acciaccati o no, è indispensabile portare a referto tutti gli arruolabili, scavando ancora sul fondo di un barile che si sta dimostrando decisamente poco capiente. Milano schiera a Trieste Nebo e LeDay, Guduric e Bolmaro, dati per possibili infortunati.
Esclude Booker, ma può pur sempre puntare su mezza nazionale italiana con Tonut e Ricci, Flaccadori e Mannion (poi n.e.), ed in più può contare il go-to man per eccellenza Shavon Shields e l’enfant prodige Quinn Ellis.
In altre parole, coach Messina non vuole lasciare nulla di intentato per tornare a far punti in un campionato nel quale la sua squadra è già decisamente più attardata di quanto gli inutili power rankings estivi davano come la peggiore delle ipotesi.
Trieste, dal canto suo, torna davanti al suo pubblico dopo solo una settimana dalla tramortente legnata subita al PalaRadi, rinfrancata dalla spettacolare vittoria ad Istanbul e dalla qualificazione ai play-in di BCL, ma ancora alla ricerca di conferme sul campo relativamente al rendimento ed ai risultati. Coach González (che da allenatore di Berlino ha un record di 5 vinte e 3 perse con Milano) non può ancora una volta contare su Colbey Ross, la cui infiammazione alla spalla non ha ancora smesso di dargli fastidio, e Jeff Brooks, il cui tendine di Achille deve ancora rimarginarsi del tutto.
Un bel guaio sia in termini numerici dinanzi ad un roster profondissimo in ogni ruolo, sia in termini qualitativi, con Milano dotata in abbondanza di fosforo e fisico nello spot di playmaker ed in quello di ala grande.
Davanti ai soliti 6000 del PalaTrieste, per nulla intimiditi dalla difficoltà della sfida o depressi dall’inizio balbettante di stagione, ogni dubbio svanisce alla palla a due iniziale.
Come ad Istanbul, più di Istanbul, Trieste dà immediatamente segno che ha finalmente imparato dall’esperienza.
Inizia la partita in modo furente, difende su ogni respiro con intensità agonistica che sconfina talvolta in una ferocia che permette di recuperare palloni, catturare rimbalzi, aggredire il portatore di palla, chiudere ogni linea di passaggio.
Accanto all’approccio concentrato ed organizzato nel primo quarto ci mette anche una esibizione difensiva che rasenta la perfezione, aggiungendo per la prima volta un tassello fondamentale sulla strada del raggiungimento della versione migliore di sé stessa, e che finora era sempre mancato: la continuità di rendimento fra una partita e l’altra e nell’arco dei 40 minuti.
Sulle potenzialità offensive, invece, c’erano pochi dubbi: Trieste approfitta di una applicazione difensiva meneghina sconclusionata, spesso in ritardo, violentandola sia da lontano sia (come spesso successo) nell’attacco al ferro o utilizzando il pick and roll, toccando i 30 punti nei primi dieci minuti, nove più di una Armani che pare Trieste nella sua irritante versione a Brescia, Venezia o Cremona.
Milano avrà l’occasione per rimediare più avanti nella partita, ma, per usare le parole di coach Messina, il primo quarto avvia l’inerzia che sarà determinante nel segnare +2 nella casella dei punti in classifica dei biancorossi giuliani.
Come previsto prevedibile, il vantaggio di 9 punti del primo quarto traballa e viene assorbito sotto i colpi di giocatori che si esprimono più sulle ali del loro orgoglio personale (Shields), del loro talento cristallino (Ellis e Brooks), che di un gioco di squadra che pare macchinoso, lento, privo di ritmo, ingabbiato sulle linee esterne e con enormi difficoltà nel cercare di scardinare l’inattesa quanto devastante superiorità fisica più che tecnica di Trieste nel pitturato.
Gonzalez è bravissimo nel marcare ad uomo il suo omologo milanese: schiera un devastante Mady Sissoko solo quando è necessario contenere la strabordanza atletica di Josh Nebo (con risultati che, all’osservatore neutrale, sembrano confondere le idee su chi sia il reale centro da Eurolega), ma lo preserva da falli e legnate quando Messina cerca di aumentare il ritmo con quintetti small ball o inserisce Leo Totè: Candussi e Uthoff sono più che sufficienti a contenerli, tengono botta, vengono inseriti in secondi quintetti capaci di mantenere costante il rendimento e l’equilibrio del match, con il risultato di ritrovarsi il quintetto più pericoloso ed affidabile fresco e lucido nelle concitate fasi conclusive dell’incontro, nel quale, per la seconda volta consecutiva, il coaching team giuliano prende le decisioni perfette al momento più opportuno, interrompe il gioco disegnando strategie offensive e difensive declinate diligentemente sul campo: attacco al ferro tramite penetrazioni centrali con Milano in bonus, attenzione spasmodica ad evitare di subire tiri da tre non contrastati (il capolavoro difensivo sull’ultimo attacco milanese, che avrebbe potenzialmente potuto riagguantare la partita per la coda, è emblematico: deviazione di Sissoko sulla disperata tripla di Ricci, stoppata di Toscano Anderson sul successivo tentativo da sotto di Brooks).
Sulle capacità tecniche del coach c’erano pochi dubbi nonostante le vuote critiche di questo primo mese e mezzo di stagione.
I dubbi, semmai, risiedevano sulla sua capacità di farsi comprendere dalla squadra, nel convincere i giocatori a seguire le sue direttive, in altre parole sulle sue doti comunicative, oltretutto affossate da frequenti atteggiamenti di accettazione passiva della situazione sul campo.
L’ultima settimana ribalta, però, forse anche in modo inaspettato, tali convinzioni: Gonzalez vive la partita in modo viscerale, costantemente con mezza pianta del piede in campo, a sgolarsi, dirigere, suggerire, protestare, esultare, incazzarsi.
Assieme ai suoi assistenti è lucido nel frastuono indescrivibile del PalaTrieste, accorcia le rotazioni affidandosi a quelli che con il passare delle partite sono diventati i suoi pretoriani ma ha anche il coraggio di dare fiducia per minuti importanti a giocatori spesso sottovalutati come Candussi e Deangeli, i quali rispondono presente.
Senza Nebo in campo, con Sissoko con la mascherina dell’ossigeno a recuperare fiato ed energie in panchina, Francesco Candussi è come sempre più efficace nell’attrarre i lunghi avversari lontani dal pitturato che a fare a sportellate sotto canestro, ma stavolta pare anche molto concentrato nel recuperare velocemente la posizione per evitare di subire la ricezione troppo facile del lungo nel pick and roll.
Il co-capitano triestino, dal canto suo, è il solito gladiatore schierato quando il gioco si fa duro in difesa, ma è inaspettatamente preciso e pericoloso anche in attacco: del resto, quando diventi il terminale prediletto dei bon bon donati dal Tuco messicano, difficilmente puoi evitare di trasformare l’assist in oro colato (fa tenerezza la descrizione di tali azioni da parte di Lodo: “siccome mi sono trovato abbastanza libero sotto canestro, mi aspettavo che da qualche parte, non sapevo da dove, mi sarebbe arrivato un missile che avrei dovuto solo depositare a canestro. Meno male che lo sapevo e ci ho messo le mani, altrimenti avrei preso una pallonata in testa”).
L’assenza di Colbey Ross (che genera la solida inutile ridda di ipotesi più o meno fantasiose sul rendimento della squadra senza di lui) costringe nuovamente agli straordinari un Michele Ruzzier incensato da Ettore Messina in sala stampa con un endorsement che pare una sentenza sulla sua carriera e sul rendimento di Michele in questa stagione.
Ma costringe anche Davide Moretti ad esibirsi in un ruolo che non è evidentemente quello a lui più congeniale, ma nel quale si trova sempre più a suo agio ogni minuto che passa a portare su la palla e costruire il gioco mettendo in ritmo i compagni.
Se poi ci si aggiunge la non comune qualità di entrare a freddo ed essere immediatamente e velenosamente efficace in attacco, si comprende come l’importanza dell’arrivo di un giocatore troppo presto catalogato come “di complemento” sia invece fondamentale anche nei minuti ad altissima tensione nel terzo e quarto quarto.
Ancora una partita da interpretare fuori dalle statistiche per JTA, determinante nelle giocate più importanti della partita, lasciato sul parquet nella quarta frazione, nonostante le percentuali non brillantissime, soprattutto quando Milano per la prima volta mette timidamente il naso avanti ad un paio di minuti dal termine rischiando di impossessarsi definitivamente dell’inerzia del gioco.
Toscano Anderson non si scompone particolarmente, è invece sempre capace di mettere in ritmo i compagni pescandoli con il goniometro nella situazione e nella posizione migliore per andare al tiro, e di non risparmiarsi in difesa sui terminali più pericolosi. E poi, naturalmente, nel deviare per la seconda partita consecutiva il disperato tentativo finale avversario.
Ed infine, i tre centravanti, rebus irrisolvibili per la difesa milanese ed argini invalicabili sotto il proprio ferro, ad aggredire ogni avversario piegati sulle ginocchia, con le mani costantemente addosso.
Markel Brown ha abituato talmente bene i tifosi triestini da far passare una partita da 17 punti con 5 triple (di cui almeno due fondamentali negli ultimi minuti) in 27 minuti come normale amministrazione.
Si ha la sensazione che per il Mamba triestino l’ennesima esibizione da match winner sia equivalente ad un allenamento in Crocs: far sembrare semplici le cose più complicate è prerogativa dei match winner nati.
Jahmi’us Ramsey (che in Crocs trascorre letteralmente la sua esistenza fuori dal campo e talvolta dentro di esso) si candida, se ce ne fosse ancora bisogno, a miglior arrivo straniero in LBA in questa stagione.
26 punti distribuiti nei 40 minuti, percentuali bulgare, una prepotenza atletica che gli permette di battere nell’uno contro uno qualunque avversario, Shields ed Ellis compresi.
Realizza anche i tiri liberi che mettono due possessi a 24 secondi dal termine fra la sua squadra e gli avversari, quando il pallone pesa probabilmente tre tonnellate. Del resto, si sa, lui come Jake ed Elwood Blues è in missione per conto di Dio.
Ultimo ma non ultimo lui, Mady Sissoko, l’Oro Nero, l’MVP dell’ultima giornata di BCL, il monolite che dopo essere stato portato a scuola da Bilan e brutalizzato fisicamente da Anigbogu, dimostra di aver imparato la lezione ed esibisce contro Milano la tecnica del primo coniugata alla prepotenza atletica del secondo. Un centro moderno, che realizza 16 punti, cattura 7 rimbalzi e piazza pure due stoppate devastanti, subisce 8 falli e, udite udite, trasforma tutti e 8 i tiri liberi che sono affidati alle sue manone, oltretutto con ottima tecnica di tiro.
Deve aggiungere ancora un po’ di tempismo in difesa per essere sempre in anticipo anziché di rincorsa all’avversario diretto, poi Trieste potrà dire di aver pescato dall’NCAA un vero predestinato.
Che la crisalide sia finalmente diventata farfalla è decisamente presto per dirlo, sebbene il segnale dato dalla doppia convincente vittoria in tre giorni contro due fra le più blasonate squadre del continente sia piuttosto forte e chiaro.
Del resto, nonostante fragorose, dolorose quanto inspiegabili cadute, il trend pare piuttosto chiaro: Trieste ha vinto 6 delle ultime 8 partite giocate, ha matematicamente raggiunto il primo risultato in Coppa, ha un record di 5 W e 4 L in campionato (l’anno scorso, celebrato come il migliore da decenni, dopo 10 partite era 5-5), attestandosi al settimo posto a ridosso delle prime.
Ora la squadra potrà sfruttare un tesoretto costituito da ben due settimane utili per staccare per qualche giorno e ricaricare le pile (giovedì prossimo si celebra il Thanksgiving Day, che a Trieste o in patria tutti gli americani, Mike Arcieri compreso, potranno celebrare in famiglia, lusso da non sottovalutare nell’economia della stagione), ma anche per riguardare al recente passato, studiare con calma i margini di miglioramento ed assottigliarli ulteriormente tornando finalmente ad allenarsi con continuità sul rassicurante parquet di casa.
Si ricomincerà a dicembre nuovamente in trasferta a Sassari, magari una buona volta al completo, con una nuova consapevolezza e la testa per la prima volta sgombra da ansie e pressioni: un piacere che questa squadra, fino ad oggi, non ha mai assaporato.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

 

SPARER EPPAN 20   –   PALLAMANO TRIESTE 1970 31    (primo tempo 10-18)

SPARER EPPAN: Bortolot, Soelva, Oberrauch 3, Singer 1, Marques Cunha 4, Lemayr, Wiedenhofer 1, Bendini 6, Eizans, Bernard, Zanutto 3, Du. Glisic- Grigorijevic, Marques Costa 1, Lollo, Dr. Glisic- Grigorijevic 1. All. Kovacic
PALLAMANO TRIESTE: Garcia, Postogna, Bono 2, Ganz, Mazzarol 3, Antonutti, Pernic 2, Urbaz 1, Parisato 3, Andreotta, Pauloni 4, Lindstrom 5, Vanoli 1, Bendjilali 7, Sandrin, Esparon 3. All. Carpanese.

ARBITRI: Bocchieri e Scavone

Il momento positivo in campionato continua senza sosta: la Pallamano Trieste 1970 fa ampiamente il proprio dovere nel turno infrasettimanale di campionato, vincendo con una grande prova offensiva e difensiva sul parquet dell’Eppan per 20-31. Gara di fatto già incanalata nei primi trenta minuti, col +8 di metà gara a diventare un tesoretto importante per la squadra di Andrea Carpanese.
Trieste sciupa qualcosa in avvio, Cunha e Costa fanno 2-0 per i padroni di casa al 3’ poi i biancorossi vanno pian piano in controllo del match: con la difesa a concedere pochissimo ai padroni di casa, Lindström, la doppietta di Esparon e il gol Pernic ad aprire il break esterno (2-4 dopo 8′ di partita). Sale in cattedra Garcia, l’esclusione temporanea di Singer spiana la strada ai biancorossi che al 13′ salgono sul 3-7 con Esparon e Parisato. Arriva poi il +6 con Pauloni, l’Eppan sbatte ancora su Garcia, il sottomano di Esparon e la rete dai sei metri di Zanutto portano il risultato sul 4-10. Trieste non si ferma, correndo con Esparon (5 reti) e Pernic sul +8 al 20’, c’è addirittura la doppia cifra di gap ad opera di Bendjilali e Parisato per il 7-17 prima di un parziale altoatesino sino al 10-18 di metà gara.
I biancorossi ripartono un po’ contratti rientrando dagli spogliatoi, a tal punto da non segnare nemmeno un gol nei sette minuti iniziali. Cunha e Oberrauch riducono lo svantaggio sino al 12-18, è poi Pauloni a sbloccare Trieste assieme a Lindstrom e Parisato (12-21 al 43′). Ed è da questo momento che la partita si chiude virtualmente: Mazzarol entra e segna, due reti di Bendjilali consegnano il 13-26: coach Carpanese può dare spazio a tutta la sua panchina, col 20-31 finale a essere sinonimo della quarta vittoria di fila biancorossa in campionato.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

 

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

GALATASARAY MCT Technic – PALLACANESTRO TRIESTE: 79-80     Progressivi: 18-18 / 21-21 // 22-18 / 18-23
Parziali 18-18 / 39-39 // 61-57 / 79-80

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 6, Ross n.e., Deangeli 0, Uthoff 12, Ruzzier 5, Sissoko 21, Candussi 7, Iannuzzi 2, Brown 13, Brooks n.e., Moretti 3, Ramsey 11. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Galatasaray: Robinson 7, McCollum 26, Tekin 0, Gorener n.e., Korkmaz 6, Meeks 7, Oncel 2, Palmer 10, Bishop 8, Tuncer 4, White 9, Yasar 0.
Coach: Y. Sekizkok, G. Turan, C. Guven

Arbitri: KREJIC Boris (SLO), CASTILLO Luis (ESP), MÄNNISTE Mihkel (EST)ISTANBUL  – Tre giorni. Sono passati solo tre giorni dalla preoccupante disfatta senza attenuanti né spiegazioni sul campo di Cremona, subita da una squadra senza capo né coda, apparsa allo sbando anche, anzi soprattutto, dal punto di vista mentale.
La stessa squadra che, dopo poche ore, sale su un aereo, entra nel Basketball Developement Centre di Istanbul, uno dei templi della pallacanestro continentale in cui si esibiscono Galatasaray e Anadolu Efes e che nonostante gli spalti non gremitissimi incute di per sé stesso un discreto timore reverenziale, e gioca alla pari contro gli imbattuti vicecampioni di BCL primi per distacco nel power ranking del torneo, portando a casa una vittoria storica al termine di una partita di gran carattere, responsabilità condivise e scelte perfette nei momenti decisivi nonostante le due pesanti assenze di Colbey Ross (misteriosa e non annunciata) e di Jeff Brooks, ormai spettatore da più di un mese.
Una partita che segna un’enorme soluzione di continuità rispetto al resto della stagione: innanzitutto Trieste parte bene, sbanda sotto i colpi di uno scatenato McCollum ma tiene botta, reagisce subito, non lascia mai fuggire la quotata avversaria e chiude il primo quarto sul 18 pari (evitando di incassare il solito trentello in dieci minuti ed anzi rimanendo costantemente appiccicata al Gala).
E poi, anzi soprattutto, la squadra biancorossa difende. Sembra un’affermazione pleonastica: se non difendi non vinci quasi mai, a meno di realizzare una prestazione offensiva pressoché perfetta.
Ma per la versione difensiva della Pallacanestro Trieste di ottobre ed inizio novembre non lo è affatto, e scoprire che questa squadra, tutto sommato, può farlo, può mettere pressione costante sugli avversari, può prestare attenzione ad evitare i soliti tagli solitari dal lato debole, può aiutare sul pick and roll, può trovarsi con l’uomo giusto sulle rotazioni nel pitturato, può tentare di sporcare ogni pallone recuperandone ben 8 innescando altrettanti contropiede, e può pure difendere con intelligenza nell’azione decisiva intuendo le intenzioni dell’avversaria neutralizzandone le velleità di vittoria, è confortante da una parte ed inspiegabile dall’altra, alla luce dell’imbarazzante passeggiata in Lombardia da 113 punti subiti solo 72 ore prima.
Terzo pilastro della prestazione in Turchia, Trieste vince la sfida a rimbalzo, probabilmente per la prima volta da agosto.
Certo, il Galatasaray ne cattura comunque 12 in attacco, peraltro tanti quanti i biancorossi, ma la valanga di palloni tirati giù dai tabelloni regala comunque da un lato una enormità di possessi in più, dall’altro preziosissime seconde chances trasformate quasi sempre in oro colato.
Anche il Galatasaray lamenta due assenze importanti, quelle di Cummings e di Gillespie, due fra i maggiori artefici della vittoria giallorossa all’andata.
Ma non per questo, e nemmeno per il fatto di essere già matematicamente qualificata da prima nel girone, la squadra turca è disposta a lasciare via libera a Trieste, tantomeno scende in campo appagata o demotivata.
Cercare di vincere tutte le partite, anzi, è proprio nel DNA delle squadre turche, lo è in misura ancora maggiore in quello di un club che fa parte da sempre della nobiltà della pallacanestro europea.
Per questo motivo la vittoria triestina, conquistata con la determinazione dei tempi migliori, va davvero catalogata come storica, una di quelle che rimarrà negli annali e nella memoria di chi c’era: a dire la verità c’erano in molti, moltissimi considerando la distanza, a sostenere una squadra ferita e criticata, ma mai abbandonata dal suo pubblico.
Almeno 120 tifosi biancorossi nel settore ospiti, forse altrettanti sparsi nel semideserto Turkcell Basketbol Gelişim Merkezi di Zeytinburnu, sulla sponda europea del Bosforo, ad applaudire la squadra al termine di un’autentica battaglia.
120 più uno: non passa infatti inosservata la presenza del presidente Paul Matiasic, e non è affatto da escludere -a pensar male- che il raid intercontinentale del proprietario finanziatore abbia portato discreto carburante nelle gambe, nella testa e nel cuore di più di qualche giocatore.
L’assenza di Colbey Ross costringe Gonzalez ad alternare Michele Ruzzier e Davide Moretti nel ruolo di costruttore di gioco, con il primo ai limiti della perfezione come sempre quando è chiamato agli straordinari (nelle ultime due stagioni Michele ha sempre dato il meglio, anche come iniziative in attacco -5 tiri tentati ad Istanbul- oltre che come rendimento nei fondamentali nei quali si trova più a suo agio -7 assist consegnati nelle mani dei compagni- in situazioni di rotazioni menomate o addirittura in emergenza), ed il secondo che dimostra la desuetudine al ruolo, incappando in tante ingenuità, tante palle perse in modo banale condite però da un “and one” su un piede solo che è di per sé stesso una gemma.
Senza Colbey Ross e con Jahmi’us Ramsey che si auto limita litigando in modo cocciuto con il canestro specie da fuori (del resto il go-to man per antonomasia è oggetto di raddoppi sistematici, di costanti aiuti difensivi che lo costringono ad agire troppo lontano da canestro) tornano protagonisti Jarrod Uthoff e Markel Brown, entrambi in campo per 28 minuti, autori delle giocate decisive sui due lati del campo e soprattutto infusori di leadership, di coraggio, di capacità di reazione quando più serve, pur senza manie di protagonismo e senza accentrare necessariamente il gioco.
L’uomo di Iowa recupera un pallone di platino nel finale che innesca un clamoroso contropiede concluso con alley up no look dietro la testa di JTA con conseguente bimane di Sissoko, il secondo realizza in entrata il canestro decisivo riuscendo a mettere in pratica quanto probabilmente disegnato nel time out precedente, ed ai 13 punti segnati aggiunge anche 7 assist fondamentali.
Basterebbero queste due giocate per definire la loro prestazione, che però è costellata anche da una miriade di piccole cose sui 28 metri, non sempre raccontate dalle statistiche, che li riportano vicini al rendimento stratosferico quanto rassicurante della passata stagione.
Analizzando lo score di Juan Toscano Anderson, invece, non si comprende il livello anche della sua prestazione, specie nel secondo tempo, ed in particolare quando la squadra subisce il piccolo break che la porta sotto di sette punti, non un abisso ma pur sempre il massimo svantaggio nella partita, per di più subìto nel quarto decisivo.
JTA trascina la squadra nell’invertire la pericolosa inerzia, si mette a difendere in modo feroce, recupera un paio di palloni, vola in contropiede, cattura rimbalzi, innesca i compagni meglio posizionati, cancella dal campo il pericolo pubblico numero uno Palmer negli ultimi sei-sette minuti.
E, infine, devia l’ultimo passaggio del Galatasaray intuendone le intenzioni a cinque secondi dal termine, consegnando di fatto la vittoria a Trieste.
Portano un mattone decisivo anche la consueta difesa granitica di Deangeli ed un Candussi che non sarà un fulmine di guerra quando deve tornare sotto canestro dopo i close out sul perimetro, ma se di fronte non ha Gillespie bensì il totem turco Yasar, fisicamente debordante ma mobile come il Faro della Vittoria, riesce anche a diventare autoritario sotto canestro.
Come all’andata, la sfida contro i turchi è però terreno di caccia per un uomo solo al comando: Mady Sissoko, dopo 40 minuti passati a fare da carne da macello al cospetto di tale Ike Anigbogu, rialza la testa e gioca un match autoritario trascorso costantemente sopra il ferro, risultando inarrestabile per i malcapitati lunghi turchi superstiti, abbattuti da una doppia doppia da 21 punti e 10 rimbalzi frutto di un clamoroso 9/12 da due, 3/3 ai liberi, 5 schiacciate e tre canestri in fade away, 2 stoppate ed una palla recuperata. Prestazione da 30 di valutazione, cui va aggiunta anche la lode per la capacità di reazione dimostrata dopo l’umiliazione di Cremona.
Israel Gonzalez, finalmente partecipe ed agitatissimo a bordo campo, stavolta dirige l’orchestra in modo impeccabile.
I cambi sono pennellati al momento giusto, viene dato spazio agli uomini maggiormente affidabili sul campo e non sulla carta, viene addirittura coraggiosamente tenuto seduto nei momenti topici un Ramsey molto più impreciso del solito.
Viene disegnato l’ultimo attacco in modo intelligente (la penetrazione sul meno uno con gli avversari in bonus, specie nelle mani di un ottimo tiratore di liberi, è vincente nove volte su dieci), viene intuita la soluzione decisa dal Galatasaray sull’ultima rimessa.
E’ lo stesso Gonzalez seduto sulla poltrona a guardarsi le unghie per dieci minuti a Brescia e Cremona? Sembra proprio lui…
Evidentemente l’aria del grande evento, la ribalta internazionale, il respiro della storia fungono da switch per una squadra che, in tutte le sue componenti, ad Istanbul assomiglia molto da vicino a quella immaginata in estate dal GM e dai tifosi, una squadra d’assalto, che aggredisce in difesa per partire di corsa in contropiede, che veleggia sopra il ferro, che sa sempre cosa fare, che valorizza le qualità ed il talento dei giocatori giusti al momento giusto.
Se la sbornia turca sia un fuoco di paglia o possa continuare a far girare la testa lo dirà il prossimo, vicinissimo, impegno casalingo, una partita, quella contro l’Olimpia, che somiglia anch’essa da molto vicino al grande evento, alla ribalta internazionale, al respiro della storia.
In questo difficile inizio di stagione spicca il primo risultato per la Pallacanestro Trieste: la vittoria ad Istanbul, combinata alla pesante sconfitta casalinga dell’Igokea con il Würzburg vale infatti la qualificazione matematica al prossimo turno di Basketball Champions League. Trieste al momento è terza in quanto ormai irraggiungibile dalla squadra bosniaca, ma nell’ultimo turno a metà dicembre ha la possibilità di conquistare il secondo posto a patto di ribaltare il passivo di 15 punti subito in Germania il 7 ottobre scorso.
Il regolamento ora prevede uno spareggio contro la seconda o la terza del girone F, superato il quale si spalancherebbero le porte di un ulteriore girone a quattro squadre.
Indipendentemente da calcoli ancora prematuri e sostanzialmente inutili in questo momento, è un altro mattoncino di storia posto dalla società biancorossa nel suo progetto di crescita.

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Vanoli Cremona – Pallacanestro Trieste 113-94     Parziali: 27-22 / 50-46 // 85-69 / 113-94    Progressivi: 27-22 / 23-24 // 35-23 / 28-25

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 6, Ross 11, Deangeli 3, Uthoff 15, Ruzzier 11, Sissoko 12, Candussi 4, Iannuzzi n.e., Brown 13, Brooks n.e., Moretti 3, Ramsey 16.  Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Vanoli Cremona: Anigbogu 7, Willis 14, Jones 9, Casarin 13, Grant 5, Galli 0, Veronesi 13, Bruns 4, Durham 24, Ndiaye 24.  Coach: P. Brotto.

Arbitri: E. Gonnella, G. Bettini, A. Bartolomeo.

CREMONA – 27, 23, 35, 28. Numero jolly: 20. Non sono i numeri ultimi estratti per il Superenalotto, magari. Sono, ovviamente, i punti segnati da Cremona in ognuno dei quattro quarti di gioco, più il numero di rimbalzi offensivi conquistati dagli assatanati giocatori di casa.Tradotto: 113 (centotredici!) punti subiti da un gruppo slegato di giocatori andati a Cremona, apparentemente, più per assaporare i famosi torroni prodotti in città che per credere veramente di poter uscire con due punti dal PalaRadi.
Un impianto da 3500 posti, riempito ben al di sotto della capienza massima per la partita contro Trieste (la stagione della Vanoli e la qualità del suo gioco meriterebbero oggettivamente maggior seguito), che ospita le gesta di una squadra che probabilmente ha speso un sesto del budget investito dagli ospiti, il cui tanto celebrato, costoso quanto teorico talento rimane però per la gran parte latente, quando non totalmente assente.
Sgomberiamo il campo da fraintendimenti: la Vanoli stravince la sfida con Trieste grazie ai suoi enormi meriti.
Meriti che consistono nell’affrontare la gara esattamente come era logico che dovesse affrontarla per avere qualche chance di vittoria: buttare l’anima sul parquet per 40 minuti, aggredire costantemente ogni pallone, correre tantissimo, attaccare con coraggio nell’uno contro uno e, soprattutto, lanciarsi in cinque a rimbalzo sui due lati del campo.
Se poi di fronte hai la fortuna di trovarti una squadra che quando la batti nell’uno contro uno vai a schiacciare, che quando fai un passaggio in più ti permette di tirare con quattro metri di libertà, che quando tagli dal lato debole non si accorge nemmeno di cosa stia succedendo, che quando sbagli un tiro ti permette nella maggior parte dei casi di conquistare il rimbalzo una, due, anche tre volte, che quando parti in contropiede arrivi al ferro tre contro uno (talvolta anche zero), che quando riesce a far arrivare la palla sotto canestro ci mette dodici secondi per andare al tiro permettendoti di brutalizzarla, allora hai anche la possibilità di esaltarti, andare in totale trance agonistica e mettere dentro anche conclusioni che normalmente non trasformeresti mai in punti, infliggendo ai tanto chiacchierati avversari una lezione che nelle proporzioni fotografa in modo preciso quello che, oggi, è la Pallacanestro Trieste.
Per contro, sull’altra sponda della barricata si sente ancora parlare di processo di crescita, di tempo necessario alla squadra, di lavoro per capire e migliorare i difetti strutturali evidenziati dall’inizio del precampionato.
Processo di crescita che, però, appare perlomeno curioso nella sua evoluzione, dal momento che la difesa (tranne qualche sprazzo contro Tortona) non mostra di aver compreso nemmeno in minima parte ciò che sia necessario per evitare errori che sono sempre, costantemente, invariabilmente, gli stessi.
Anzi, che va addirittura peggiorando di partita in partita, con differenze nella quantità di rimbalzi catturati che ormai superano la doppia cifra.
E allora, consoliamoci con il fatto che il coach abbia finalmente individuato nell’approccio troppo morbido ad ogni match, un approccio deconcentrato, disorganizzato, passivo ai limite dalla frustrazione che genera partenze ad handicap in ogni singolo confronto contro qualunque avversaria, uno dei punti di maggiore attenzione, uno di quelli su cui focalizzarsi e lavorare soprattutto con il cervello.
Peccato che, a differenza della Vanoli, Trieste pur sapendo benissimo cosa deve fare per uscire con i due punti dal PalaRadi, non inizia nemmeno a metterlo in pratica. Subisce la solita imbarcata nei primi dieci minuti (attenzione a non colpevolizzare solo l’allenatore per questo: in campo ci vanno i giocatori e le loro teste), poi si deve dannare l’anima anche dal punto di vista fisico per recuperare (e stavolta anche andare avanti nel punteggio), pagando puntualmente lo sforzo con gli interessi nel secondo tempo.
Trieste sa anche di avere un difetto caratteriale nell’arrendersi troppo presto quando subisce un break che la porta sotto con distacchi in doppia cifra, ma quando Cremona in trance realizza un canestro letteralmente ad ogni azione fra il ventesimo ed il trentesimo minuto, si arrende passivamente e non ha più la forza, prima di tutto mentale, per provare a rimettere insieme i cocci, ed anzi molla completamente gli ormeggi andando alla deriva nel consueto, lunghissimo garbage time, un garbage time costellato da nefandezze tecniche (come il retropassaggio di Candussi nelle mani degli avversari in apertura di contropiede, o il fallo antisportivo di Ramsey dopo aver perso la palla palleggiandosi sul ginocchio, o le conclusioni sottomano che si spengono sul primo ferro) che non riesce nemmeno a limare il gap nel momento di massimo sforzo.
Trieste non tira nemmeno con percentuali insufficienti, anzi. Oltretutto sono ben 6 gli uomini in doppia cifra, ma se si concedono 20 rimbalzi in attacco si dispone anche di una valanga di possessi in meno rispetto agli avversari: 78 contro 57.
E’ vero che Trieste va in lunetta ben 34 volte (anche in questo caso con percentuali ottime), ma stavolta non troppe più degli avversari, che tirano dalla linea della carità 29 volte sbagliandone ben 11. Trieste è graziata da questo punto di vista: l’imbarcata avrebbe potuto essere ben peggiore se Cremona avesse sfruttato con maggiore precisione le conclusioni a cronometro fermo.
Posto che nessun giocatore si esprime con una qualità superiore alla sufficienza nei 40 minuti (sprazzi di Brown e Ross, un buon Uthoff nel primo tempo, volontà da parte di Ruzzier, pesante lezione subita da Sissoko, il nulla dagli altri con punte di irritante sufficienza da un Toscano Anderson sperabilmente ancora acciaccato (non sarebbe altrimenti spiegabile né giustificabile il suo rendimento), è necessario cominciare ad affrontare seriamente l’argomento allenatore.
Nessuno degli esperimenti provati porta frutti. E’ comprensibile come con una partita ogni tre giorni sia pressoché impossibile provare soluzioni nuove in palestra e le devi testare in corsa, ma i quintetti ruotati, ed in particolare quelli piccoli, appaiono troppo sbilanciati verso l’esterno, troppo in balia dei lunghi sotto canestro qualunque sia la rotazione difensiva, troppo lontani dal poter giocare in modo credibile in attacco vicini al ferro.
Esperimenti a parte, non appare nemmeno in miglioramento nessuno degli aspetti su cui si sarebbe dovuto lavorare (e che il coach ha già a più riprese evidenziato): apparentemente mancano le idee, manca la consapevolezza di cosa fare e di come farlo, di conseguenza si ripetono sempre gli stessi errori.
Gonzalez torna ad allungare le rotazioni, e questo, anche se fosse determinato dalla necessità di preservare fisicamente i giocatori in vista della trasferta in Turchia, si traduce invariabilmente in una perdita di identità di squadra, di chiara impronta di gioco, di gerarchie che permettano di far comprendere ad ognuno dei giocatori il proprio ruolo ed i propri compiti al di fuori dell’anonimato nel quale languono in questo momento.
Senza contare il fatto che appaia ormai palpabile lo scollamento fra i giocatori americani ed il coach: incomprensione? Incompatibilità? Incomunicabilità?
Non lo sappiamo, né conosciamo eventuali soluzioni in questo momento della stagione. Però il buon Israel ha ben poco da offendersi quando qualcuno glielo fa notare: i risultati e l’andamento delle partite stanno lì a raccontare la realtà con la crudezza disarmante ed incontrovertibile dei numeri.
E poi, sarà un nostro pallino senza pretesa di poter ambire a verità assoluta. Ma vedere nuovamente il coaching staff al completo disteso sulle poltrone in panchina con espressione alla Nosferatu a più di 10 minuti dal termine, trasmette frustrazione e rassegnazione ai giocatori oltre che a chi guarda la partita, trasmette anche il classico comportamento da chi non sa proprio più che pesci pigliare.
Ora, è comprensibile come anche Gonzalez, Nanni e Taccetti, così come l’ultimo tifoso che affoga nella terza birra di serata lo scadente spettacolo televisivo, abbiano battezzata andata la partita a dieci minuti dal termine, ma questa squadra, questi uomini, l’ambiente tutto, hanno bisogno di una scossa, hanno bisogno magari di perdere lo stesso, ma senza arrendersi, senza sbracare, senza fregarsene della dimensione dello scarto finale.
Comportamenti alla Ataman od Obradovic, con le loro plateali esternazioni di rabbia, il turpiloquio, l’aggressione fisica, i cambi punitivi, finanche gli insulti non fanno parte del bagaglio di Gonzalez e sicuramente non di quello della società.
Ma, non temiamo di ripeterci: due piedi in campo, un richiamo a volume adeguato ad usare gli attributi, a far emergere orgoglio ed attaccamento alla maglia, beh quello è indispensabile.
Finire umiliati da Anigbogu e Ndaye può succedere, ma non senza una reazione che se non arriva sul campo deve assolutamente essere declinata partendo dalla panchina.

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PALLAMANO TRIESTE 1970     34    –     ALBATRO SIRACUSA      30               (primo tempo 18-14)

PALLAMANO TRIESTE: Garcia, Postogna, Bono, Ganz, Mazzarol, Antonutti, Pernic 1, Urbaz, Parisato 4, Andreotta, Pauloni 2, Lindström 10, Vanoli 5, Bendjilali 5, Sandrin, Esparon 7. All. Carpanese
ALBATRO SIRACUSA: Riahi, Santos 2, Marino, Sciorsci, Angiolini 6, Vinci 2, Pereira 1, Coutinho 3, Guggino, De La Santa 1, Cirilo 13, Hermones, Mamdhou 2, Cuzzupè. All. Garalda

TRIESTE – È grande, grandissima Trieste contro la capolista: i biancorossi piazzano il colpaccio contro la prima della classe Albatro Siracusa, in un 34-30 con sessanta minuti di grandissima pallamano, in un Chiarbola stracolmo di tifosi.
Un segnale importante e due ulteriori punti di platino per restare nelle altissime posizioni di classifica.Pronti, via ed è subito doppietta di Lindström per il 2-1 iniziale, il +2 momentaneo biancorosso è di Esparon.
L’Albatro trova buoni attacchi con Cirilo e Coutinho per arrivare sul 4-3 al 4’, Lindström continua a essere una furia in attacco e fa nuovamente bis mantenendo avanti di due lunghezze i giuliani, ispirati anche dal solito Esparon (6-3).
E in attacco Trieste continua a essere perfettamente oliata, arrivando sull’8-4 con Pauloni in contropiede e una nuova marcatura del suo terzino svedese, sul lato opposto l’Albatro regge l’urto con Cirilo e Santos ma in difesa i biancorossi recuperano palloni preziosi, volando sul +5 all’11’ e costringendo Siracusa al time-out.
Gli ospiti però continuano a fare fatica nei minuti seguenti, con Postogna a parare un rigore a Mamdhou e il duo Parisato-Vanoli a segnare il gol numero 12 e 13 per sei gol di vantaggio al 15’.
I siciliani sono però abili a limare buona parte del gap in meno di quattro minuti, volando in seconda fase e mettendo a segno un parziale di 4-0 per tornare sotto di due al 20’. Risale sugli scudi Lindström nel momento di difficoltà giuliano, Angiolini continua a esser una spina nel fianco della difesa di casa e qualche errore dai sette metri dei padroni di casa toglie un po’ di inerzia al team di Carpanese.
L’ assist di Lindström per il gol in ala di Parisato e i due minuti sanzionati a Vinci tolgono ritmo all’Albatro, che sbatte sulle respinte di Garcia e paga quattro gol di svantaggio all’intervallo di metà gara (18-14).
Le reti di Cirilo da un lato e Pernic sul lato opposto aprono la ripresa a Chiarbola: Garcia è monumentale su due respinte in altrettanti attacchi di Siracusa (19-15), non può poi nulla sul sette metri ancora di Cirilo che poi sfrutta l’uomo in meno del Trieste per infilare assieme a De La Santa il break di 4-0 che pareggia i conti a quota 19 al 37’.
Biancorossi in difficoltà in questa fase del match, con Lindström a trovare il gol a porta vuota ma con l’Albatro però a trovare il primo vantaggio della partita sul 20-21 di Angiolini al 38’.
Ma lo stesso numero 7 del Siracusa trova l’espulsione e cartellino blu per fallo su Lindström, con rigore successivo segnato da Vanoli (21-21).
I padroni di casa tornano avanti con la doppietta di Bendjilali (24-23 al 42’), Cirilo rimette nuovamente le cose al posto per la parità a quota 24.
Ed è un botta e risposta nei minuti che seguono, con il 26 targato Cirilo e Pauloni prima dell’uno-due di Esparon del 29-27 al 55’.
Il match in via Visinada si decide in questo ambito, col sette metri imbucato dal francese e i gol di Vanoli e Parisato a tenere a distanza l’Albatro che non si rialza più.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste – Bertram Derthona Basket 91-81         Parziali: 15-29 / 41-43 // 64-61 / 91-81     Progressivi: 15-29 / 26-14 // 23-18 / 27-20
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson n.e., Ross 10, Deangeli 0, Uthoff 6, Ruzzier 16, Sissoko 8, Candussi 3, Iannuzzi n.e., Brown 17, Brooks n.e., Moretti 14, Ramsey 17. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Bertram Derthona Basket: Vital 17, Hubb 14, Gorham 16, Pecchia 2, Chapman 0, Di Meo n.e., Tandia n.e., Strautins 17, Baldasso 3, Olejniczak 4, Biligha 2, Rismaa 6. Coach: M. Fioretti. Assistenti: I. Squarcina, A. Vicenzutto.

Arbitri: B.M. Attard, F. Paglialunga, A. Nicolini.

TRIESTE – Capitolo 7 del manuale di psichiatria: sdoppiamento della personalità. Dopo 50 minuti in balia degli avversari, frustrati ai limiti della rassegnazione, deconcentrati e disattenti, sul filo di una pioggia di fischi spazientiti che per la prima volta piovono -timidamente- dagli spalti, gli uomini di Gonzalez smettono i panni mansueti della vittima predestinata e si ribellano ad un risultato che sembra di nuovo già scritto dopo cinque minuti.E’ il quintetto “operaio” all Italian con l’aggiunta di Markel Brown, subentrato ai primi cinque nel momento peggiore, a portare una scossa prima di tutto morale alla partita. Ruzzier e Moretti, Candussi (influenzato ma regolarmente in campo pur senza allenamento) ed un Lodo Deangeli indemoniato in difesa riprendono una situazione che sul -18 e con Tortona in delirio di onnipotenza ben oltre i demeriti difensivi triestini sembrava aver già posto l’epitaffio sul risultato a 30 minuti dalla sirena finale ed avviato di conseguenza processi e ricerca di responsabilità.
Gli ospiti, peraltro, aiutano cortesemente Trieste disputando un secondo quarto fotocopia del primo biancorosso: smettono di condividere la palla affidandosi alle iniziative personali di uno Strautins motivatissimo al rientro, di un Hubb che va via via spegnendosi dopo un avvio perfetto e di un Tommaso Baldasso non certo alla sua miglior partita in stagione.
Trieste riprende a catturare rimbalzi dopo essere stata letteralmente sovrastata sui due lati del campo, trova canestri e coraggio con un ispirato Ruzzier (che finalmente torna a guardare il canestro esibendosi in un 4/4 da fuori da antologia che gli permette, tra le altre cose, di superare i 1500 punti in LBA) ed un Moretti che, quando sta bene e gli viene concesso spazio, si dimostra ancora una volta letteralmente imprescindibile: il Moro sa fare veramente tutto, difende, ruba palloni, è un eccellente passatore e, soprattutto, è il tipico giocatore di striscia.
Quando va in ritmo prende fiducia ed al tiro diventa pressoché infallibile. Aggiungendo il non trascurabile particolare che non si tira di certo indietro quando è necessario prendersi responsabilità importanti nei momenti decisivi, si comprende come in questa fase del campionato l’ex Reyer sia probabilmente uno fra i giocatori chiave a disposizione del coach.
Risultato: il timido dottor Jekill si trasforma nel terrificante Mister Hyde, Tortona segna 14 punti nei secondi dieci minuti (Trieste ne aveva segnato 15 nei primi dieci), la partita torna magicamente ed in modo del tutto imprevisto in totale equilibrio e vi resterà fino a due minuti dal termine.
Piuttosto esplicativi i plus /minus di Moretti, Brown, Candussi e Deangeli: rispettivamente +15, +14, +15 e +13.
Nel secondo tempo Trieste si mette addirittura a difendere, ed è forse la notizia più clamorosa. Lo fa in modo organizzato, convinto e con ferocia agonistica, aggredendo il portatore di palla, passando sui blocchi, impedendo sistematicamente che il lungo (non un fulmine di guerra il possente polacco Olejniczak) riceva e concluda il pick and roll con aiuti puntuali portati dall’uomo giusto.
Subisce una quantità abnorme di punti in transizione (addirittura 22), generati essenzialmente dalle 18 palle perse, ma da qualche parte è pur necessario mollare.
Per contro, a mano a mano che ci si avvicina alla fine, cattura pressoché tutti i rimbalzi difensivi, concedendo a Tortona solo quelli dalla traiettoria imprevedibile: sono lo stesso ben 16 i rimbalzi offensivi degli ospiti, ma accumulati soprattutto nelle prime fasi dell’incontro.
Per contro, dall’altro lato del campo, soprattutto con Uthoff e Sissoko si concede più volte preziosissime seconde chance andando a catturare carambole che, alla fine dei conti, si riveleranno decisive.
Nasce tutto da lì: l’ottima difesa permette di raggiungere Tortona e di accumulare anche qualche punto di vantaggio, pur senza riuscire mai a scrollarsi di dosso un’avversaria che ribatte colpo su colpo.
La difesa permette pure di segnare molto in transizione, anche se i colpi letali vengono portati da oltre l’arco da Moretti prima e Markel Brown poi (l’avvicendamento nel finale del primo con il secondo genera qualche mugugno sugli spalti, zittito da un paio di rimbalzi raccolti al piano di sopra e dalle due triple decisive realizzate dal cocapitano) con l’aggiunta di un ispiratissimo Ruzzier, un glaciale Uthoff e di un Ramsey fin lì silente ma il solito serpente velenosissimo quando decide di mettersi in proprio, specie quando aggredisce una difesa limitata da quattro giocatori con quattro falli sulle spalle a limitarne le possibilità di contenimento.
Trieste è brava ad approfittarne: come sempre successo, con i suoi migliori tiratori di liberi -Ramsey ma anche Colbey Ross- tende a penetrare, cercare il contatto ed a conquistare di conseguenza ben 27 tiri liberi, trasformati con una percentuale vicina al 90%.
Un vero fattore, anche perchè dall’altro lato a Tortona ne vengono concessi solo 11.
E poi, è quasi matematico: quando i biancorossi giocano di squadra, condividono il pallone, mettono il compagno in ritmo nelle condizioni di prendere la migliore soluzione possibile al tiro, esprimono la loro migliore pallacanestro e, tendenzialmente, vincono.
Concetto sintetizzato dalla quantità di uomini in doppia cifra, ben 5, senza solisti accumulatori di statistiche.
Alla fine la Bertram fallisce anche triple piedi a terra “battezzate” dalla difesa triestina, non riesce in alcun modo a scardinare il pitturato avversario anche perchè Sissoko intimidisce con la sua sola presenza, e quando Hubb fa zero su due dalla linea del tiro libero esibendosi in poco consueto air ball sul secondo tentativo non le resta che alzare la bandiera della resa, senza nemmeno riuscire a limitare il passivo in vista di un doppio confronto che si preannuncia serrato.
Per Trieste una vittoria imperfetta, con sprazzi di basket piacevole alternati a bestialità cestistiche troppo osé per essere raccontate senza SPID, ma anche qualche progresso nel processo di perfezionamento degli automatismi sui due lati del campo che lascia ampi margini per poter essere ottimisti.
E, soprattutto, finalmente, la garra, il carattere, gli attributi che piacciono alla gente ancor più della perfezione tecnica, e che erano stati i grandi assenti per gran parte del primo mese di stagione.
Dal -18 fotocopia della debacle al PalaLeonessa al +10 dopo mezz’ora di gioco, oltretutto ottenuto nonostante le pesantissime assenze di Brooks e Toscano Anderson in ruoli nei quali Tortona è super attrezzata (sconosciuti i tempi di rientro per il primo, sicuramente non sarà in campo a Cremona.
Risentimento lombare per il secondo, con maggiori possibilità di rientro immediato in campo.
L’impressione è che quando, oltre ai difetti cronici costituiti da alcuni aspetti difensivi e soprattutto dall’inspiegabile quanto irritante approccio morbido, svagato e rinunciatario ad ogni partita, Trieste riuscirà a dare un minimo di continuità ad un rendimento fin qui eccessivamente altalenante, allora la stagione potrà iniziare a considerarsi moderatamente raddrizzata.
Il primo successo conquistato contro una squadra di alta classifica riporta un po’ di sereno in vista di tre partite nelle quali, per l’appunto, sarà indispensabile ripetersi. Il trittico viene inaugurato sabato al PalaRadi di Cremona, sul campo di una sorpresa del campionato che ora ha lo stesso record di Trieste (4-3), poi sarà tempo di scendere su uno dei templi della pallacanestro continentale, la Abdi İpekçi Arena di Istanbul per una partita che potrebbe regalare i play-in in BCL, per completare il tour de force il 23 novembre con la sfida interna all’Olimpia Milano.
Poi si potrà tirare il fiato per qualche giorno grazie alla pausa per la Nazionale, e sarà forse già tempo dei primi bilanci.

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