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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Openjobmetis Varese 85 – Pallacanestro Trieste 84          Parziali: 19-15, 21-23, 21-20, 24-26.      Progressivi: 19-15, 40-38, 61-58, 85-84.

Openjobmetis Varese: Alviti 10, Duke 15, Villa n.e., Della Valle 11, Nikolic 6, Hale 16, Librizzi 4, Renfro 7, Kamagate 4, Roby 7, Ladurner n.e., Ikangi 5.
Coach: G. Kastritis.
Pallacanestro Trieste: Ross 25, Canka n.e., Deangeli 8, Galloway 15, Ruzzier 4, Martucci n.e., Candussi 8, Paiano 0, Brajkovic 4, Jones 19, McDermott 1.
Coach: F. Taccetti.

Arbitri: D. Borgioni, M. Bartoli, A. Dionisi.

VARESE – Masnago è ancora una volta off limits per i colori triestini. Stavolta, oggettivamente, Trieste ci va davvero vicinissima, al termine di una partita che l’ha vista inseguire dall’inizio alla fine, che pareva persa ed archiviata un paio di volte ma che la banda di Taccetti ha avuto il merito di riacciuffare per la coda fino all’amaro epilogo deciso, come nelle due uscite precedenti, dagli episodi nei momenti decisivi dell’incontro.
È un risultato che suscita qualche rammarico e molte recriminazioni, ed è, purtroppo, un’ulteriore occasione sprecata che difficilmente potrà ripetersi nel corso della stagione, contro l’ennesima squadra sulla carta superiore per talento e caratura ma, per un motivo o per l’altro, performante ampiamente al di sotto del proprio potenziale.
Alla terza partita ancora fermi al palo, i margini di errore in un campionato che, peraltro, rimane ancora lunghissimo, iniziano impercettibilmente ma inesorabilmente ad assottigliarsi, elevando a dismisura l’importanza della posta in palio nelle prossime due partite.
Perché, onestamente, al netto di episodi sui quali è perfettamente inutile rimuginare, tanto la sostanza non muta di una virgola, è nelle mancanze e nei passaggi a vuoto biancorossi che va individuata gran parte delle ragioni della sconfitta.
Un paio di scelte scellerate in attacco nel momento peggiore, una percentuale al tiro da fuori che è inutile commentare (6 su 32 per un 19% che era inferiore al 10% fino a metà quarto quarto), la quantità di rimbalzi concessi, specialmente in attacco, figlia anche dei soli 7 minuti in campo conditi dai 4 falli di Brajkovic, fuori casa significano quasi sempre sconfitta.
Ed infatti una sconfitta, molto logica, è arrivata, ma nuovamente, nonostante tutto, a dispetto di un tabellino con statistiche che giustificherebbero un divario ben maggiore (nonostante il 101-84 di valutazione complessiva a favore di Trieste) ed un andamento che racconterebbe di una partita segnata, costantemente in mano ad una squadra sola, è una sconfitta che non avrebbe sorpreso nessuno se alla fine si fosse tramutata in una vittoria.
Perché Trieste riesce con le unghie e con i denti, con il sudore e la testardaggine, con il coraggio ed il carattere, con un Colbey Ross tornato su rendimenti da MVP, con un Lajae Jones che minuto dopo minuto spegne i sorrisetti altezzosi dei saccenti benpensanti che ne avevano commentato con ironia l’ingaggio, con un Langston Galloway ed un Sean McDermott che potranno anche avere un conto aperto con il ferro litigandoci cocciutamente, ma sputano l’anima in difesa su ogni singolo possesso, riesce a rimanere attaccata alla partita come una zecca sulla pelliccia di un bradipo.
Piace molto il carattere che coach Taccetti è riuscito a trasmettere ai suoi uomini. La squadra appare coesa, già affiatata nonostante le poche ore di conoscenza reciproca, già in movimento verso un obiettivo comune.
Questi ragazzi sembrano in missione, una missione che impedisce loro di arrendersi al primo scossone degli avversari, di avvilirsi dopo una fiammata violenta che li caccia indietro nel punteggio, di abbattersi dopo due o tre azioni consecutive in cui pasticciano clamorosamente in attacco.
In tre partite disputate non vi è stata una situazione nella quale la squadra abbia abbassato la testa ed abbia allungato le braccia sui fianchi attendendo passivamente solo la doccia purificatrice del dopo partita, come troppo spesso avvenuto in passato, specie in trasferta.
Varese, ad esempio, piazza due accelerazioni sviluppando il massimo sforzo spinta dal suo pubblico.
Dapprima recupera cinque punti di svantaggio e si porta avanti di sette. Poi, nell’ultimo quarto, raggiunge addirittura i 12 punti di vantaggio grazie ad un ispirato Hunter Hale quando mancano meno di cinque minuti alla sirena, ma pensare di aver raggiunto l’obiettivo contro questa versione della squadra triestina è il peggiore degli errori da commettere.
Ed è un errore che gli uomini di Kastritis, invece, commettono con sufficienza e superficialità: sottovalutano le qualità di Trieste e le sue capacità di reazione, gettano al vento occasioni su occasioni, commettono atrocità tecniche, subiscono in entrambi i casi il ritorno veemente degli avversari e la seconda volta rischiano anche di rimetterci la partita, perché Trieste non ne vuole sapere di fungere da vittima sacrificale, e questo deve costituire un messaggio chiaro e forte al campionato.
Ma, inutile girarci attorno, per la squadra di Taccetti, specie di fronte ad avversari del calibro di quelli affrontati in queste prime tre settimane, il gap di lunghezza del roster è incolmabile.
A Varese Kastritis ruota otto uomini per più di venti minuti ciascuno, portandone nove in doppia cifra di minuti di impiego.
Taccetti ne deve spremere tre sopra i 30 minuti (Jones 34 ed il trentacinquenne Galloway addirittura 36) e si affida sostanzialmente a 7 giocatori.
Se poi ha anche la sfortuna di non poter utilizzare uno scatenato Ross negli ultimi 2 minuti -solo crampi per lui- e vede uscire un malconcio McDermott proprio prima del concitato finale -solo un duro colpo per il super tatuato ex capitano di Varese, anche per lui nulla di grave- è chiaro che il gap di esperienza ed affidabilità, di lucidità e freschezza atletica quando più conta decida, in ultima analisi, la partita.

Fra i singoli, arriva una confortante conferma da un Colbey Ross mai così vicino al rendimento che proprio sul parquet che lo vide protagonista nella sua prima magica stagione italiana lo portò ad essere nominato MVP del campionato. Ben oltre il cospicuo bottino di punti messo in carniere, il play americano subisce ben 11 falli, andando in lunetta 11 volte senza errori. Gli 8 assist, le 3 palle recuperate (contro le sole 2 perse) fruttano un 38 di valutazione in 31 minuti limitato esclusivamente dal fastidio muscolare finale. Ross mette in ritmo i compagni nei primi 15 secondi di azione, diventa l’unico terminale credibile, a cui tutti si affidano, quando i secondi a disposizione diventano sempre meno e la squadra esce dalla sua comfort zone. La sorte che per la seconda partita consecutiva lo ha tenuto relegato a bordo campo quando più sarebbe servita la sua sfrontata personalità costituisce senza dubbio una fra le principali ragioni della sconfitta.
Ma conforta anche la personalità di un rookie ventiduenne che dimostra, partita dopo partita, di non temere pressioni o difficoltà.
Lajae Jones conosce perfettamente la posta in gioco per la sua carriera in questa stagione: un anno da protagonista in Europa, un rendimento all’altezza anche dal punto di vista statistico, una crescita tecnica in più ruoli lo porterà inesorabilmente a sottoscrivere un contratto garantito con la franchigia NBA azzurro-oro che lo ha scelto, e quindi per lui ogni possesso, ogni giocata difensiva è una questione personale, una questione davvero di vita o di morte.
Il ragazzo, però, non si lascia certo schiacciare dall’ansia da prestazione in un mondo tutto nuovo: anzi, decide di prendersi la squadra sulle spalle nel momento più disperato, sportella con giocatori che pesano trenta chili più di lui, salta in testa ad avversari a cui rende venti centimetri, attacca il ferro, piazza due bombe dal peso specifico incalcolabile negli ultimi due minuti, stoppa inesorabilmente qualunque tiro molle od imprudente, cattura rimbalzi di prepotenza in attacco, ha anche la giusta scaltrezza intimidatoria.
Gli manca ancora un po’ di visione di gioco, tende troppo spesso a prendersi responsabilità che potrebbe delegare a compagni meglio piazzati, ma è qualcosa che migliorerà con il passare delle settimane. Intanto, si riporta a Trieste la sua prima doppia doppia.
C’è ancora da attendere, invece, per assistere al matrimonio di Langston Galloway con questo campionato.
Il giocatore è troppo esperto ed il suo curriculum troppo immacolato per tradursi in numeri che alla fine sono raddrizzati da giocate di enorme importanza, frutto di classe cristallina, nel finale di partita, ma che non rispecchiano nemmeno lontanamente il suo potenziale e quanto ci si possa e debba attendere da un giocatore della sua importanza.
È probabile che le pochissime settimane di preparazione pre season per un atleta “stagionato” come lui pesino sul rendimento nelle prime tre giornate.
A mano a mano che la forma atletica si avvicinerà a quella ideale, è pressoché certo che anche le sue percentuali, specie da tre punti, torneranno in linea con le medie di sempre.
Alti e bassi dal gruppo di italiani: Candussi è chiamato per la terza volta agli straordinari, ma Renfro e Kamagate sono davvero clienti di difficile interpretazione.
8 punti, cinque rimbalzi e 3 su 3 da due sono comunque numeri confortanti, ma l’apporto praticamente nullo di Brajkovic gli addossa responsabilità per le quali non è pensato.
Grandi cose ed errori clamorosi arrivano da Ruzzier e Deangeli, ma conforta vedere entrambi molto intraprendenti anche in attacco: avere alternative a Ross come terminale è indispensabile, le percentuali al tiro miglioreranno e gli episodi potranno tornare a ribaltare la lancetta del destino. L’importante è non perdere la fiducia.
Lasciamo per ultimo l’episodio che, alla fine, ha deciso il match di Masnago.
A Milano le decisioni (o meglio, le “non” decisioni) del trio in grigio erano andate in un’unica direzione. Gli arbitri erano rimasti, invece, sostanzialmente ininfluenti contro Venezia (ed anzi la poca fiscalità nel sanzionare ogni giro d’aria ha reso la partita piacevole da vedere anche per gli spettatori “neutrali”).
Il metro arbitrale scelto a Varese è stato invece di gran lunga più pignolo, ne è conseguito uno spettacolo spezzettato ed a tratti noioso, ma il metro se non altro è risultato equanime, prova ne sia il computo dei tiri liberi, sostanzialmente in equilibrio (29 per Trieste, 28 per Varese).
Fino all’ultima azione, ad un secondo dal termine, il fermo immagine più importante di tutti, quello che decide l’esito finale.
Lì l’esperienza, la scaltrezza, la consapevolezza, hanno avuto la meglio sull’obiettività e la fiscalità.
Lasciamo ad ognuno il tempo di andare a vedere e rivedere il fallo fischiato contro Deangeli sul tiro da tre di Della Valle, ognuno può valutare dove porre il confine fra contatto e simulazione, fra cilindri invasi e flopping, fra obiettività ed interpretazione.
Anche se tale confine fa tutta la differenza del mondo sull’attribuzione dei due punti in classifica, rimuginare e recriminare su una decisione ormai presa e passata in giudicato è del tutto inutile, come inutile è abbandonarsi a depressione o senso di ingiustizia.
Da questo episodio, anzi, bisogna ripartire con più rabbia e voglia di reagire, in vista di due partite in cui serviranno entrambe in grande abbondanza, ed in cui il risultato assume a questo punto un’importanza vitale.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

La telecronaca della partita andrà in onda lunedì 12/10 dalle ore 14 su RADIO CITY TRIESTE TV (link https://www.radiocitytrieste.it/ o https://www.twitch.tv/radiocitytriestetv )

PALLAMANO TRIESTE 1970 – PROGER CASSANO MAGNAGO 21-23  (primo tempo 9-8)

PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Giorgi, Mazzarol, Midtun 1, Urbaz 3, Parisato, Lo Duca 1, Andreotta, Pauloni 3, Ceccardi 2, Giorgi, Cirilo 3, Sandrin 1, Scorzato, Gadek 7, Udavenia. All. Lisica
PROGER CASSANO MAGNAGO: Lazzari 1, Fantinato 2, Dapiran 1, Moretti 3, Monciardini, Mazza, Dorio 1, Pedersen, La Bruna, Branca 2, Adamo 7, Kabeer, Prevosti 3, Barbetti, Cadarso 2, Jezdimirovic. All. Dapiran

Arbitri: Simone e Monitillo

TRIESTE – Si spegne all’ultimo respiro la speranza di Trieste di strappare punti al Cassano Magnago campione d’ Italia: la Proger passa per 21-23 a Chiarbola dopo una gara tiratissima, contrassegnata da tanto equilibrio e con gli errori in attacco della formazione di Boris Lisica a essere i peggiori nemici degli ultimi minuti.
Partenza a piccolo trotto per entrambe le formazioni, con due minuti abbondanti di errori da ambo le parti (ma si segnerà molto poco per tutto il corso del primo tempo): è Branca a segnare il primo gol ospite, è poi Sandrin a rispondere per l’1-1 al 3’.
Tra i pali di casa Garcia si mette subito in proprio con un paio di ottime parate, la Proger torna avanti provvisoriamente con Prevosti ma è Pauloni, con due realizzazioni consecutive dai sette metri, a mettere la freccia per Trieste al 7’ (3-2).
Arrivano poi un paio di palloni persi in attacco dai padroni di casa che si traducono in contropiedi facili per Cassano Magnago: break di 3-0 e inerzia che si sposta al 9’ sul 3-5, ma ai giuliani bastano tre minuti per trovare nuovamente la parità (rigore di Cirilo e gol successivo di Gadek).
Nonostante i due minuti sanzionati a Mazzarol, i biancorossi reggono l’urto in difesa (Postogna disinnesca il sette metri di Moretti) e trovano un nuovo vantaggio con Urbaz in ala al 16’ (6-5).
La Proger sbaglia parecchio e Trieste ne approfitta per il +2 di Lo Duca, gap che rimane immutato sulla rasoiata all’incrocio di Cirilo dell’8-6: su lato Proger Adamo fa tripletta per restare in scia, mentre Trieste è costretta per qualche istante a rinunciare sia a Urbaz che a Gadek, entrambi espulsi per due minuti.
Garcia è fenomenale ancora tra i pali, Pauloni segna il rigore del 9-8 al 30’.
La doppietta di Adamo fa ripartire bene Cassano Magnago in apertura di ripresa, che mette la freccia sul 10-11 e allunga di due al 35’ con Fantinato.
Ceccardi accorcia il gap, ma Trieste in un paio di occasioni non trova lo specchio della porta difesa da Monciardini e, seppure di una sola rete, è costretta a inseguire (12-13 al 39’).
Urbaz è ispiratissimo in ala e trova due gol preziosi, Gadek pareggia al 43’ e Midtun effettua il sorpasso un minuto più tardi sul 17-16.
È poi botta e risposta, con Prevosti e Fantinato a rispondere a Gadek, il contro-sorpasso è di Moretti sul 18-19 ma ancora Gadek infila l’ennesimo pari a dieci dal termine.
Si decide in volata: Gadek firma il 21-20, nuovo pari con Cadarso mentre Adamo mette la freccia al 57’ in contropiede dopo l’errore dai sette metri di Ceccardi (21-22). Postogna fa il miracolo su Dorio, ma gli ultimi attacchi triestini non vanno a buon fine: è Cadarso a chiudere i conti negli ultimi secondi per il 21-23 conclusivo.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Renzo Raseni)

Pallamano Trieste 1970
Cassano Magnago Handball

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PALLAMANO TRIESTE 1970 – BOZEN LOACKER VOLKSBANK 33-25     (primo tempo 17-14)

PALLAMANO TRIESTE: Garcia, Postogna, Giorgi, Mazzarol, Midtun 6, Urbaz, Parisato 2, Lo Duca, Andreotta, Pauloni 5, Ceccardi 7, Giorgi, Cirilo 3, Sandrin 2, Scorzato, Gadek 7, Udavenia 1. All. Lisica
BOZEN LOACKER VOLKSBANK: Di Giulio 6, Tamanini, Walcher, Glicic 2, Bortolot, Starcevic 1, Zanetti 2, De Leo, Boev 3, Zanutto 2, Udovicic 3, Rojas 4, Glisic-Gligorijevic 2, Martinati. All. Palazzi

TRIESTE – Finalmente arriva la prima gioia del campionato per la Pallamano Trieste 1970: nel recupero della quarta giornata di serie A Gold, sono sessanta minuti di grande qualità quelli che permettono alla formazione di Boris Lisica di imporsi sul Bolzano per 33-25, inanellando a Chiarbola la prima vittoria di stagione dopo i quattro rovesci di fila.

1️⃣ – È Gadek ad aprire le marcature del match, mentre Garcia disinnesca già tre tiri altoatesini a inizio sfida.
Midtun fa 3-0 al 3’, ancora Gadek firma il poker per una super partenza biancorossa.
Al Bolzano servono cinque minuti per sbloccarsi con la rete di Glisic-Gligorijevic, il contropiede di Di Giulio dimezza il gap al 6’ (4-2), dopo qualche azione a bocca asciutta Trieste torna a segnare con Pauloni e si rimette sul +3 con Ceccardi al 10’, pagando però una momentanea doppia espulsione temporanea con Urbaz e Midtun che riavvicina gli ospiti sul 6-5 (Rojas e Boev a segno).
L’uno-due di Cirilo è un toccasana per i padroni di casa per rimanere avanti nel punteggio, la Loacker Volksbank si riavvicina poi a metà periodo sul -1 di Zanutto in pivot prima di un nuovo allungo triestino con Ceccardi a fare doppietta e Garcia nuovamente a esaltarsi tra i pali di casa.
Arriva un nuovo momentaneo +3 con Udavenia al 22’ (12-9), Bolzano continua a colpire in pivot – stavolta con Glicic – è poi Sandrin nello stesso spot a realizzare il 13-10 e, con un paio di buone difese, per un attimo i giuliani vanno sul massimo vantaggio di quattro gol (15-11) grazie alle realizzazioni di Gadek.
Bolzano fa -3 negli istanti finali, ma il primo tempo vede Trieste col muso avanti (17-14).
2️⃣ – Senza Udovicic, espulso per due minuti in occasione del tiro franco che colpisce al volto Ceccardi, gli ospiti vanno sotto di sei a inizio seconda frazione: bis di reti di Pauloni e gol di Midtun per il 20-14 al 34’, anche Postogna si erge protagonista disinnescando un sette metri e Ceccardi regala su rigore il provvisorio +7.
Il clima si accende sul parquet di Chiarbola con il due minuti sanzionato a Rojas per un fallo su Pauloni lanciato a rete, ma proprio questo ambito accende il Bolzano che scava un break di 4-0 per riaprire completamente il match al 41’ (21-18).
Gadek, Cirilo e Midtun fanno poi ripartire Trieste in attacco, per il 24-18 che è break importante a 15’ dalla fine, Di Giulio su lato altoatesino sigla due rigori di fila ma Midtun segna un gol importante dietro la schiena a tenere lontani gli avversari (25-20).
I padroni di casa reggono in difesa e devono difendere sei gol di vantaggio a 8’ dal termine, Rojas e Boev riavvicinano il Bolzano sul 27-23 ma le preziosissime reti di Ceccardi di Pauloni mettono le ali agli alabardati, che non si voltano più indietro sino alla fine.
I due minuti a Zanetti per fallo su Ceccardi al 56’ complica ulteriormente la vita agli ospiti, che issano bandiera bianca in anticipo sui gol nel finale di Pauloni, Parisato e Ceccardi.Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)La telecronaca della partita andrà in onda sabato 10/10 nel contenitore SPORTIME tra le 8 e le 14 su RADIO CITY TRIESTE TV
(link https://www.radiocitytrieste.it// o https://www.twitch.tv/radiocitytriestetv )

 

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PALLACANESTRO TRIESTE-REYER VENEZIA 82-87 (15-21; 27-18; 20-20; 20-28)
PALLACANESTRO TRIESTE: Ross 18, Canka, Deangeli 9, Galloway 5, Ruzzier 8, Martucci, Candussi 13, Paiano, Bregant, Brajkovic 1, Jones 16, McDermott 12. All. Taccetti.
REYER VENEZIA: Bowman 4, Tessitori 8, Marett 2, De Nicolao, Candì 15, Boakye, Olinde 11, Watson 17, Green 7, Wiltjer 13, Turconi, Grant 10. All. Spahija.
ARBITRI: Valzani, Attard, Dori.

TRIESTE – Seconda finalista 2026 in una settimana affrontata alla occhi negli occhi, seconda occasione sfiorata: a decidere è la lunghezza del roster, non la qualità del gioco. Focus feroce, rimbalzi e palle perse sotto controllo: la squadra di Taccetti comincia a somigliare ad una squadra vera.
Per assurdo, così fa ancora più male. Quello che doveva essere un inizio di campionato al massacro, che lo stesso coach aveva indicato come la vera pre season della sua squadra appena nata, si sta trasformando in una collezione di incompiute, di vittorie sfiorate che fruttano tanti complimenti e pacche sulle spalle, ma che però non portano punti in classifica.
Trieste, con Venezia, completa la doppietta d’esordio contro le finaliste della passata stagione e finaliste della Supercoppa, presumibilmente due fra le tre più forti formazioni del campionato, giocando letteralmente alla pari, conducendo per lunghi tratti, mettendo paura all’Olimpia ed alla sconfinata Reyer, cedendo solo nelle battute finali, quando le avversarie possono permettersi di ruotare gli uomini migliori freschi, lucidi e riposati e Taccetti si ritrova il suo quintetto base (tranne Ross, uscito per falli) spremuto di testa e nelle gambe, che comprensibilmente sbaglia le azioni che più contano.
Alla fine, la differenza sta tutta lì: nella lunghezza del roster più che nella qualità intrinseca e nel talento dei singoli, valori che specialmente in questa prima fase del campionato sono più parametri da Fantabasket che declinazioni reali sul parquet.
Alla fine, la differenza sta tutta lì: nella lunghezza del roster più che nella qualità intrinseca e nel talento dei singoli.
Se contro Milano ci poteva essere per i Campioni d’Italia il beneficio del dubbio della stanchezza accumulata nella finale di Supercoppa e nella trasferta a Belgrado, impegni che di per sé assorbono energie mentali in gran quantità, sommata ad una certa sufficienza nell’affrontare quella che troppi solerti ed espertissimi produttori di power ranking avevano presentato come una vittima sacrificale, contro la Venezia di coach Spahija questo non sarebbe potuto succedere in nessun caso: il coach croato conosce Trieste, sa cosa significhi giocare al PalaTrieste, ha enorme rispetto di ogni avversaria -non solo a parole- e prepara le partite in modo certosino, tecnicamente e psicologicamente.
Pertanto, per gli uomini di Taccetti essere arrivati a giocare gli ultimi possessi per poterla vincere ha forse ancora più valore della partita d’esordio al Forum in prospettiva futura, prima di tutto perché vengono confermate tutte le buone sensazioni vissute una settimana fa. In effetti, questa squadra ha ancora enormi margini di crescita soprattutto in attacco (Galloway ancora non pervenuto, Brajkovic da inserire e Jones solista probabilmente al 25% dell’integrazione nei giochi), e le avversarie cominceranno ad essere più allineate alle sue possibilità.
Ma andiamo con ordine: intanto, alzare la palla a 2 al PalaTrieste il 4 di ottobre 2026 non era affatto scontato, prima di tutto per il rischio corso a giugno, e poi per il “quasi” trasloco al PalaBigot a luglio ed agosto.
Esserci è di per sé stesso una vittoria, che la coreografia iniziale della curva celebra esattamente come merita: le note di “E già” di Vasco ad accompagnare il solito tripudio di bandiere biancorosse fanno scendere più di qualche lacrima liberatoria.
Il coro “Io sono ancora qua” è al tempo stesso una constatazione ed un messaggio a chi ha preferito rincorrere altrove le proprie illusioni di grandezza: destinatario che probabilmente non sarà particolarmente turbato dalla cartolina biancorossa inviatagli dalla curva (probabilmente lo è di più dallo 0-2 iniziale della sua Maxima), rimane comunque una fra le coreografie più ricche di significato degli ultimi 20 anni.
Neanche si fossero messi d’accordo, anche i tifosi della Reyer, notoriamente rivali, celebrano la sopravvivenza della squadra giuliana, ed il loro coach viene accolto da una standing ovation del pubblico triestino, che ha la memoria ben più lunga di quanto il mood estivo sui social possa aver lasciato credere.
Luna di miele che comunque, come è giusto che sia, evapora al momento del salto iniziale fra Brajkovic e Tessitori.
E’ probabile che le statistiche, come sempre, spieghino i motivi della vittoria veneziana, maturata peraltro negli ultimi due minuti, con Ross seduto in panchina e figlia di due o tre episodi sfortunati (mal gestiti) in attacco da Trieste e dalle giocate perfette quando conta di Candi-Bowman-Watson, ma ciò che impressiona è come questo roster più corto, ancora senza chimica, con giocatori che probabilmente devono ancora smaltire il fuso orario, abbia invertito in modo chirurgico tutti gli elementi negativi che hanno reso la passata stagione, anche in casa, anche in occasione di molte vittorie, un vero calvario per chi ama la pallacanestro.
Intanto, il focus, feroce ed agonisticamente elevatissimo fin dalla prima azione e fino all’ultima: la squadra non molla mai, è motivata, determinata, brutta e cattiva, non regala pause, non rimane a guardare nei primi quarti, reagisce più di nervi che di testa ad ogni fiammata degli avversari rimanendo incollata nel punteggio e demolendo anche le più deboli illusioni di poter disporre di un’avversaria neonata, corta ed inferiore per chili e centimetri.
Un focus che porta in dote due risultati apparentemente incredibili: Trieste vince la sfida a rimbalzo, anche quella in attacco, dove conquista addirittura 12 carambole trasformate in seconde e talvolta terze chances, segno di grande attenzione soprattutto nel posizionamento, dato che ad atleticità contro la Reyer perderebbe il 90% delle squadre LBA.
Ed inoltre, il dato delle palle perse, nuovamente sotto la doppia cifra: 18 in 80 minuti è un dato che qualche volta l’anno scorso la squadra raggiungeva alla fine del terzo quarto di una singola partita.
12 rimbalzi offensivi trasformati in seconde e talvolta terze chances: Trieste vince la sfida a rimbalzo, anche in attacco.
18 palle perse in 80 minuti, nuovamente sotto la doppia cifra: l’anno scorso la squadra le raggiungeva a volte a fine terzo quarto di una singola gara.
32 minuti in campo per Sean McDermott, lasciato sul parquet da Taccetti per il suo valore difensivo.
E poi, la scoperta che difendere sul pick and roll e fare attenzione all’uomo che taglia dal lato debole siano aspetti non vietati dal regolamento: una volta constatato che cambiare sistematicamente sul rollante con puntualità e con l’uomo giusto e mettere pressione costante sugli esterni costringe gli avversari a cercare conclusioni più basate sul talento puro che sulla costruzione organica del tiro.
Che poi Spahija abbia a disposizione talento puro in quantità spropositata è la ragione per la quale riuscirà a rimettere in piedi numerose partite, anche le più difficili, ed arriverà in fondo ad ogni competizione a cui è iscritto. Ma, come detto, Trieste non sarà sempre costretta ad affrontare Hall, Bolmaro, Green e Watson.
Entrando più a fondo nell’analisi, è palese come questa versione di Trieste sia costruita ad immagine e somiglianza del suo leader incontrastato: la squadra ruota attorno a Colbey Ross che, libero dai fardelli mentali e dai compagni di squadra “disallineati” rispetto agli obiettivi che ne avevano minato pesantemente le prestazioni nel recente passato, è tornato a dettare ritmi e prendersi responsabilità, a fare l’allenatore in campo, ad essere il vero go to man.
Naturalmente aver commesso il quarto fallo ad inizio del quarto quarto pone un dilemma che può essere dipanato solo a posteriori: tenerlo in campo ben sapendo che gli avversari lo avrebbero puntato azione dopo azione per quasi dieci minuti in modo da farlo uscire definitivamente (ma conservando intatta la sua pericolosità offensiva), rischiando di perderlo nelle battute decisive finali, o preservarlo mettendolo in campo negli ultimi due minuti rischiando al contempo di imballare completamente l’attacco per i 6-7 minuti?
Taccetti sceglie di rischiare, e questo gli permette di arrivare incollato alla Reyer fino ai secondi finali, ma perde il suo playmaker titolare quando più sarebbe servita la sua capacità di innescare i compagni attirando a sé le attenzioni della difesa veneziana.
Michele Ruzzier è come al solito ordinato e forse anche più affidabile, ma è ancora troppo poco intraprendente nella metà campo offensiva, e questo ovviamente toglie alternative. Sorprende, invece, vedere i due in campo a lungo insieme: arma tattica forse imprevista, ma che unisce le qualità di due creatori eccelsi ed imprevedibili togliendo gran parte dei punti di riferimento difensivi agli avversari.
Certezze che arrivano anche da Lodo Deangeli, ormai giocatore pluridimensionale, finalmente spogliato da quella castrante etichetta che gli attribuiva doti da Maldini del basket ma che permetteva agli avversari di ignorarlo quando varcava la metà campo.
Il capitano non è più da tempo quel giocatore lì, ha acquisito sicurezza nei propri mezzi e credibilità ovunque, anche a rimbalzo.
Giocatore da rotazione vera, che si ritaglia minuti importanti e meritati (ben oltre le necessità di un roster corto) anche in Serie A.
Come lui, anche Candussi replica l’ottima prestazione di Milano, tenendo a galla la squadra soprattutto da lontano nei momenti di maggiore difficoltà.
Certo, avere un “5” più pericoloso dall’arco che da sotto è una caratteristica curiosa per una squadra di Serie A, ma ha l’effetto secondario di attrarre gli ingombranti lunghi avversari fuori dal pitturato creando praterie per le scorribande verso il ferro dei vari Ross e Jones.
Ed infine, si conferma giocatore essenziale anche Sean McDermott, una specie di manuale della difesa, che infatti Taccetti lascia in campo per ben 32 minuti, a testimonianza che la sua partita si misura come somma di tanti particolari grandi e piccoli, che lo rendono pressoché indispensabile.
Le note stonate arrivano invece da Langston Galloway, il quale dà il meglio di sé in difesa ma continua a litigare curiosamente con un canestro sul quale in teoria avrebbe costruito una carriera: i suoi punti mancano come il pane, ma un giocatore di questa esperienza, quando sarà in condizione, non potrà che tornare alla sua consueta linea di galleggiamento.
Impalpabile l’apporto offensivo di Brajkovic, ancora troppo spaesato dopo una sola settimana di allenamenti con la squadra in un ruolo così fondamentale.
Si batte contro Tessitori limitandone decisamente le scorribande nel pitturato, ma rimane in campo troppo poco per poter dare un giudizio.
Giudizio che invece si può cominciare a delineare per un Lajae Jones dalla enorme personalità, dalla atleticità dirompente, dalla faccia tosta che gli impedisce di aver paura nel prendersi qualunque tipo di responsabilità.
Il prodotto di Florida conosce bene cosa si stia giocando in una stagione in cui avrà addosso costantemente gli occhi degli scout e dei tecnici dei Warriors, ed è prevedibile come per lui ogni singolo possesso, ogni minuto passato sul parquet, sia una questione di vita o di morte.
Anche lui non potrà che crescere una volta che capirà come sfruttare i compagni, uno su tutti Colbey Ross, per essere innescato senza la necessità di dover creare in solitaria ogni singola volta che la palla gli finisce in mano.
A rimbalzo, invece, è già ora una sentenza. Altro che 3 che può giocare 2: Jones è di base un’ala piccola che può giocare in modo altrettanto credibile portando su palla come una guardia o andando a sportellate con Tessitori e Olinde: per lui, apparentemente, non fa alcuna differenza.
Ora la squadra è attesa da una intera settimana di allenamenti che verranno ovviamente sfruttati per accrescere la chimica nascente, ma anche per andare a raccogliere l’affetto della sua gente in Piazza Unità per la presentazione “tardiva” mercoledì sera.
Settimana fondamentale anche per gli incontri che presumibilmente vedranno protagonista il presidente Hiller con i vertici istituzionali ed i potenziali (main?) sponsor. Il futuro triestino, anche in campo, passa anche da questo.
E poi, sabato prossimo, vigilia di Barcolana, la sfida di Masnago contro una Varese mai così forte negli ultimi dieci anni.
Però, basta pacche sulle spalle. Questa squadra così motivata ed agonisticamente cattiva si merita di cominciare a raccogliere qualcosa di tangibile in classifica.
La OpenJob Metis, si può star certi, dal canto suo farà tesoro di quanto di buono Trieste ha saputo dimostrare in queste due inattese prime uscite stagionali: effetto sorpresa esaurito, ora contano solo le nude prestazioni.

(diritti riservati TSportintheCity)
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Ph. Antonio Barzelogna

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Pallacanestro Trieste
Reyer Venezia

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

 

Armani Olimpia Milano   83    –   Pallacanestro Trieste   79      Parziali 17-19, 21-22, 19-23, 26-15   Progressivi 17-19, 38-41, 57-64, 83-79

Armani Olimpia Milano: Burnell 20, Cole 11, Wright 16, Diop 5, Tonut 0, Bolmaro 11, Thompson 9, Ricci 2, Flaccadori 2, Hall 7, Guduric n.e., Akele n.e. Coach: G. Poeta.
Pallacanestro Trieste: Ross 17, Cossutta n.e., Canka 2, Deangeli 8, Galloway 14, Ruzzier 8, Marucci n.e., Candussi 13, Paiano 0, Bregant n.e., Jones 10, McDermott 7. Coach: F. Taccetti.

Arbitri: A. Bongiorni, C. Borgo, D. Valleriani

MILANO – Uscire con qualche recriminazione dal Forum di Assago, dopo aver accarezzato a lungo ed infine sfiorato un’impresa clamorosa è, ammettiamolo, quanto di più sorprendente l’ambiente della pallacanestro triestina, in ogni sua componente, potesse aspettarsi.
Eppure, evidentemente, mentre tifosi ed addetti ai lavori degnavano di sguardi a dir poco scettici un calendario beffardo, che imponeva la trasferta più difficile contro i campioni d’Italia quarantotto ore dopo aver completato il roster (peraltro, senza riuscire a schierare il lungo titolare per questioni di tempo), mentre l’intero scibile degli osservatori nazionali chiudeva con saccente arroganza ogni pronostico riguardo all’esordio troppo facile dell’Olimpia contro la derelitta Trieste, il coaching team guidato da Francesco Taccetti rimaneva silenziosamente sotto traccia a preparare seriamente la partita pensando con sfrontata determinazione di poterla veramente portare a casa, individuando eventuali punti deboli degli avversari, cercando il modo di mascherare le falle create dall’assenza di Brajković sotto canestro contro Wright e Diop (e dunque ovviare alla prevedibile emorragia di possessi derivante dall’impari lotta a rimbalzo), sfruttando a fondo le capacità di adattamento in più ruoli di Galloway, McDermott e Deangeli, cercando di mettere a frutto le pochissime ore a disposizione del rookie Lajae Jones per metabolizzare il fuso orario, imparare i nomi dei compagni e gettarsi anima e cuore sul palcoscenico più prestigioso della Serie A con personalità e self confidence da veterano.
Ma l’aspetto tecnico passa in secondo piano rispetto all’inedito atteggiamento arrembante della squadra in ogni sua componente: difesa ai limiti delle possibilità umane, cambi difensivi puntuali e ben eseguiti, scelte in attacco ben costruite con pochissime forzature, arrivate sempre quando le azioni superavano i 12 secondi.
Trieste, come previsto, dà il suo meglio in contropiede ed in transizione, cerca sempre di andare a concludere a difesa avversaria non ancora perfettamente schierata, perché sa che quando Milano riesce a chiudersi già a metà campo, è capace di elevare a dismisura la pressione e non permette di ragionare, imponendo conclusioni a bassissima percentuale.
Il piano partita viene eseguito dai biancorossi con grandissima diligenza, il focus è altissimo, prova ne sia il ridottissimo numero di palle perse: 9 in 40 minuti, quasi tante quante nella passata stagione Trieste ne perdeva mediamente in un quarto.
La mentalità tanto agognata, quella che dovrà portare ad una salvezza tranquilla, pare già sbocciata: posto che Trieste conduce per lunghissimi tratti nel punteggio, arrivano inevitabilmente un paio di spallate degli uomini di Poeta, che trovano qualche break importante che li porta anche sul +8.
Nemmeno con l’inerzia nettamente in mano agli avversari, nemmeno sotto i colpi di Bolmaro e Burnell e lo strapotere incontrastato di Wright nel pitturato, si vedono braccia lungo i fianchi e teste basse, alle quali i tifosi triestini si erano mestamente assuefatti.
Al contrario, le reazioni sono immediate, i controbreak consentono sempre di stemperare la fiducia degli avversari innervosendoli ed instillando nelle loro menti i fantasmi di una sconfitta che ad un certo punto pareva più che una remota ipotesi.

Share the ball, share the game. Michael Arcieri, General Manager Pallacanestro Trieste — il leit motiv del gioco predicato fin dal suo primo anno in società
Ciò che piace maggiormente del gioco di questa nuova versione triestina è la condivisione delle responsabilità, tanto agognata dal GM fin dal suo primo anno triestino.
Al quarto anno, forse, ci siamo arrivati: nessun preconcetto per nessun giocatore, nessuna prima donna, nessuna gerarchia predefinita.
Chiunque scenda in campo è chiamato a svolgere il suo compito su entrambi i lati del campo, che si chiami Ross o Paiano, Jones o Deangeli, Galloway o Canka.
Francesco Taccetti ed il suo team, oltre ad aver preparato un piano partita per certi versi prevedibile (del resto le soluzioni a loro disposizione non è che abbondino: Jones e Deangeli ma talvolta anche McDermott da 4, Galloway da 3, in un paio di frangenti anche Jones da 5), gestiscono le rotazioni alla perfezione, facendo scendere in campo 9 giocatori ma gestendo con perfezione certosina i minutaggi sostanzialmente di sette titolari intercambiabili.
Il coach individua situazione per situazione i quintetti più adatti, sfruttando alla grande la fortuna di veder gravati di falli, e dunque a lungo seduti, sia Wright che Diop, assenze che “riequilibrano”, se non altro dal punto di vista dell’occupazione del pitturato, i problemi sotto canestro.
Anche la gestione dei ritmi è perfetta: i time out per interrompere i break avversari, o per recuperare focus dopo qualche episodio che definire discutibile è riduttivo, sono chiamati con tempismo da fare invidia a Brugnaro, anche nella gestione del finale le scelte sono tutte azzeccate e permettono di sfiorare un’impresa che sfuma proprio sotto il traguardo.
Certo, se Lajae Jones si merita come battesimo in Europa, quando non ha ancora disfatto le valigie, il confronto diretto con un marpione (come di consueto in missione contro Trieste) come Jason Burnell, se Poeta può permettersi il lusso di piazzare sotto il ferro un totem proveniente da Kaunas con la mano morbida come Wright, se alla fine può affidarsi al talento sconfinato ma un po’ fine a sé stesso di Devon Hall e RJ Cole, se può ruotare dieci uomini in modo da arrivare agli ultimi due minuti con il quintetto base lucido ed atleticamente fresco, è probabile che in un modo o nell’altro la strenua resistenza triestina possa venir scalfita, mai abbattuta.
Ma la sirena finale, che porta in dote due punti ai padroni di casa e l’ennesimo ritorno amaro a Trieste sulla A4, stavolta lascia le buonissime sensazioni che solitamente lascia solo una vittoria.
Parlare dei singoli in una partita che fa del collettivo il suo aspetto più positivo appare ovviamente riduttivo.
Non si può, però, non constatare come Colbey Ross si sia finalmente preso la squadra in mano.
È naturalmente prestissimo per dare giudizi, ma il piglio, la determinazione, anche la qualità con la quale l’ex MVP gioca e fa giocare (17 punti e 7 assist in 27 minuti) fanno forse comprendere come in questo gruppo — a differenza di quelli passati, ed in particolare quello della scorsa stagione — pare costruito su misura per le sue caratteristiche.
Non appena Lajae Jones capirà dove è stato catapultato, entrando nei meccanismi della squadra anche dal punto di vista tecnico tattico oltre a quello mentale, ci sarà presumibilmente da divertirsi, perché Ross sembra l’uomo perfetto per innescarlo sulla corsa.
Il nuovo arrivato da Golden State dimostra già personalità ed ottime capacità di ball handling, un paio di conclusioni arresto e tiro da tre in contropiede avrebbero potuto essere magari gestite diversamente, ma diamo tempo ad un ragazzo che potenzialmente può diventare la sorpresa del campionato.
Galloway stecca al tiro ma la sua partita si misura in altri mille particolari, piccole astuzie, i 6 rimbalzi e le 3 palle recuperate, ed una dedizione difensiva costante sugli esterni milanesi.
Così come Sean McDermott, 32 minuti di grande sostanza soprattutto in difesa, percentuali non eccelse per un tiratore puro come lui, ma anche in questo caso i difensori non si chiameranno sempre Bolmaro e Burnell.
Ruzzier e Deangeli rispondono presente, il capitano anche con un buzzer beater su rimbalzo al volo al termine del primo tempo che restituisce l’esatta misura della crescita dell’acquisita grande consapevolezza nei propri mezzi.
Michele è il solito metronomo, torna anche a guardare il canestro, tiene alla grande il campo anche da solo nei minuti in cui Ross è seduto a rifiatare o a preservarsi dai falli.
Un capitolo a parte la merita la prestazione di Francesco Candussi, MVP biancorosso nella prima metà di gara, intelligentissimo a sfruttare i frequenti mismatch che lo vedevano accoppiato in attacco agli esterni dell’Olimpia (4 falli subiti dal centro friulano, arrivati tutti quando decideva di andare nel cuore dell’area a sfruttare i centimetri in più rispetto a Hall e Thompson).
Nella giornata più difficile, senza backup nel ruolo, potendo sfruttare solo il sacrificio di compagni che teoricamente non sarebbero nemmeno dei “quattro”, ma senza possedere centimetri e chilogrammi necessari, opposto a un cinque devastante come Wright, Candussi sfodera una prestazione di grande personalità ma anche di inedita reattività.
L’arbitraggio merita un approfondimento. Il metro adottato è stato equanime e generalmente permissivo, come preferibile che sia a questi livelli per non penalizzare lo spettacolo e la velocità del gioco.
La fiscalità si è decisamente elevata verso il finale per evitare che la prevedibile corrida di una partita giocata punto a punto degenerasse, ed anche questo è avvenuto in modo piuttosto distribuito sui due lati del campo.
Ma questo genere di partite, per forza di cose, si decidono sugli episodi e sui piccoli particolari, ed in questo caso il trio qualche errore clamoroso lo ha incontrovertibilmente commesso.
Tralasciando la soggettività del metro applicato nel giudicare il possibile (apparso peraltro nettissimo) fallo di Wright sul tiro da tre finale di Galloway che avrebbe trasformato in una potenziale azione da 4 punti la bomba della guardia triestina a 11 secondi dal termine riportando le squadre in parità, ed anche l’entità del contatto su Burnell costato la quinta infrazione di Ross, il fallo antisportivo “disruptive” da nuovo regolamento commesso da Ricci su Ross nel quarto finale, e l’analogo (sebbene meno evidente) fallo di RJ Cole su Ruzzier nell’azione finale con un possesso da recuperare per Trieste, puniti entrambi con sanzioni ordinarie, dovrebbero essere portati nei corsi di aggiornamento per gli arbitri come errori sui falli da manuale da punire con la sanzione più elevata. Non c’è nemmeno troppo da discutere: sia Ricci che Cole vanno a cercare l’uomo e non il pallone per interrompere il gioco, la loro è una infrazione di ostruzione e va punita con due tiri liberi più il possesso successivo agli avversari.
Nessuno sa come sarebbe andata a finire con decisioni diverse ed ormai è tardi per lamentarsi o rimuginare troppo, ma è ora che anche la classe arbitrale si adegui alla crescita esponenziale di qualità di cui apparentemente gode questo campionato.
Nella prima giornata, partono fortissimo in casa Treviso e Udine ed in trasferta Napoli e Bologna, deludono Reggio Emilia (superata in casa da Trento), Varese (falcidiata dalle assenze) e le due romane, sconfitte nettamente al debutto assoluto in Serie A.
Nessuna sorpresa a Venezia dove la Reyer supera Cantù ed a Tortona, dove però la squadra di casa deve soffrire più del previsto per superare una Verona mai doma.
Brajković (presente a Milano in borghese) sarà aggregato, e la squadra si presenterà con tutti i suoi effettivi in casa contro Venezia: un derby che, a questo punto, merita il pienone che si è sempre guadagnato al PalaTrieste.

(diritti riservati TSportintheCity)
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Ph. Antonio Barzelogna

TRIESTE – Presentazione ufficiale della squadra che parteciperà al Campionato Nazionale Serie A Gold 2026-2027.
Foto: Renzo Raseni

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Germani Brescia   90    –    Pallacanestro Trieste   75            Parziali: 27-16, 20-23, 20-12, 23-24.     Progressivi: 27-16, 47-39, 67-51, 90-75.

Germani Brescia: Bilan 16, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 11, Ndour 2, Burnell 16, Toure n.e., Ivanovic 24, Mobio 0, Rivers 10, Cournooh 11, Nunn 0.
Coach: M. Cotelli.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Ross 9, Deangeli 0, Ruzzier 2, Sissoko 12, Candussi 9, Iannuzzi n.e., Brown 23, Brooks n.e. Moretti n.e., Bannan 7, Ramsey 2. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: M. Rossi, V. Grigioni, A. Perciavalle.

BRESCIA – Fine della corsa: Gara 5 non ha storia, perché Brescia la interpreta da grande squadra aggredendola dalla prima palla a due, approfittando di svagatezze difensive triestine che ci eravamo illusi di aver chiuso per sempre nel cassetto dei peggiori ricordi di questa travagliata stagione.
La squadra di Taccetti, dal canto suo, non trova da subito la necessaria produzione offensiva, se non da un Markel Brown che non ne vuole sapere di arrendersi, come del resto c’è da attendersi da un giocatore dal suo carattere.
Ma Trieste stavolta, proprio nella gara più importante della stagione, quella che avrebbe potuto aprire la porta ad un risultato che manca da ben 32 anni, viene tradita contemporaneamente dai giocatori che in momenti diversi durante la serie, magari con rendimenti ondivaghi, erano riusciti prima o poi, mai tutti insieme, a dare qualcosa rivelandosi decisivi in Gara 1 e Gara 4.
Colbey Ross incoccia su una difesa che ha imparato benissimo la lezione durante le prime quattro partite: al playmaker titolare vengono impedite le penetrazioni e l’attacco al ferro, gli viene impedito di ricevere il pallone libero sul perimetro, gli viene impedito di dettare i ritmi vorticosi che sarebbero probabilmente stati l’unica ancora di salvezza per Trieste.
I due lunghi stranieri sembrano particolarmente impacciati, intasano l’area impedendo ad un indolente Ramsey di penetrare, vengono portati a scuola, almeno nel primo tempo, da un Miro Bilan deciso a non ripetere la prova opaca di sabato sera a Trieste.
JTA prova ad alzare i colpi in difesa ma non incide in alcun modo in attacco, nemmeno quando viene battezzato da Brescia oltre l’arco dei tre punti, finendo così come aveva iniziato la sua opaca stagione triestina.
Se Candussi, almeno, genera con un paio di canestri consecutivi uno dei rarissimi sussulti nel primo tempo, la pattuglia italiana non incide in alcun modo sulla partita sui due lati del campo.
Però, al di là delle deludenti prestazioni dei singoli, sorprende la regressione difensiva dell’intera squadra, qualunque quintetto venisse schierato.
Se Ivanovic trova una serata di grazia, le amnesie sui close out (specie per impedire che l’extra pass mettesse sistematicamente il miglior tiratore nell’angolo piedi a terra e senza contrasto alcuno), i ritardi sugli aiuti quando Bilan veniva messo in isolamento spalle a canestro sul pettine, la lotta a rimbalzo sotto il proprio ferro tornata ad essere inaspettatamente poco reattiva, fanno sì che l’inerzia rimanga saldamente nelle mani bresciane dal primo all’ultimo minuto.
Alla squadra di Cotelli, poi, è sufficiente piazzare il break a metà terzo quarto (cioè proprio quando ci si sarebbe potuto aspettare il massimo sforzo triestino) per potersi successivamente limitare ad amministrare un vantaggio che una volta messo in sicurezza non accennerà più ad essere inisidiato.
Anche perché subentra nei giocatori triestini una stanchezza più mentale che fisica, una frustrazione dettata dalla consapevolezza che stavolta non sarebbe stato lasciato nessuno spazio alle sorprese ed avrebbe vinto la squadra più forte, quella che nell’arco delle cinque partite ha saputo trovare protagonisti sempre diversi pur asciugando le rotazioni a sette giocatori, quella più cinica e, in ultima analisi, quella che ha avuto l’opportunità di giocarsi la partita decisiva davanti al propri pubblico.
I temi dell’intera serie, naturalmente, al di là della cronaca delle singole partite che fa storia a sé, sono principalmente due.
Primo, la latitanza quasi ostentata di un Jahmi’us Ramsey che, una volta messo in bacheca l’effimero trofeo di miglior marcatore della stagione regolare, si è letteralmente ritirato a vita privata.
Il texano, dopo essersi dimostrato per trenta partite il miglior talento offensivo mai giunto a Trieste in epoca moderna -peraltro risultando spesso un elemento avulso dal resto della squadra- nelle ultime quattro si limita a difendicchiare quando deve (facendo peraltro la bella statuina in Gara 5) sparando senza convinzione e con percentuali risibili da fuori od infrangendosi sistematicamente sulla difesa avversaria senza nemmeno alzare la testa quando si concede una rara penetrazione, commettendo per questo una quantità abnorme di falli in attacco e perdendo un numero inaccettabile di palloni.
Ovunque nel mondo i playoff richiedono un upgrade, non il prepensionamento.
E’ vero che probabilmente il doppio lungo schierato per tanti minuti sul parquet intasa talmente il pitturato da creare poco spazio per le scorribande verso il ferro, ma in particolare in questo caso il problema più grave non è certo tecnico, bensì di applicazione.
La sua avventura in biancorosso si chiude con gli ultimi venti minuti “punitivi” seduto a guardare i compagni: venti minuti che sanno di bocciatura.
Se il buon Jahmi’us ritiene che con questo atteggiamento la sua prossima avventura professionale, magari in NBA, possa avere un lieto fine magari a lungo termine, o che dopo queste ultime cinque partite le recensioni del suo ultimo datore di lavoro possano essere entusiastiche, è destinato ad andare incontro ad una cocente delusione.
Secondo tema, il rientro di Sissoko in corso d’opera con l’esclusione di Jarrod Uthoff.
Con il senno di poi possiamo dire che sia stata la scelta migliore? Posto che il corpaccione del maliano dona al roster quella fisicità indispensabile per cercare di contenere Bilan sotto canestro magari con l’aiuto dei raddoppi del secondo lungo rendendo pressoché indispensabile il suo impiego, è semmai sulla scelta dell’uomo da escludere che si può discutere.
Naturalmente, non vivendo lo spogliatoio, non avendo l’occasione di assistere agli allenamenti, non potendo misurare il mood quotidiano dei giocatori, è un giudizio difficilissimo da dare.
E’ incontrovertibile, in ogni caso, che nell’arco di tutta la stagione Uthoff abbia costituito una fra le maggiori delusioni in rapporto alle attese, sia per rendimento che per atteggiamento remissivo, quasi arrendevole, spesso frustrato ai limiti della depressione.
Pensare che una discreta prestazione in Gara 1 (peraltro non bissata in Gara 2) possa essere sufficiente per giustificare l’esclusione di altri giocatori che, bene o male, almeno in difesa, si erano rivelati più affidabili di lui, pare un po’ avventuroso.
E’ comunque probabile che, se si fosse limitata all’aspetto umano, la scelta sarebbe inevitabilmente caduta sull’irritante Ramsey a parità di ruoli, ma oggettivamente, considerata anche la presenza di Bannan nel ruolo di ala grande, spot dunque già coperto, sottrarre Ramsey a questo roster avrebbe significato azzopparlo a priori.
Per due delusioni, una nota positiva: il rendimento di Josh Bannan -assieme a Colbey Ross l’MVP biancorosso di questa serie- rende probabilmente quello dell’australiano il miglior affare dell’anno.
Al di là di un’ultima partita sottotono rispetto allo standard, Bannan ha portato fisicità, cattiveria, il necessario boost di intelligenza cestistica (e anche intelligenza tout court, Dio solo sa quanto talvolta fosse necessaria), mentalità e positività nel modo di vivere la partita.
Ruvido al punto giusto, tecnicamente migliorabile ma gran rimbalzista e preciso ai liberi, è uno di quei giocatori che, se il futuro della squadra fosse almeno abbozzato, sarebbe opportuno cercare di blindare per la stagione successiva.
Ma questo lusso, ad oggi, non è concesso alla Pallacanestro Trieste.
Posto che, l’abbiamo capito tutti visto che a cantarlo è stato anche Paul Matiasic, tutto questo non può finire, è ora giunto il momento che “tutto questo” venga definito in modo chiaro e preciso.
Trieste il suo lo ha fatto, con la migrazione di oltre 300 tifosi a Brescia un lunedì sera lavorativo, l’intervento delle istituzioni, i movimenti e la disponibilità a livello di partnerariato imprenditoriale, la fermezza sempre garbata (pure troppo) degli stakeholders -curva compresa- nelle interazioni con un presidente che non ha mai fatto mistero di volersene andare a gambe levate verso la capitale salvo adulare ed irretire le masse con slogan tanto sorprendenti tanto vuoti di contenuti.
Finiti i playoff per Trieste, ora, come del resto promesso, la palla torna nelle sue curatissime mani.
Il tempo stringe, una nuova stagione deve essere programmata e costruita. Una nuova società creata, nuovi contratti sottoscritti, una nuova concessione richiesta, lo scouting deve partire e portare frutti.
I piani di Matiasic, quelli di cui si sa solo ciò che trapela da sussurri, voci appena accennate, indiscrezioni e deduzioni, quelli che lui afferma si stiano sviluppando da mesi (ma che invece paiono improvvisati di settimana in settimana a mano a mano che le varie opzioni falliscono, mutano, o semplicemente si rivelano non percorribili) devono essere spiegati ufficialmente smettendo, una buona volta, di menare il can per l’aia, anche perché la sensazione di essere presi per i fondelli potrebbe intaccare la disponibilità dimostrata da tutte le parti in causa.
Trieste c’è, ed è pronta a continuare alla faccia degli avvoltoi che già volano roteando sopra il colle di San Giusto.

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Pallacanestro Trieste 83  –  Germani Brescia 77          Parziali: 17-16, 18-22, 28-18, 20-21      Progressivi: 17-16, 35-38, 63-56, 83-77

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 7, Ross 18, Deangeli 0, Ruzzier 5, Sissoko 15, Candussi 0, Iannuzzi n.e., Brown 10, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 18, Ramsey 10. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Germani Brescia: Bilan 6, Ferrero 0, Santinon n.e., Della Valle 3, Ndour 6, Burnell 14, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 11, Rivers 12, Cournooh 2, Nunn 13.
Coach: M. Cotelli.

Arbitri: G. Giovannetti, A. Bongiorni, M. Lucotti

TRIESTE – Si va al quinto round. Nessun KO tecnico, nessuna resa, un confronto equilibratissimo fra due squadre che non mollano mai, che magari sbandano senza però deragliare, che mettono in scena uno spettacolo vero, di quelli che ti fanno reinnamorare di un gioco che, specie negli ultimi mesi, è talmente assediato da chi ne vuole disintegrare la credibilità da convincere metà del popolo biancorosso a rimanere a casa.
Gara 4, di sabato sera, avrebbe certamente meritato una cornice più consona, almeno numericamente.
Ma ciò che non hanno portato i 3200 assenti, lo hanno compensato i 3200 presenti: come nella partita precedente, è nuovamente il pubblico a fare letteralmente da sesto uomo, a generare quell’energia positiva che i giocatori biancorossi non aspettano altro che metabolizzare e trasformare in motivazione, determinazione, intensità, cuore e coraggio, per l’appunto.
Non sempre qualità, ma chi se ne importa: sono i playoff, baby. Vince chi è capace di giocare sporco e cattivo più che bello, chi non cade nei tranelli mentali degli avversari, chi difende meglio sui giocatori migliori.
Infine, chi ne ha di più, chi arriva al quarantesimo con ancora qualche goccia di benzina da spendere, chi stringe i denti per ignorare l’acido lattico che annebbia quadricipiti e cervello. E, come sempre, chi è baciato da quel briciolo di fortuna in più.
Fra i 3200 c’è anche lui, e stavolta in bella vista. Paul Matiasic si riprende la sua poltroncina in prima fila, è sorridente accanto al connazionale (e membro del board) Connor Barwin, tifa, applaude, detta il ritmo al palazzo che canta “tutto questo non può finire”, dispensa ottimismo a chiunque riesca a sfidare la minacciosa sorveglianza della guardia del corpo.
Alla fine va addirittura ad esultare sotto la curva. O è un genio o un pazzo, oppure nessuno di noi ha mai capito nulla, ma in una serata come quella di Gara 4 non c’è spazio per dietrologie: la squadra è ancora la sua, i giocatori li ha pagati lui, lui ne è ancora il presidente.
Lasciarsi andare ed esultare per una vittoria così importante è il minimo, domani è un altro giorno e chissà quale altro colpo di scena ci riserverà questa vicenda.
Gara 4, come tutte le altre in questa serie, è una partita a scacchi equilibratissima, con fughe e reazioni continue, in cui a prevalere sono soprattutto le difese.
Trieste parte benissimo perché sa che deve aggredire immediatamente un match che per lei non ha un domani, e mandare un messaggio forte e chiaro ad una Brescia che non si sarebbe nemmeno dovuta illudere di essere già riuscita a completare una missione che come tutti noi, due settimane fa, probabilmente riteneva meno complicata.
La squadra di Cotelli accusa inizialmente il colpo, grazie alla serata di grazia di un australiano che in condizioni normali si sarebbe dovuto blindare con un triennale già a marzo. Bannan colpisce da sotto e da tre punti, difende in modo altrettanto credibile sia contro Bilan e Ndour che contro Burnell o Ivanovic quando va a raddoppiarli sul perimetro.
La spinta la dà un Colbey Ross che ha atteso sornione la post season per tornare sui livelli che lo resero l’MVP della Serie A tre anni fa (non un decennio eh… Ross è quel giocatore lì). Spinge i ritmi rendendoli insostenibili per una Germani che di certo non ama il basket a cento all’ora.
Attacca il ferro, si prende conclusioni clamorose da tre punti alzando la parabola con un rilascio stranissimo che lo nasconde al difensore.
Nel primo tempo Trieste tira con percentuali migliori di Brescia, prende più rimbalzi, piazza più assist, ma ad un certo punto nel secondo quarto finisce sotto addirittura in doppia cifra, riuscendo a rimediare solo grazie ad una fiammata verso la fine della frazione che rimette il match in equilibrio.
La spiegazione, naturalmente, sta nel fatto che i biancorossi battano il record di palle perse in metà partita: ben 14, alcune banali, alcune ingenue, alcune provocate da una difesa che aggredisce, che impedisce i passaggi ai tiratori, che collassa sistematicamente sui penetranti azzerandone la pericolosità.
I turnovers pesano tantissimo e generano una quantità inusuale di veloci contropiede che Brescia è bravissima a capitalizzare.
A pesare sono anche gli otto rimbalzi offensivi concessi, tutti trasformati in seconde, talvolta terze chances.
Il -3 a metà gara, in una situazione del genere, è da considerare un mezzo miracolo, ma in effetti non lo è: Trieste, infatti, il suo capolavoro lo realizza soprattutto in difesa. Ci sono giocatori come Bilan che sei costretto a battezzare, puoi cercare di mandarlo da un lato invece che da un altro, puoi tentare di raddoppiarlo, ma tendenzialmente il croato è un giocatore che (eventualmente) si annulla da solo.
Ce ne sono altri, come Mobio, che assomigliano al classico coniglio pescato nel cilindro di coach Cotelli. Ce ne sono altri, infine, come Nunn che ad un certo punto si mettono in proprio decidnedo di voler andare a vincere praticamente da soli.
Ma è il sistema di gioco della Germani ad essere ingabbiato, costretto a spendere una abnorme quantità di energie per arrivare al tiro, ed a questa opera di demolizione fisica contribuisce l’intera squadra triestina, anche il curioso quintetto con tre italiani più JTA e Bannan che magari non sarà una fabbrica di punti ma si danna l’anima nella sua metà campo.
E’ per questo che Brescia stavolta non riesce ad uccidere la partita: sia in G2 che in G3 aveva piazzato un break e se l’era tenuto ribattendo colpo su colpo in partite per il resto costantemente in equilibrio. In G4 non ci riesce, e questo le costerà un supplemento di fatica per provare a disfarsi definitivamente dell’avversaria ed accedere in semifinale. Sempre che ci riesca.
Intensità e pathos si alzano a dismisura nella ripresa, con Trieste che in un amen ricuce il microscopico svantaggio e lo trasforma in un vantaggio che, pur con distacchi ad elastico fra gli 8 punti ed il singolo possesso, manterrà fino alla fine.
Come sempre Cotelli ottiene capitali inestimabili da giocatori sempre diversi. Burnell è ingabbiato nella trappola Bannan-Toscano Anderson e sporca le sue percentuali, Amedeo Della Valle ci prova ma fisicamente ancora non è al meglio e viene brutalizzato dai famelici esterni triestini (Brown ed anche Ramsey), Ndour viene clamorosamente sovrastato da un Sissoko a tratti intimidente su entrambi i lati del campo.
Lo stesso Ivanovic stavolta sembra più macchinoso che in Gara 3, non riesce a mettersi in proprio perché non trova pertugi da lontano (tranne il quinto fallo di Sissoko su tiro da tre che rende drammatico il finale).
Nunn si prende la squadra sulle spalle, schiaccia addirittura in contropiede, sembra un vulcano in piena eruzione, ma i compagni non ne seguono il mood.
E’, ancora una volta, la volata finale a decidere le sorti dell’incontro. In un frastuono incredibile, forse mai pareggiato in altre occasioni in questa stagione, pian piano Taccetti ritrova i suoi assi.
Ramsey, dopo una partita di clamorosa sofferenza offensiva, trova una bomba ed un arresto e tiro vincente di importanza clamorosa.

Toscano Anderson, dopo le 4 palle perse della prima metà di partita, si trasforma nel giocatore perfetto: difende, commette anche fallo quando serve a far sentire la pressione, prende rimbalzi, conclude in contropiede e piazza dall’angolo la bomba della sicurezza.
Il tutto, durante dieci minuti finali nei quali il coach triestino esibisce una discreta dose di coraggio misto incoscienza: rinuncia per tutto il quarto a quello che fino a quel momento era l’MVP incontrastato della partita preferendo a Colbey Ross un Michele Ruzzier che risponde con esperienza e maturità.
Taccetti dirà che aveva notato in Michele quel briciolo di esperienza, di capacità di condivisione del gioco, di organizzazione, di saldezza mentale di cui la squadra in quel momento aveva bisogno ben più della produzione offensiva che Ross avrebbe garantito.
E’ andata bene, inutile mettersi a ragionare su cosa gli sarebbe stato addebitato nel caso la domenica triestina si fosse trasformata nel primo giorno di off season.
Gara 5, a cui assisterà una rappresentanza di tifosi triestini che si preannuncia numerosa, sarà una nuova sfida di nervi e di approccio, perchè tanto dal punto di vista tattico e tecnico si potrà magari lavorare sui piccoli particolari, ma non ci sono davvero più segreti fra due coach che sono cresciuti insieme e giocatori alla settima sfida stagionale.
Vincerà, di nuovo, chi arriverà negli ultimi cinque minuti più lucido e con maggiore energia. Adesso, però vale per tutte e due: it’s win or go home.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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