Archivi per categoria: RCT Sport

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Germani Brescia   90    –    Pallacanestro Trieste   75            Parziali: 27-16, 20-23, 20-12, 23-24.     Progressivi: 27-16, 47-39, 67-51, 90-75.

Germani Brescia: Bilan 16, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 11, Ndour 2, Burnell 16, Toure n.e., Ivanovic 24, Mobio 0, Rivers 10, Cournooh 11, Nunn 0.
Coach: M. Cotelli.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Ross 9, Deangeli 0, Ruzzier 2, Sissoko 12, Candussi 9, Iannuzzi n.e., Brown 23, Brooks n.e. Moretti n.e., Bannan 7, Ramsey 2. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: M. Rossi, V. Grigioni, A. Perciavalle.

BRESCIA – Fine della corsa: Gara 5 non ha storia, perché Brescia la interpreta da grande squadra aggredendola dalla prima palla a due, approfittando di svagatezze difensive triestine che ci eravamo illusi di aver chiuso per sempre nel cassetto dei peggiori ricordi di questa travagliata stagione.
La squadra di Taccetti, dal canto suo, non trova da subito la necessaria produzione offensiva, se non da un Markel Brown che non ne vuole sapere di arrendersi, come del resto c’è da attendersi da un giocatore dal suo carattere.
Ma Trieste stavolta, proprio nella gara più importante della stagione, quella che avrebbe potuto aprire la porta ad un risultato che manca da ben 32 anni, viene tradita contemporaneamente dai giocatori che in momenti diversi durante la serie, magari con rendimenti ondivaghi, erano riusciti prima o poi, mai tutti insieme, a dare qualcosa rivelandosi decisivi in Gara 1 e Gara 4.
Colbey Ross incoccia su una difesa che ha imparato benissimo la lezione durante le prime quattro partite: al playmaker titolare vengono impedite le penetrazioni e l’attacco al ferro, gli viene impedito di ricevere il pallone libero sul perimetro, gli viene impedito di dettare i ritmi vorticosi che sarebbero probabilmente stati l’unica ancora di salvezza per Trieste.
I due lunghi stranieri sembrano particolarmente impacciati, intasano l’area impedendo ad un indolente Ramsey di penetrare, vengono portati a scuola, almeno nel primo tempo, da un Miro Bilan deciso a non ripetere la prova opaca di sabato sera a Trieste.
JTA prova ad alzare i colpi in difesa ma non incide in alcun modo in attacco, nemmeno quando viene battezzato da Brescia oltre l’arco dei tre punti, finendo così come aveva iniziato la sua opaca stagione triestina.
Se Candussi, almeno, genera con un paio di canestri consecutivi uno dei rarissimi sussulti nel primo tempo, la pattuglia italiana non incide in alcun modo sulla partita sui due lati del campo.
Però, al di là delle deludenti prestazioni dei singoli, sorprende la regressione difensiva dell’intera squadra, qualunque quintetto venisse schierato.
Se Ivanovic trova una serata di grazia, le amnesie sui close out (specie per impedire che l’extra pass mettesse sistematicamente il miglior tiratore nell’angolo piedi a terra e senza contrasto alcuno), i ritardi sugli aiuti quando Bilan veniva messo in isolamento spalle a canestro sul pettine, la lotta a rimbalzo sotto il proprio ferro tornata ad essere inaspettatamente poco reattiva, fanno sì che l’inerzia rimanga saldamente nelle mani bresciane dal primo all’ultimo minuto.
Alla squadra di Cotelli, poi, è sufficiente piazzare il break a metà terzo quarto (cioè proprio quando ci si sarebbe potuto aspettare il massimo sforzo triestino) per potersi successivamente limitare ad amministrare un vantaggio che una volta messo in sicurezza non accennerà più ad essere inisidiato.
Anche perché subentra nei giocatori triestini una stanchezza più mentale che fisica, una frustrazione dettata dalla consapevolezza che stavolta non sarebbe stato lasciato nessuno spazio alle sorprese ed avrebbe vinto la squadra più forte, quella che nell’arco delle cinque partite ha saputo trovare protagonisti sempre diversi pur asciugando le rotazioni a sette giocatori, quella più cinica e, in ultima analisi, quella che ha avuto l’opportunità di giocarsi la partita decisiva davanti al propri pubblico.
I temi dell’intera serie, naturalmente, al di là della cronaca delle singole partite che fa storia a sé, sono principalmente due.
Primo, la latitanza quasi ostentata di un Jahmi’us Ramsey che, una volta messo in bacheca l’effimero trofeo di miglior marcatore della stagione regolare, si è letteralmente ritirato a vita privata.
Il texano, dopo essersi dimostrato per trenta partite il miglior talento offensivo mai giunto a Trieste in epoca moderna -peraltro risultando spesso un elemento avulso dal resto della squadra- nelle ultime quattro si limita a difendicchiare quando deve (facendo peraltro la bella statuina in Gara 5) sparando senza convinzione e con percentuali risibili da fuori od infrangendosi sistematicamente sulla difesa avversaria senza nemmeno alzare la testa quando si concede una rara penetrazione, commettendo per questo una quantità abnorme di falli in attacco e perdendo un numero inaccettabile di palloni.
Ovunque nel mondo i playoff richiedono un upgrade, non il prepensionamento.
E’ vero che probabilmente il doppio lungo schierato per tanti minuti sul parquet intasa talmente il pitturato da creare poco spazio per le scorribande verso il ferro, ma in particolare in questo caso il problema più grave non è certo tecnico, bensì di applicazione.
La sua avventura in biancorosso si chiude con gli ultimi venti minuti “punitivi” seduto a guardare i compagni: venti minuti che sanno di bocciatura.
Se il buon Jahmi’us ritiene che con questo atteggiamento la sua prossima avventura professionale, magari in NBA, possa avere un lieto fine magari a lungo termine, o che dopo queste ultime cinque partite le recensioni del suo ultimo datore di lavoro possano essere entusiastiche, è destinato ad andare incontro ad una cocente delusione.
Secondo tema, il rientro di Sissoko in corso d’opera con l’esclusione di Jarrod Uthoff.
Con il senno di poi possiamo dire che sia stata la scelta migliore? Posto che il corpaccione del maliano dona al roster quella fisicità indispensabile per cercare di contenere Bilan sotto canestro magari con l’aiuto dei raddoppi del secondo lungo rendendo pressoché indispensabile il suo impiego, è semmai sulla scelta dell’uomo da escludere che si può discutere.
Naturalmente, non vivendo lo spogliatoio, non avendo l’occasione di assistere agli allenamenti, non potendo misurare il mood quotidiano dei giocatori, è un giudizio difficilissimo da dare.
E’ incontrovertibile, in ogni caso, che nell’arco di tutta la stagione Uthoff abbia costituito una fra le maggiori delusioni in rapporto alle attese, sia per rendimento che per atteggiamento remissivo, quasi arrendevole, spesso frustrato ai limiti della depressione.
Pensare che una discreta prestazione in Gara 1 (peraltro non bissata in Gara 2) possa essere sufficiente per giustificare l’esclusione di altri giocatori che, bene o male, almeno in difesa, si erano rivelati più affidabili di lui, pare un po’ avventuroso.
E’ comunque probabile che, se si fosse limitata all’aspetto umano, la scelta sarebbe inevitabilmente caduta sull’irritante Ramsey a parità di ruoli, ma oggettivamente, considerata anche la presenza di Bannan nel ruolo di ala grande, spot dunque già coperto, sottrarre Ramsey a questo roster avrebbe significato azzopparlo a priori.
Per due delusioni, una nota positiva: il rendimento di Josh Bannan -assieme a Colbey Ross l’MVP biancorosso di questa serie- rende probabilmente quello dell’australiano il miglior affare dell’anno.
Al di là di un’ultima partita sottotono rispetto allo standard, Bannan ha portato fisicità, cattiveria, il necessario boost di intelligenza cestistica (e anche intelligenza tout court, Dio solo sa quanto talvolta fosse necessaria), mentalità e positività nel modo di vivere la partita.
Ruvido al punto giusto, tecnicamente migliorabile ma gran rimbalzista e preciso ai liberi, è uno di quei giocatori che, se il futuro della squadra fosse almeno abbozzato, sarebbe opportuno cercare di blindare per la stagione successiva.
Ma questo lusso, ad oggi, non è concesso alla Pallacanestro Trieste.
Posto che, l’abbiamo capito tutti visto che a cantarlo è stato anche Paul Matiasic, tutto questo non può finire, è ora giunto il momento che “tutto questo” venga definito in modo chiaro e preciso.
Trieste il suo lo ha fatto, con la migrazione di oltre 300 tifosi a Brescia un lunedì sera lavorativo, l’intervento delle istituzioni, i movimenti e la disponibilità a livello di partnerariato imprenditoriale, la fermezza sempre garbata (pure troppo) degli stakeholders -curva compresa- nelle interazioni con un presidente che non ha mai fatto mistero di volersene andare a gambe levate verso la capitale salvo adulare ed irretire le masse con slogan tanto sorprendenti tanto vuoti di contenuti.
Finiti i playoff per Trieste, ora, come del resto promesso, la palla torna nelle sue curatissime mani.
Il tempo stringe, una nuova stagione deve essere programmata e costruita. Una nuova società creata, nuovi contratti sottoscritti, una nuova concessione richiesta, lo scouting deve partire e portare frutti.
I piani di Matiasic, quelli di cui si sa solo ciò che trapela da sussurri, voci appena accennate, indiscrezioni e deduzioni, quelli che lui afferma si stiano sviluppando da mesi (ma che invece paiono improvvisati di settimana in settimana a mano a mano che le varie opzioni falliscono, mutano, o semplicemente si rivelano non percorribili) devono essere spiegati ufficialmente smettendo, una buona volta, di menare il can per l’aia, anche perché la sensazione di essere presi per i fondelli potrebbe intaccare la disponibilità dimostrata da tutte le parti in causa.
Trieste c’è, ed è pronta a continuare alla faccia degli avvoltoi che già volano roteando sopra il colle di San Giusto.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste 83  –  Germani Brescia 77          Parziali: 17-16, 18-22, 28-18, 20-21      Progressivi: 17-16, 35-38, 63-56, 83-77

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 7, Ross 18, Deangeli 0, Ruzzier 5, Sissoko 15, Candussi 0, Iannuzzi n.e., Brown 10, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 18, Ramsey 10. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Germani Brescia: Bilan 6, Ferrero 0, Santinon n.e., Della Valle 3, Ndour 6, Burnell 14, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 11, Rivers 12, Cournooh 2, Nunn 13.
Coach: M. Cotelli.

Arbitri: G. Giovannetti, A. Bongiorni, M. Lucotti

TRIESTE – Si va al quinto round. Nessun KO tecnico, nessuna resa, un confronto equilibratissimo fra due squadre che non mollano mai, che magari sbandano senza però deragliare, che mettono in scena uno spettacolo vero, di quelli che ti fanno reinnamorare di un gioco che, specie negli ultimi mesi, è talmente assediato da chi ne vuole disintegrare la credibilità da convincere metà del popolo biancorosso a rimanere a casa.
Gara 4, di sabato sera, avrebbe certamente meritato una cornice più consona, almeno numericamente.
Ma ciò che non hanno portato i 3200 assenti, lo hanno compensato i 3200 presenti: come nella partita precedente, è nuovamente il pubblico a fare letteralmente da sesto uomo, a generare quell’energia positiva che i giocatori biancorossi non aspettano altro che metabolizzare e trasformare in motivazione, determinazione, intensità, cuore e coraggio, per l’appunto.
Non sempre qualità, ma chi se ne importa: sono i playoff, baby. Vince chi è capace di giocare sporco e cattivo più che bello, chi non cade nei tranelli mentali degli avversari, chi difende meglio sui giocatori migliori.
Infine, chi ne ha di più, chi arriva al quarantesimo con ancora qualche goccia di benzina da spendere, chi stringe i denti per ignorare l’acido lattico che annebbia quadricipiti e cervello. E, come sempre, chi è baciato da quel briciolo di fortuna in più.
Fra i 3200 c’è anche lui, e stavolta in bella vista. Paul Matiasic si riprende la sua poltroncina in prima fila, è sorridente accanto al connazionale (e membro del board) Connor Barwin, tifa, applaude, detta il ritmo al palazzo che canta “tutto questo non può finire”, dispensa ottimismo a chiunque riesca a sfidare la minacciosa sorveglianza della guardia del corpo.
Alla fine va addirittura ad esultare sotto la curva. O è un genio o un pazzo, oppure nessuno di noi ha mai capito nulla, ma in una serata come quella di Gara 4 non c’è spazio per dietrologie: la squadra è ancora la sua, i giocatori li ha pagati lui, lui ne è ancora il presidente.
Lasciarsi andare ed esultare per una vittoria così importante è il minimo, domani è un altro giorno e chissà quale altro colpo di scena ci riserverà questa vicenda.
Gara 4, come tutte le altre in questa serie, è una partita a scacchi equilibratissima, con fughe e reazioni continue, in cui a prevalere sono soprattutto le difese.
Trieste parte benissimo perché sa che deve aggredire immediatamente un match che per lei non ha un domani, e mandare un messaggio forte e chiaro ad una Brescia che non si sarebbe nemmeno dovuta illudere di essere già riuscita a completare una missione che come tutti noi, due settimane fa, probabilmente riteneva meno complicata.
La squadra di Cotelli accusa inizialmente il colpo, grazie alla serata di grazia di un australiano che in condizioni normali si sarebbe dovuto blindare con un triennale già a marzo. Bannan colpisce da sotto e da tre punti, difende in modo altrettanto credibile sia contro Bilan e Ndour che contro Burnell o Ivanovic quando va a raddoppiarli sul perimetro.
La spinta la dà un Colbey Ross che ha atteso sornione la post season per tornare sui livelli che lo resero l’MVP della Serie A tre anni fa (non un decennio eh… Ross è quel giocatore lì). Spinge i ritmi rendendoli insostenibili per una Germani che di certo non ama il basket a cento all’ora.
Attacca il ferro, si prende conclusioni clamorose da tre punti alzando la parabola con un rilascio stranissimo che lo nasconde al difensore.
Nel primo tempo Trieste tira con percentuali migliori di Brescia, prende più rimbalzi, piazza più assist, ma ad un certo punto nel secondo quarto finisce sotto addirittura in doppia cifra, riuscendo a rimediare solo grazie ad una fiammata verso la fine della frazione che rimette il match in equilibrio.
La spiegazione, naturalmente, sta nel fatto che i biancorossi battano il record di palle perse in metà partita: ben 14, alcune banali, alcune ingenue, alcune provocate da una difesa che aggredisce, che impedisce i passaggi ai tiratori, che collassa sistematicamente sui penetranti azzerandone la pericolosità.
I turnovers pesano tantissimo e generano una quantità inusuale di veloci contropiede che Brescia è bravissima a capitalizzare.
A pesare sono anche gli otto rimbalzi offensivi concessi, tutti trasformati in seconde, talvolta terze chances.
Il -3 a metà gara, in una situazione del genere, è da considerare un mezzo miracolo, ma in effetti non lo è: Trieste, infatti, il suo capolavoro lo realizza soprattutto in difesa. Ci sono giocatori come Bilan che sei costretto a battezzare, puoi cercare di mandarlo da un lato invece che da un altro, puoi tentare di raddoppiarlo, ma tendenzialmente il croato è un giocatore che (eventualmente) si annulla da solo.
Ce ne sono altri, come Mobio, che assomigliano al classico coniglio pescato nel cilindro di coach Cotelli. Ce ne sono altri, infine, come Nunn che ad un certo punto si mettono in proprio decidnedo di voler andare a vincere praticamente da soli.
Ma è il sistema di gioco della Germani ad essere ingabbiato, costretto a spendere una abnorme quantità di energie per arrivare al tiro, ed a questa opera di demolizione fisica contribuisce l’intera squadra triestina, anche il curioso quintetto con tre italiani più JTA e Bannan che magari non sarà una fabbrica di punti ma si danna l’anima nella sua metà campo.
E’ per questo che Brescia stavolta non riesce ad uccidere la partita: sia in G2 che in G3 aveva piazzato un break e se l’era tenuto ribattendo colpo su colpo in partite per il resto costantemente in equilibrio. In G4 non ci riesce, e questo le costerà un supplemento di fatica per provare a disfarsi definitivamente dell’avversaria ed accedere in semifinale. Sempre che ci riesca.
Intensità e pathos si alzano a dismisura nella ripresa, con Trieste che in un amen ricuce il microscopico svantaggio e lo trasforma in un vantaggio che, pur con distacchi ad elastico fra gli 8 punti ed il singolo possesso, manterrà fino alla fine.
Come sempre Cotelli ottiene capitali inestimabili da giocatori sempre diversi. Burnell è ingabbiato nella trappola Bannan-Toscano Anderson e sporca le sue percentuali, Amedeo Della Valle ci prova ma fisicamente ancora non è al meglio e viene brutalizzato dai famelici esterni triestini (Brown ed anche Ramsey), Ndour viene clamorosamente sovrastato da un Sissoko a tratti intimidente su entrambi i lati del campo.
Lo stesso Ivanovic stavolta sembra più macchinoso che in Gara 3, non riesce a mettersi in proprio perché non trova pertugi da lontano (tranne il quinto fallo di Sissoko su tiro da tre che rende drammatico il finale).
Nunn si prende la squadra sulle spalle, schiaccia addirittura in contropiede, sembra un vulcano in piena eruzione, ma i compagni non ne seguono il mood.
E’, ancora una volta, la volata finale a decidere le sorti dell’incontro. In un frastuono incredibile, forse mai pareggiato in altre occasioni in questa stagione, pian piano Taccetti ritrova i suoi assi.
Ramsey, dopo una partita di clamorosa sofferenza offensiva, trova una bomba ed un arresto e tiro vincente di importanza clamorosa.

Toscano Anderson, dopo le 4 palle perse della prima metà di partita, si trasforma nel giocatore perfetto: difende, commette anche fallo quando serve a far sentire la pressione, prende rimbalzi, conclude in contropiede e piazza dall’angolo la bomba della sicurezza.
Il tutto, durante dieci minuti finali nei quali il coach triestino esibisce una discreta dose di coraggio misto incoscienza: rinuncia per tutto il quarto a quello che fino a quel momento era l’MVP incontrastato della partita preferendo a Colbey Ross un Michele Ruzzier che risponde con esperienza e maturità.
Taccetti dirà che aveva notato in Michele quel briciolo di esperienza, di capacità di condivisione del gioco, di organizzazione, di saldezza mentale di cui la squadra in quel momento aveva bisogno ben più della produzione offensiva che Ross avrebbe garantito.
E’ andata bene, inutile mettersi a ragionare su cosa gli sarebbe stato addebitato nel caso la domenica triestina si fosse trasformata nel primo giorno di off season.
Gara 5, a cui assisterà una rappresentanza di tifosi triestini che si preannuncia numerosa, sarà una nuova sfida di nervi e di approccio, perchè tanto dal punto di vista tattico e tecnico si potrà magari lavorare sui piccoli particolari, ma non ci sono davvero più segreti fra due coach che sono cresciuti insieme e giocatori alla settima sfida stagionale.
Vincerà, di nuovo, chi arriverà negli ultimi cinque minuti più lucido e con maggiore energia. Adesso, però vale per tutte e due: it’s win or go home.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group

Pallacanestro Trieste
Pallacanestro Brescia

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste    80    –    Germani Brescia    84                  Parziali: 18-22, 21-22, 15-17, 26-23.             Progressivi: 18-22, 39-44, 54-61, 80-84.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 3, Ross 18, Deangeli 3, Ruzzier 0, Sissoko 8, Candussi 7, Iannuzzi n.e., Brown 18, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 17, Ramsey 6. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Germani Brescia: Bilan 20, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle n.e., Ndour 12, Burnell 14, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 5, Rivers 10, Cournooh 8, Nunn 5.
Coach: M. Cotelli. Assistenti: G. Alberti, A. Lotesoriere.

Arbitri: T. Sahin, A. Perciavalle, D. Quarta.

TRIESTE – Nuovo capitolo di questa serie più equilibrata di quanto ci si potesse aspettare, ma con la Germani certamente più cinica e decisamente dotata di più stoccatori letali quando le azioni si fanno decisive ed il pallone pesa una tonnellata.
La squadra di Cotelli, anche in Gara 3 come in quella precedente, rimane avanti praticamente per tutto l’incontro, però non riesce mai a scrollarsi definitivamente di dosso gli avversari in modo da potersi concedere il lusso di limitarsi ad amministrare il cronometro.
Però, in ogni singola occasione nella quale Trieste avrebbe potuto ricucire lo svantaggio ad un singolo possesso, commette qualche ingenuità: una schiacciata sbagliata, un’infrazione di passi, un paio di sanguinose palle perse, alcuni tiri liberi falliti, qualche tripla sbagliata di troppo.
Dall’altra parte, il pertugio non diviene mai una porta aperta: ogni qualvolta Trieste manca l’aggancio c’è Burnell, Bilan, Ndour, Cournooh, Ivanovic a ricacciare in gola l’urlo ai 3700 spettatori entrati al PalaTrieste per spingere la squadra ad un traguardo storico.
L’impressione è quella di un’occasione sprecata: Taccetti decide di far rientrare Mady Sissoko escludendo Jarrod Uthoff per dare maggiore fisicità al pitturato nel tentativo di arginare il clinic perenne di Miro Bilan.
Dall’altra parte, Cotelli deve rinunciare ad Amedeo Della Valle, e negli ultimi tre minuti anche a Bilan e Ndour usciti per cinque falli.
La scelta del coach triestino paga solo in parte, e solo quando in campo a ruotare ci sono insieme il maliano e Josh Bannan.
Ogni altro quintetto concede qualcosa al centro croato, che infatti chiude con 20 punti, l’80% dal campo ed il 100% dalla lunetta per un eloquente 29 di valutazione. E’ il giocatore con il quale, in assoluto, la squadra triestina si accoppia peggio in tutto il campionato.
L’assenza di Della Valle rende, se possibile, la squadra ospite di gran lunga più imprevedibile: la regia di Ivanovic è instancabile ed intelligente, capace di approfittare di ognuno degli innumerevoli piccoli difetti difensivi triestini pescando costantemente libero il compagno meglio posizionato, e le responsabilità offensive sono di gran lunga più distribuite.
Trieste può rispondere pareggiando i conti in regia con la versione di Colbey Ross più ispirata della stagione, capace di dettare ritmi vorticosi e di cercare e trovare soluzioni talvolta rocambolesche, altre volte indispensabili. Ross, con un motivatissimo Brown ed il solito Josh Bannan (giocatore di una intelligenza cestistica clamorosa, capace di svolgere, oltre ai compiti che gli vengono richiesti, anche quello di vero allenatore in campo e di equilibratore mentale quando nota che qualche compagno è sul punto di deragliare dal punto di vista emotivo) costituiscono da soli tutta la risposta di Trieste all’organizzazione di una squadra tornata ad essere profondamente consapevole della sua forza, capace di ritrovare energie che in Gara 1 e nel finale della stagione regolare parevano in chiaro declino.
Non demerita anche Sissoko, al rientro dopo settimane di fermo forzato, senza minuti nelle gambe e con l’intesa con Bannan tutta da perfezionare, sfortunato in un paio di episodi decisivi nel finale ma capace di catturare 11 rimbalzi.
Davvero troppo modesto l’apporto di tutti gli altri, specialmente di una second unit che in questa fase decisiva della stagione si sta dimostrando poco affidabile e produttiva. Dai tre italiani arriva un apporto in attacco nuovamente quasi nullo, con il solo Candussi che capitalizza un minuto e mezzo di fiammata offensiva ma non riesce in alcun modo ad arginare Bilan ed in generale fa enorme fatica sotto canestro.
Anche JTA si rimette a commettere quegli errori di troppa leggerezza che perlomeno aveva smesso di commettere nel finale di stagione, e comunque in attacco non si sblocca, pur dannandosi l’anima in difesa sugli esterni della Germani.
Chi pare la copia sbiadita del miglior marcatore della Serie A, quello che è stato (frettolosamente) definito il miglior talento offensivo mai giunto a Trieste, ma che fallisce anche Gara 3: che Ramsey soffrisse a dismisura “cagnacci” difensivi come Paiola o Burnell era chiaro, che non ne trovi contromisure e non sia mai capace di guizzi che ne elevino l’applicazione almeno in attacco contro giocatori con queste caratteristiche, almeno nei playoff, però, non ce lo si sarebbe potuto aspettare.
Ed invece il texano languisce in una sonnolenta apatia nella metà campo della Germani, prendendosi oltretutto anche molte meno conclusioni del solito, rimanendo spesso semi immobile come un casello autostradale in difesa: se Trieste vuole avere anche la minima chance di spuntarla alla distanza non potrà prescindere dal ritorno del vincitore dell’Antonello Riva Trophy, perlomeno come produzione di punti.
Due giorni e si scende nuovamente in campo per una partita che diventa decisiva: se Brescia vince raggiunge Milano, autrice dello sweep su una Reggio Emilia che si rivela per l’Olimpia un ostacolo meno ostico di quanto pronosticato alla vigilia alla luce del suo stato di forma.
Se vince Trieste, invece, si giocherà tutto lunedì sera in Gara 5, un risultato che già allungherebbe la serie rispetto a quella dell’anno scorso ma che comunque costituirebbe una delusione rispetto alle aspettative della scorsa estate.
Cosa dovrà fare la squadra di Taccetti per allungare la serie? Ormai non c’è più spazio per inventarsi nulla, probabilmente nemmeno nella scelta dei 12 che andranno a referto. Dovrà aumentare la cattiveria agonistica cercando di mantenere quella mostrata negli ultimi 5 minuti di Gara 3 per tutti i 40 minuti.
E dovrà ricominciare a giocare di squadra condividendo il pallone come magistralmente fatto in Gara 1, ma con un margine di errore ora davvero sottilissimo.
A rendere particolare l’atmosfera in questa Gara 3 è però il contorno.
Intanto, sebbene rumorosissima, l’arena non presenta di certo il colpo d’occhio delle grandi occasioni. Anzi, 3700 spettatori costituiscono il minimo storico nei playoff per Trieste da sempre (A2 compresa), e non c’è situazione societaria che tenga per dare una spiegazione a tale defezione di massa.
Ci sono piazze come Livorno ma anche Gorizia in Serie B, Pesaro, per non parlare di Bologna in A2, che per affluenza fanno impallidire quella che si autodefinisce una città di pallacanestro, ma che invece è capace soprattutto di celebrare sé stessa senza ritenere di dover mai dimostrare qualcosa.
Perlomeno la Curva Nord, non si sa in seguito a quali rassicurazioni ricevute, ha desistito dal suo intento scioperante ed ha tenuto alti i decibel.
Tutto questo non può finire… già, ma cosa?
Il peggiore in campo è…. il campo stesso: esattamente come un anno fa, contro la stessa avversaria nei playoff, l’impianto di illuminazione decide di dimostrare la propria inadeguatezza in diretta TV, spegnendosi prima di un “and one” di Candussi (che sbaglia il tiro libero supplementare al rientro in campo) e spegnendo di conseguenza l’abbrivio con il quale Trieste si era ripresa l’inerzia in apertura di quarta frazione.
Impianto oggettivamente ormai inadeguato ai tempi, datato ed oltretutto costosissimo: il nuovo corso triestino, se ce ne sarà uno, dovrà iniziare proprio da un profondo ripensamento dell’impianto.
Ed infine lui, il protagonista invisibile ma presente, il villain designato della vicenda, l’uomo le cui parole sono le più attese dopo l’annuncio in diretta dei cantanti di Sanremo. Paul Matiasic c’è ma non si vede, annunciato da un tam tam mediatico rigorosamente underground, visto che la visita di un presidente che viene a vedere la sua squadra battersi nei playoff, che sarebbe normale ad ogni latitudine, qui da noi viene trattata nello stile da lui voluto da sei mesi a questa parte: il più totale ed ostinato mutismo.
Poco male, in un paesone come Trieste tutti sanno tutto di tutti, e la sua misteriosa presenza, accompagnata da uno stuolo di pretoriani fra addetti alla sicurezza, Digos, guardie del corpo, steward, Secret Service e Delta Force era stata ampiamente annunciata.
Presenza perlopiù ignorata da tutti, se si eccettua un ironico striscione della curva evidentemente realizzato durante la partita, l’invito a pagare le bollette durante il black out e qualche fotografia rubata a rischio della propria incolumità dai fotoreporter presenti in campo (neanche si volesse abolire la vista oltre che l’udito): nessuna contestazione, nessun insulto, nessuna protesta diretta a lui.
Cosa il suo entourage temesse, in un palazzetto che sarà pure spazientito e semivuoto, ma rimane fra i più civili in Italia, non è dato sapere.
Dopo un pomeriggio passato a far visita al Presidente della Regione ed al Sindaco, incontri il cui contenuto viene raccontato da Club ed istituzioni come lo racconterebbe il monoscopio notturno di TeleCapodistria, Matiasic (che a quanto si sa ha scelto di alloggiare nell’amata terra delle origini della sua famiglia) assiste alla partita ben nascosto all’interno del tunnel degli spogliatoi, probabilmente più per scelta della sicurezza che sua.
Cosa sia venuto a fare di persona a Trieste si saprà, forse, fra qualche giorno a playoff conclusi. Se non sarà di troppo disturbo.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group

Pallacanestro Trieste
Pallacanestro Brescia

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Germani Brescia  90 – Pallacanestro Trieste  82           Parziali: 21-19 / 28-23 / 19-21 / 22-19   Progressivi: 21-19 / 49-42 / 68-63 / 90-82

Germani Brescia: Bilan 22, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 4, Ndour 6, Burnell 7, Toure n.e., Ivanovic 6, Mobio 0, Rivers 18, Cournooh 9, Nunn 18.
Coach: M. Cotelli.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 14, Ross 21, Deangeli 1, Uthoff 3, Ruzzier 0, Candussi 0, Iannuzzi n.e., Brown 8, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 16, Ramsey 19. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: C. Lo Guzzo, V. Grigioni, M. Attard.

BRESCIA – Brescia riagguanta la serie conquistando Gara 2, ma Trieste c’è, eccome se c’è: c’è tecnicamente, c’è con la testa, c’è con la motivazione.
E’ un confronto inaspettatamente equilibrato, giocato sui particolari, deciso da fiammate da una parte o dall’altra, con una evidente costante: finora ha vinto chi ha capitalizzato con gli interessi la second unit.
Era successo a Trieste due giorni fa con le prestazioni mostruose di Toscano Anderson e Uthoff, succede alla Germani in Gara 2 con Nunn e Rivers, ed anche con il ritorno del totem croato, quello che se è in serata diventa immarcabile per una Trieste che, semplicemente, non ne possiede l’antidoto.
Antidoto che, intendiamoci, non può essere costituito nemmeno dall’eventuale rientro in Gara 3 di Mady Sissoko, troppo acerbo tatticamente e tecnicamente da costituire un guardiano difensivo credibile per l’evergreen di Sebenico.
Ma per pensare alla prossima partita ci sono ancora tre giorni fondamentali per recuperare energie e tornare a respirare aria di casa.
Gara 2 è una partita da manuale per i playoff: ruvida, cattiva, giocata più sul piano emotivo che su quello tecnico, in cui tendenzialmente a prevalere è chi è capace di rimanere mentalmente saldo, di non cadere nelle provocazioni, nel non lasciarsi influenzare dal trash talking, o perlomeno di non farlo in modo ingenuo.
Rimane, però una partita spettacolare, godibile per lo spettatore neutrale perché mai chiaramente e saldamente in mano di una o dell’altra squadra.
Era piuttosto prevedibile, dopo la sconfitta all’esordio, che la squadra di Cotelli avrebbe tentato di proseguire sulla falsariga del secondo tempo di sabato sera, con aggressione difensiva già a metà campo, difesa super intensa nel pitturato per sporcare le percentuali irreali di Trieste da due punti, ed il tentativo di evitare di concedere ai biancorossi i ritmi forsennati che più amano, specialmente quando a menare le danze è Colbey Ross.
Ciò nonostante, è proprio su questo particolare che gli uomini di Taccetti impostano l’avvio: tanta transizione, tanta velocità, attacco sistematico al ferro ed un primo tentativo di fuga.
Una fuga che però viene stroncata -ed invertita- da un aspetto tanto semplice quanto evidente: anche in Gara 2 l’apporto del drappello italiano biancorosso, una volta subentrato, è pressoché nullo.
Ruzzier, che sostituisce un Colbey Ross indemoniato ma bisognoso di rifiatare, non è tecnicamente, ma soprattutto fisicamente, in grado di replicarne il ritmo e mostra la corda anche in difesa specie contro un Nunn alla migliore prestazione balistica stagionale.
Candussi litiga ostinatamente con il ferro sia da fuori che da sotto e viene portato a scuola da Bilan, Deangeli, anche se non demerita in fase difensiva, non guarda nemmeno il ferro.
Aggiungiamoci un Moretti nemmeno preso in considerazione così come Iannuzzi, e si comprende come, in una serie che si preannuncia ancora lunga, un apporto da 1 punto e -6 di valutazione in 4 è davvero poca cosa. Anzi, troppo poca se si vuole realisticamente pensare di potersi conquistare la semifinale per la seconda volta in 32 anni.
Ciò nonostante, Brescia non riesce praticamente mai -se non nei secondi finali- a prendere definitivamente il controllo della partita, anche perché si trova di fronte un Colbey Ross se possibile ancora più performante di Gara 1, davvero vicinissimo per rendimento all’anno in cui fu nominato MVP del campionato.
El Chino detta i ritmi, penetra, scarica, attacca il ferro, è letale da tre.
Un’arma tattica irrinunciabile ma, purtroppo, con pochissime alternative.
E’ il play titolare di coach Taccetti a tenere il match in bilico, prendendosi responsabilità enormi quando la squadra pare sbandare pericolosamente, prima sotto la striscia di Nunn, poi sotto i colpi di Rivers e Cournoh.
Nel match in cui Amedeo Della Valle, forse acciaccato, forse troppo nervoso, non riesce minimamente ad incidere, nella quale Ivanovic si dimostra ancora una volta troppo nervoso per non cadere ripetutamente nelle trappole tese dai più scaltri giocatori triestini, nella quale lo stesso Ndour realizza solo due canestri, è Bilan l’ago della bilancia: nel quarto decisivo, con Trieste che nonostante fallisca in modo talvolta davvero banale ripetute occasioni per riportarsi in parità o addirittura in vantaggio, riesce comunque in modo o nell’altro (o meglio, con le buone o con le cattive) a rimanere in scia, il centro croato viene cercato con continuità in isolamento, e quando Bilan riceve palla sul pettine spalle a canestro possono succedere tre cose: un quarto d’ora di palleggi e spallate per arrivare a distanza di gancetto (due punti), un quarto d’ora di palleggi e spallate per scivolare sul fondo e passaggio al compagno che taglia (due punti), un quarto d’ora di palleggi e spallate e fallo della difesa (due tiri liberi e, tendenzialmente uno o due punti).
Le triple di Rivers negli ultimi cinque minuti ricacciano indietro definitivamente Trieste, punendo oltremodo le ingenuità e l’incapacità biancorossa di capitalizzare situazioni insperate, come il fallo antisportivo commesso in attacco da Ndour su Brown subito dopo la schiacciata di Bannan che avrebbe potuto riportare Trieste a meno quattro ma che frutta, invece, solo un punto, ma anche le due palle perse di Ramsey nel finale o la stessa schiacciata del -6 sbagliata da Brown all’ultimo momento utile per un eventuale rimonta (una schiacciata che si infrange sul primo ferro da un giocatore che solitamente salta come un ascensore non può che significare esaurimento delle energie: 30 minuti intensissimi sul parquet per il co-capitano dopo la super prestazione di sabato scorso lasciano evidentemente il segno).
Gli arbitri, specie nella fase centrale di Gara 2, fanno davvero fatica ad abbassare i toni della contesa, e sono costretti, ad un certo punto, ad inasprire un metro arbitrale inizialmente piuttosto permissivo (come è giusto che sia nei playoff) ma che oggettivamente rischiava di trasformare l’incontro in una sequenza di provocazioni e reazioni reciproche, colpi proibiti ed eccessiva -quanto inutile- animosità.
Sconfitta che arriva, dunque, dai particolari, ma questi primi ottanta minuti della serie dicono chiaramente che il confronto fra Trieste e Brescia sia estremamente equilibrato, e lo sia molto più di quanto si potesse prevedere alla vigilia.
E’ un confronto nel quale difficilmente i due coach, che si conoscono perfettamente a vicenda dopo gli anni passati a fare da vice a Magro sulla panchina bresciana, potranno ancora inventarsi qualcosa per sorprendere l’avversario.
E’ evidente, e non è certo una sorpresa, che l’aspetto difensivo sia quello determinante: lo era stato per Trieste sabato sera, lo è altrettanto per Brescia nella replica, specialmente nella sua capacità di blindare il pitturato in modo da abbassare -possibilmente abbattere- le irreali percentuali da due tenute dai giocatori triestini all’esordio. Continuerà ad esserlo nelle due partite in via Flavia, con l’unica variabile che potrebbe essere costituita da qualche minuto di zona in più decisa da Taccetti.
Non potrà, invece, essere una sorpresa l’eventuale impiego di Sissoko, perché Cotelli se l’aspetta, sebbene un impiego contemporaneo di Bannan -ennesima partita ai limiti della perfezione per lui- e del maliano potrebbe mettere la Germani in grandissima difficoltà: fisicamente debordante Sissoko, intelligente e velocissimo nei cambi difensivi l’australiano, che oltretutto diventa immarcabile quando viene cercato in mezzo all’area dai piccoli o quando va a concludere da rollante.
Brescia, sotto canestro, si limita a Bilan e si aggrappa a due giocatori che devono adattarsi al ruolo in sua assenza, ma Rivers e Ndour non amano certo il gioco sotto il ferro.
Piuttosto, a destabilizzare la serie potrebbe essere un impiego “serio” di Davide Moretti, n.e. in Gara 2 dopo un minuto e mezzo oggettivamente disastroso in Gara 1. Ma l’ex Reyer è un giocatore esperto anche a questi livelli, e potrebbe essere fondamentale per dare un po’ di fiato ad un esausto Markel Brown o allo stesso Colbey Ross magari condividendo responsabilità e parquet con Michele Ruzzier.
Ha certamente bisogno di riacquistare un po’ di fiducia, ma quella può dargliela solo il campo.
Ora la serie si trasferisce a Trieste per altre due partite.
La Curva Nord non ci sarà, per una decisione che comprendiamo ma non riusciamo a condividere: la squadra, che aveva fatto dubitare molti dopo l’ignominiosa sconfitta contro Cremona che la stagione fosse giunta al termine, ha invece dimostrato di crederci, ha dimostrato di poter giocare letteralmente alla pari con la seconda forza del campionato, di poter seriamente ambire a strappare ai lombardi il pass per il turno successivo.
La Germani è stata accompagnata in Gara 2 da 40 minuti di frastuono, da un ambiente incredibilmente energetico che ha certamente avuto un ruolo determinante per far emergere energie insperate ed evidentemente assenti in molti dei giocatori di casa.
Trieste non può prescindere dal suo pubblico, perché più di ogni altra squadra è capace di capitalizzare l’energia dei suoi tifosi trasformandola in prestazioni straordinarie.
Nessuno (probabilmente nemmeno chi ne ha in mano il destino) sa realmente quale sarà il futuro della Pallacanestro Trieste.
Nulla è deciso, l’unica realtà evidente è quella di un confronto sportivo che, nel peggiore degli scenari, non si riproporrà in via Flavia per molti anni.
Tanto vale goderselo. Tutto questo non può finire…. facciamo tutti in modo che non rimanga un semplice slogan.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni 

Germani Brescia  90 – Pallacanestro Trieste  92         Parziali: 24-28 / 27-31 // 24-13 / 15-20   Progressivi: 24-28 / 51-59 // 75-72 / 90-92

Germani Brescia: Bilan 9, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 26, Ndour 12, Burnell 10, Toure n.e., Ivanovic 10, Mobio 2, Rivers 11, Cournooh 5, Nunn 5.
Coach: M. Cotelli. Assistenti. G. Alberti, A. Lotesoriere.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 14, Ross 18, Deangeli 0, Uthoff 16, Ruzzier 0, Candussi 2, Iannuzzi n.e., Brown 22, Brooks n.e., Moretti n.e., Bannan 11, Ramsey 9.  Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: G. Giovannetti, M. Lucotti, G. Capotorto

BRESCIA – Proprio nel momento più buio, con il presidente che tratta più titoli dell’edizione domenicale del New York Times, il pubblico distante e sfiduciato, l’ultima partita in casa che assomigliava da vicino ad un ultimo giorno di scuola, un pronostico che difficilmente si discostava da un facile 3-0 per la squadra lombarda, la Pallacanestro Trieste si ritrova, si ricorda di essere stata costruita per vincere-vincere-vincere e sfodera la miglior prestazione da ottobre ad oggi, una prestazione che rasenta, in particolare, la perfezione difensiva.
Diavolo di un Michael Arcieri: impassibile come una sfinge anche dopo le prestazioni peggiori, fiducioso anche davanti all’evidenza di una squadra spesso vicina allo sbando, consapevole che i conti dovranno necessariamente tornare quando più conta nella post season.
Del resto i playoff sono da sempre un campionato nel campionato, una competizione nella quale a prevalere è chi è capace di attuare un completo switch mentale rispetto all’approccio adottato durante la stagione regolare.
Brescia arrivava a questa Gara 1 dopo aver fatto da lepre sostanzialmente per 28 partite, mettendo in fila tutte le avversarie durante la regular season e mostrando qualche comprensibile segno di stanchezza solo nel finale di stagione.
Trieste ci arrivava con un percorso opposto, fatto di innumerevoli trasferte infruttuose, di rendimenti altalenanti, di errori difensivi mai realmente eliminati, di giocatori che avevano performato quasi sempre ben al di sotto delle attese.
Ma tutto ciò, nel momento in cui viene alzata la prima palla a due del quarto di finale, non conta più nulla, ed a prevalere è la squadra più abile, e la più veloce, ad attuare un ctrl+alt+canc mentale prima ancora che tecnico.
Certo, anche se è un luogo comune piuttosto abusato (anche perchè poi a vincere è tendenzialmente sempre la più forte) in una serie al meglio di tre, con le prime due partite in casa della meglio classificata, la pressione, specie nella prima partita, è tutta sulle spalle della squadra di casa perché è ben consapevole che in caso di sconfitta avrebbe già le spalle al muro in Gara 2.
L’esordio di questo quarto di finale non sfugge alla regola: Brescia parte preoccupata e non riesce ad approfittare di un approccio difensivo da parte di Trieste che pare l’extra time della partitaccia persa contro Cremona.
Ma non sono le primissime azioni del match a fare giurisprudenza, soprattutto in questa partita. Il primo capolavoro di Trieste sta proprio nell’aver compreso che, alla lunga, le voragini a centro area sarebbero diventate il leit motif dell’attacco bresciano, e riesce ad adattarsi al volo.
La pressione aumenta in modo vertiginoso, l’assenza di Sissoko sotto canestro, assenza che in teoria avrebbe donato un vantaggio strategico incolmabile nel pitturato all’attacco biancoceleste, si trasforma nel vero ago della bilancia: Brescia non trova continuità in attacco, e permette anzi a Trieste di sviluppare il gioco che più ama.
La difesa sul pick and roll è da manuale, le rotazioni difensive diventano puntuali e perfettamente sincronizzate.
E poi, quando i biancorossi possono distendersi in transizione sono letteralmente inarrestabili, specie perché la transizione difensiva degli uomini di coach Cotelli non è certo un fulmine di guerra.
I quintetti small ball triestini impongono il ritmo, tolgono le sicurezze (tranne quelle di un inarrestabile Amedeo Della Valle), ingabbiano un nervosissimo Bilan ed un irriconoscibile Burnell, impongono in ultima analisi il tipo di pallacanestro che è l’esatta antitesi di quello che rende Brescia una macchina pressoché perfetta.
Nonostante le difese ad alto tasso agonistico, nel primo tempo a prevalere sono decisamente gli attacchi.
Trieste, inaspettatamente, sorprende Brescia attaccando con continuità il ferro o cercando conclusioni anche dalla zona che meno ama, all’interno dell’arco dei tre punti ma fuori dal pitturato.
Non c’è Sissoko? Non importa, si cerca Bannan sotto canestro, si attacca il ferro partendo dall’uno contro uno magari attirando i lunghi avversari fuori dall’area grazie alla pericolosità di Candussi da lontano, si penetra e scarica colpendo proprio nel modo che troppe volte ha abbattuto la squadra triestina durante il campionato.
Jahmi’us Ramsey è poco coinvolto e poco produttivo in attacco? Ci sono uno straordinario Uthoff (che inizia benissimo ed attinge dalle prime conclusioni un container di autostima che costituirà carburante essenziale nel quarto finale) ed un Toscano Anderson dal tabellino intonso al tiro, concretissimo perché capace di spogliarsi degli inutili fronzoli stilistici che spesso lo hanno portato a deragliare, e si rivela un fondamentale fattore difensivo.
E, soprattutto, ci sono gli ex immarcabili di Varese: Markel Brown è il solito giocatore tignoso, fastidioso per ogni attaccante, velenosissimo in attacco, scaltro sempre all’interno dei limiti della sportività (a differenza di qualcuno dei suoi avversari). Finisce con 22 punti, 8 falli subiti e 5 assist.
Ross fa girare la squadra con i ritmi perfetti, si prende responsabilità in attacco, cerca, per quanto gli sia possibile, di contenere gli uno contro uno di Della Valle e Ivanovic, commettendo falli intelligenti in occasione di ogni mismatch nelle rotazioni difensive.
Un Ross che condivide le incombenze di costruzione del gioco con Ruzzier e lo stesso JTA, togliendo ogni punto di riferimento agli avversari.
Sono i 20 minuti più spettacolari della stagione: non si può negare una certa complicità di una difesa lombarda spesso in ritardo, ma 59 punti in venti minuti fanno di per sé brillare gli occhi.
Sono anche il segno inequivocabile che il più grande timore della vigilia, e cioè che la distrazione dovuta alla ridda infinita di voci estranee al campo possano minare alla base la concentrazione e la motivazione dei giocatori biancorossi, sia totalmente sfatata.
Ma è il secondo tempo a costituire il secondo capolavoro, forse quello più importante.
Non certo per qualità del gioco (del resto i primi venti minuti sono inarrivabili), ma piuttosto per la capacità di accettare la prevedibile bagarre in cui si trasforma la partita sbandando senza mai deragliare, subendo il ritorno degli avversari senza abbattersi, reagendo dopo essere finiti sotto anche di sei punti in mezzo ad un frastuono indicibile che spinge gli uomini di casa a dare la spallata decisiva quando sarebbe stato quasi impossibile arginarli e poi rimediare troppo tardi.
Sono venti minuti da playoff veri, fatti di fisicità ed interventi ruvidi, di falli antisportivi (abbuonati all’intoccabile totem croato) e mille contatti, di piccole e grandi scorrettezze e scaltrezze riservate ai più esperti, di palloni che pesano una tonnellata, di possessi da gestire più con la testa che con la tecnica, di giocate difensive battute più dal talento puro che dall’organizzazione.
E’ un terreno inesplorato per Trieste, che finora in situazioni simili era rimasta invariabilmente stritolata finendo spesso travolta.
Eppure, quando più conta, sono proprio i biancorossi a rimanere in sella: dopo un terzo quarto di sofferenza assoluta, la partita rimane sostanzialmente equilibrata, e dunque si riduce ad un susseguirsi di particolari alla lunga decisivi.
Due azioni consecutive di Brescia concluse con infrazione di 24 secondi, l’azione successiva finita con un passaggio sbagliato di Ivanovic ad un secondo dalla fine dei 24 a disposizione.
Un controllo asfissiante su Della Valle, che dopo il ventello all’attivo nel primo tempo è costretto a prendersi conclusioni troppo complicate anche per lui finendo per arenarsi definitivamente.
A tenere a galla Brescia sono Ivanovic ed un infallibile Ndour, ma sono canestri un po’ casuali, avulsi dal flow, con l’inerzia tornata saldamente in mani triestine. Una partita punto a punto non può che finire a favore di chi è capace di costruire con raziocinio i possessi finali: sta qui il terzo capolavoro della squadra, con il merito che non può che andare al coaching staff.
Sul 90 pari, palla in mano a 30” dalla fine, durante l’ultimo time out è necessario disegnare il possesso finora più importante della stagione, una soluzione che possa essere in grado di sorprendere la difesa e che sia eseguito con un sincronismo perfetto per non lasciare tempo alla replica finale di Brescia.
Taccetti, che intuisce la serataccia in attacco di Ramsey ed ha il coraggio di tenerlo seduto, disegna il gioco, la squadra esegue alla perfezione: circolazione paziente, taglio di Ross dritto per dritto verso il ferro passando dietro al suo marcatore Ivanovic, assist di Uthoff che mette il compagno da solo a depositare in sottomano. Meglio di così non sarebbe stato possibile eseguire il possesso della vittoria, seguito da una difesa negli ultimi 11 secondi che impedisce la disperata stoccata per il pareggio di ADV.
E’ la vittoria della second unit biancorossa. Che Brescia possa considerarsi superiore per completezza del quintetto base in ogni ruolo e per esperienza ad alti livelli di tutti i suoi giocatori è un dato di fatto. Ma è altrettanto chiaro come la squadra di Cotelli non abbia molte alternative quando qualcuno dei suoi assi sbaglia la partita o viene contenuto dagli avversari.
Brescia sostanzialmente ruota sette giocatori, ed al 31esimo match da 25-30 minuti qualcuno di loro mostra qualche segno di poca lucidità soprattutto in partite tirate fino alla sirena finale.
Dal canto suo Trieste, quando le cose vanno bene, può utilizzarne 9, variando quintetti da quelli più alti allo small ball, da quelli più veloci a quelli più difensivi, e può farlo centellinando i minutaggi con il misurino per preservare le energie ed adattarsi alle varie situazioni di gioco.
E’ un aspetto che in una serie che impone impegni così ravvicinati ha una importanza enorme e potrebbe essere un fattore decisivo anche in Gara 2 ben oltre la voglia (la necessità?) di Brescia di riprendersi i favori del pronostico, e potrà esserlo anche alla luce del fatto che questo quarto di finale male che vada, ha già garantito a Trieste Gara 3 e Gara 4 in casa.
Si riparte lunedì sera, e si riapartirà da zero a zero. Ma con stati d’animo ben diversi da come tutti si sarebbero aspettati.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

 

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste – Vanoli Cremona   89 – 94           Parziali: 22-29, 44-53, 64-74, 89-94       Progressivi: 22-29, 44-53, 64-74, 89-94

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 4, Martucci n.e., Ross 19, Deangeli 1, Uthoff 6, Ruzzier 5, Candussi 7, Iannuzzi n.e., Brown 7, Moretti 0, Bannan 10, Ramsey 30. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Vanoli Basket Cremona: Anigbogu 19, Willis 18, Casarin 8, Grant 15, Galli 6, Udom n.e., Battle 18, Burns 10, De Gregori 0, Durham n.e., Ndiaye n.e.
Coach: P. Brotto. Assistenti: C. Campigotto, M. Giubertoni, L. Vitali.

Arbitri: D. Borgioni, A. Bongiorni, M. Catani.

Spettatori: 5436

TRIESTE – Finisce la stagione regolare per la Pallacanestro Trieste, che infila la quarta sconfitta consecutive in un preoccupante declino di qualità del gioco e di organizzazione, specialmente in difesa.
Una squadra sfiduciata e poco convinta, capace di infilare solo un paio di fiammate che le permettono di ricucire quasi completamente il gap comodamente accumulato da una Cremona per niente demoralizzata e tantomeno demotivata dal fatto che questa sarebbe stata la sua ultima partita prima di “migrare” nella capitale.
Nonostante ciò Trieste beneficia ancora una volta dei risultati dagli altri campi e finisce comunque settima pur rimanendo incollata a quota 26 in classifica (ed un record W/L negativo), con cinque vittorie in meno rispetto alla passata stagione. Di conseguenza, come pronosticato, affronterà nuovamente Brescia nei quarti di finale dei playoff.
L’unico altro dato certo ed incontrovertibile oltre al settimo posto è, però, che una esibizione di questo livello, specie (ma non solo) in difesa contro Della Valle, Ivanovic, Ndour e Burnell spalancherebbe le porte ad uno sweep senza attenuanti.
Ciò che sorprende è l’involuzione della squadra specie in aspetti che parevano definitivamente messi a posto dopo che avevano fatto penare per due terzi di stagione: la lentezza dei cambi difensivi, la “pigrizia” nel seguire il rollante negli elementari pick and roll proposti a ripetizione da Cremona con nessun giocatore biancorosso esente da colpe (ma con Uthoff e Ramsey particolarmente molli), la disattenzione nell’accorgersi del taglio dal lato debole, puntualmente e ripetutamente pescato con elementari penetra e scarica e lasciato libero di concludere senza alcuna opposizione, la poca determinazione nel lanciarsi a rimbalzo sui due lati del campo, con palloni che rischiano di essere persi anche dopo essere stati catturati.
E poi, le palle perse in modo banale, i layup mancati da mezzo centimetro, la percentuale nel tiro da tre abbondantemente sotto il 30%, il flow offensivo macchinoso ed incerto. Ed infine l’atteggiamento tornato ad essere frustrato per lunghi tratti, con un preoccupante appiattimento mentale che al quarantesimo lascia uno spiacevole retrogusto da ultimo giorno di scuola.
Peccato che la scuola sia sì finita, ma manchino ancora gli esami di maturità, e se gli esami di maturità vengono affrontati con sufficienza ed approssimazione, allora la bocciatura è dietro l’angolo, specie alla luce di un punteggio di ammissione certamente non da primi della classe.
Arrivati alla trentesima giornata, ce ne sarebbe in abbondanza per tracciare un primo bilancio di una stagione lunghissima e logorante, con moltissimi bassi e rari alti, di certo abbondantemente sotto le altissime attese della vigilia.
Le spiegazioni sono molteplici, le giustificazioni un po’ meno numerose, ma un giudizio definitivo su quanto visto in campo lo rimandiamo a playoff conclusi. Oltretutto ora non è più possibile tenere separato quanto avviene sul parquet da quanto sta per succedere (o non succedere) intorno ad esso.
Nessuno può far finta di niente, l’ostinato silenzio del presidente riguardo alle sue intenzioni alimenta ogni genere di supposizione, ogni voce diviene certezza, ma di certezze ad oggi non ce ne sono: più i giorni passano meno la squadra può essere tenuta isolata da una situazione che ora gira ad una velocità vorticosa, con novità e colpi di scena che si susseguono ad un ritmo forsennato.
Giocatori che in questi giorni debbono costruire la loro prossima stagione senza sapere se poter sperare in una riconferma, giocatori che debbono preservarsi fisicamente per potersi offrire al meglio sul mercato, giocatori che non sanno più esattamente per chi e perché stanno ancora competendo.
E non è più nemmeno un mero discorso su quanto un professionista debba pensare esclusivamente all’ingaggio che percepisce e limitarsi a quello come motivazione. I giocatori sono ragazzi come tutti gli altri, il loro umore non può che essere influenzato da una situazione divenuta surreale.
Surreale come l’atmosfera che si respira al PalaTrieste, gremito come sempre, prodigo di sacrosanta acredine nei confronti dei vertici federali ma ancora in bilico fra il sostenere la squadra come se niente fosse ed iniziare a coinvolgere la proprietà ancora clamorosamente assente.
Un pubblico che applaude convinto la squadra avversaria, accompagnata da un numeroso drappello di tifosi giunto fino in riva all’Adriatico per tributarle l’ultimo saluto: una partita che, almeno nelle intenzioni dei visionari proprietari americani delle due squadre, potrebbe diventare fra pochi mesi il primo inutile, triste, deserto, ingiusto derby capitolino.
Due squadre che nella capitale partirebbero senza un seguito, senza una fan base, osteggiate dalla comunità del tifo organizzato nazionale esattamente come tutti gli altri prodotti artificiali in ogni sport imposti dal capitale in ogni angolo d’Europa. Ma anche di questo potremo parlare a bocce ferme: per il momento è ormai ufficiale, sebbene non ancora annunciato, solo il passaggio della proprietà della Vanoli al gruppo capitanato da Donnie Nelson che ne ha già chiesto il trasferimento a Roma.
Intendiamoci, però: il contorno, da solo, non è in grado di spiegare l’involuzione tecnica della squadra, una squadra che dall’inizio si è dimostrata impotente davanti alle grandi del campionato, ma in grado di sbandare paurosamente ed in modo inatteso con tutti.
In questo hanno di certo influito i numerosi infortuni che hanno snaturato il gioco imponendo il riassetto di equilibri e gerarchie costringendo molti a sacrificarsi in ruoli che possono ricoprire ma nei quali non sono in grado di dare il loro meglio.
Ma al tempo stesso è innegabile che molte componenti abbiano performato di gran lunga al di sotto di attese e potenzialità. Chi si attendeva un apporto importante in termini di minuti e personalità da Davide Moretti, ad esempio, ha davanti un giocatore ormai guarito che entra dalla panchina, gioca due minuti, sbaglia ogni singolo tiro che prova (cominciando anche a rifiutarne di aperti) e si rifiuta categoricamente di difendere.
Ma anche un Jarrod Uthoff che pare la brutta copia del giocatore indispensabile che fu per tutta la scorsa stagione esempio di freddezza e personalità, tempismo a rimbalzo e reattività nell’uno contro uno, tutte caratteristiche che si fa enorme fatica a reperire nello sfiduciato ed a tratti statico gregario di oggi.
Per non parlare di quanto Juan Toscano Anderson si sia messo d’impegno per convincere tutti di essere solo la controfigura del giocatore arrivato in Europa per insegnare pallacanestro: anche contro Cremona JTA mette in scena un campionario di scelleratezze tecniche, cattive scelte in attacco, errori difensivi (va bene tutto, ma venire battuto in tre azioni consecutive da Davide Casarin -peraltro uno dei giocatori più migliorati in Serie A- rende la valutazione della sua prestazione un giudizio a senso unico).
A salvarsi, almeno in attacco, sono i soli Markel Brown, Colbey Ross ed un Jahmi’us Ramsey alla rincorsa del titolo di miglior marcatore del campionato -traguardo conquistato grazie anche al trentello realizzato- con l’apporto di un Francesco Candussi che, nonostante rendesse chili e dinamicità ad Anigbogu, e scendesse in campo acciaccato, ci mette comunque quello che può sui due lati del campo.
Bannan sfiora la consueta doppia doppia con 10 punti e 9 rimbalzi, ma stavolta il 2 su 8 al tiro dal campo con errori talvolta imperdonabili da sotto rende la sua prestazione sotto standard.
Davvero troppo poco da tutti gli altri, una latitanza che, se non invertita velocemente prima di sabato prossimo, sarebbe il preludio ad un inevitabile massacro.
Sarà importantissimo recuperare, almeno per Gara 2 e Gara 3, il miglior Madi Sissoko: i playoff, si sa, richiedono un deciso upgrade di fisicità, ed il maliano in questo senso costituirebbe un indispensabile boost. Il suo rientro comporterebbe delle scelte, scelte che al momento, visto l’apporto irrisorio di molti, non sembrano poter costituire un problema.
Piace, infine, l’atteggiamento sanguigno di coach Francesco Taccetti, che chiama addirittura un time out dopo nove secondi nel secondo quarto per urlare tutta la sua rabbia per l’ennesimo errore difensivo dei suoi giocatori salvo poi scaraventare a terra la lavagnetta ed allontanarsi dalla panchina dopo pochi istanti.
Non piace, però, la sua difficoltà nel riuscire a trovare la chiave per svoltare la prestazione difensiva, soprattutto alla luce del fatto che pick and roll e taglio backdoor erano da un lato il leit motif costante dell’attacco lombardo, dall’altro il costante punto debole della difesa biancorossa, costantemente ed invariabilmente distratta sempre sugli stessi movimenti degli avversari. Non essere riuscito a trovare un piano B e non essere riuscito a trasmettere sicurezza.
Ora arriva un’intera settimana da dedicare al percorso di avvicinamento alla post season (Gara 1 si disputerà a Brescia sabato 16 maggio), ma sarà anche una settimana fondamentale per il futuro della pallacanestro di vertice a Trieste, con l’atteso quanto fantomatico colloquio on line fra il presidente della Regione Fedriga e Paul Matiasic, dal quale non potranno che uscire notizie un po’ più certe anche se, come l’ultimo incontro in municipio fra GM e Sindaco insegna, nulla si possa dare per scontato.
E poi il consiglio federale di mercoledì in cui verrà ratificato il trasferimento di Cremona a Roma e (sebbene già questo sia un avvenimento sufficientemente triste) si spera null’altro.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group
In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Guerrino Bernardis

PALLACANESTRO TRIESTE-VANOLI CREMONA 89-94 (22-29; 22-24; 20-21; 25-20)
PALLACANESTRO TRIESTE: Toscano-Anderson 4, Martucci, Ross 19, Deangeli 1, Uthoff 6, Ruzzier 5, Candussi 7, Iannuzzi, Brown 7, Moretti, Bannan 10, Ramsey 30. All. Taccetti.
VANOLI CREMONA: Anigbogu 19, Willis 18, Casarin 8, Grant 15, Galli 6, Udom, Battle 18, Burns 10, De Gregori, Durham, Ndiaye. All. Brutto.
ARBITRI: Borgioni, Bongiorno, Catani.

TRIESTE – Finita la “regular season”, conclusa con una sconfitta che non interferisce con la posizione play-off, difficile reprimere un po’ di amarezza per la conclusione di una stagione che non lascia intravvedere molta tranquillità per il futuro, complimenti a Cremona che, pur sapendo la propria sorte, ha giocato con cuore e testa.
Adesso la parentesi play-off, come previsto contro Brescia, che, però, giocando in questo modo lascerà davvero ben poche possibilità a Trieste di ribaltare, tanto per poter contare, il fattore campo.
Tant’è, con la non trascurabile presenza degli appassionati che hanno riempito il palazzetto a testimonianza di quanto conti il basket a Trieste.
Per i più cinici ed inclini alla satira, oggi abbiamo assistito all’anteprima del prossimo derby della Capitale, visto che, sia Cremona che Trieste, sembrano destinate a trasferirsi, volenti o nolenti, nell’Urbe: dove, se così sarà, difficilmente avranno altrettanta cornice di pubblico.
Prepartita scandito dai lunghi applausi alla presentazione dei giocatori di Cremona e poi, ancora, per la coreografia della curva che ricorda come “Tutto questo non può finire”, con i battimani che continuano fino alla palla alzata dall’arbitro per iniziare l’incontro.
Partono in velocità le due compagini che, tutto sommato, non hanno particolari pressioni: Ramsey inaugura il tabellone in entrata, risponde Willis, Bannan schiaccia, segna Anigbogu che fa valere la sua stazza ma è ancora Ramsey a spingere Trieste per non farsi staccare.
A metà tempo, ospiti cremonesi avanti di stretta misura ma, complici alcune conclusioni non precise dei triestini, riescono a fuggire con i punti messi dentro da Willis e Battle, alcuni da distanze abissali.
Trieste si scuote: Brown chiude la lunga sequenza ospite e, subito dopo, Toscano-Anderson ruba palla e va a concludere, dimezzando lo svantaggio.
Trieste continua a litigare con il canestro cremonese e gli ospiti ne approfittano per accumulare ancora qualche punto di vantaggio: Ross in acrobazia chiude il tempo sotto di sette, sul 22-29.
Inizio ancora favorevole agli ospiti che tengono stretto il vantaggio finchè Toscano Anderson, Ruzzier dalla distanza, Bannan e Ross con una tripla da ben oltre l’arco colmano il distacco e rientrano ad una sola lunghezza.
Una bomba di Battle riallontana gli ospiti ma Bannan dalla lunetta e poi Ramsey rimettono in equilibrio il tabellone.
Cremona non resta a guardare e con Galli e Anigbogu torna a scappare, replicando il 6-0 triestino, sequenza interrotta da Ramsey dalla lunetta.
Altra tirata di Cremona: Ramsey la limita parzialmente, ma gli ospiti sfruttano bene le solite macroscopiche incertezze difensive triestine e chiudono avanti la prima parte di gara sul 53-44.
Una tripla di Ramsey inaugura la seconda parte di gara ma Cremona è sempre sul pezzo e con Anigbogu sfrutta bene i centimetri sotto canestro per trovare un nuovo allungo che la porta in doppia cifra di vantaggio, 61-49.
Una tripla di Brown ferma l’emorragia, ma la difesa di Ramsey è inconsistente se non assente e Cremona resta sempre ben avanti con il facile appoggio di Grant. Trieste non riesce a combinare niente di buono in attacco mentre arriva il momento di Casarin che, nel confronto con Toscano Anderson, racimola ben tre viaggi in lunetta, tutti portati a casa.
Vanoli è più serena, Trieste è confusionaria e non riesce ad andare sotto i dieci punti di svantaggio: l’ultimo tiro lo prova Ruzzier ma la palla gira sul ferro ed esce.
Si chiude la terza frazione sul 74-64 per gli ospiti.
L’ultima frazione di gioco propone una Trieste più decisa. Inizia Candussi con una tripla e, dopo un facile appoggio di Galli, due prepotenti entrate di Ramsey ed un appoggio di Uthoff rimettono decisamente in partita la squadra di Taccetti che Ruzzier in penetrazione riporta ad una sola lunghezza di svantaggio.
Anigbogu, però, con un canestro e libero rilancia le quotazioni cremonesi che Grant rafforza da sotto.
Buona palla rubata da Trieste e contropiede chiuso da Ramsey in schiacciata che non bastano a demoralizzare gli ospiti che ribattono subito con un tiro sotto misura di Anigbogu.
Ross rilancia le possibilità triestine ma gli ospiti sono più concreti e, malgrado l’impegno della formazione di casa, riescono sempre a rintuzzare i tentativi triestini con Bannan e Ramsey e concludono avanti di cinque l’ultima della “regular season” 94-89.
Mentre Cremona prepara già le valigie per scendere nella capitale, Trieste si prepara a viaggiare, almeno per un po’, nel Nord, sull’asse dell’autostrada A4, la “Serenissima”, aggettivo che sicuramente non si attaglia a chi segue il basket in città.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

Clicca sul link e seguici su www.radiocitytrieste.it  –  Radio City Trieste – Official Page  –  Radio City Trieste – Facebook Group

Pallacanestro Trieste
Vanoli Basket Cremona