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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste   70    –    Dreamland Gran Canaria    94         Parziali: 19–21, 18–28, 13–22, 20–23    Progressivi: 19–21 / 37–49 // 50–71 / 70–94

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 16, Martucci n.e., Ross 4, Deangeli 0, Uthoff 8, Ruzzier 3, Sissoko 13, Candussi 2, Iannuzzi 3, Brown 16, Brooks 5, Ramsey n.e. Coach: I. Gonzàlez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Dreamland Gran Canaria: Maniema Nzambi 4, Wong 8, Vila 15, Samar 4, Albicy 1, Brussino 15, Salvo 7, Alocen n.e., Pelos 17, Tobey 12, Kuath 6, Robertson 5.
Coach: J. Lakovic. Assistenti: V.G. Garcia, A.G. Setien.

Arbitri: G. Gedvilas, P. Marques, G. Poursanidis.

TRIESTE – “Voia saltime doso” recita un vecchio adagio in dialetto triestino. Un adagio che riassume ed inquadra le espressioni corporali del quintetto triestino sceso in campo in apertura di secondo tempo con davanti la prospettiva di dover recuperare 12 punti.
Visi inespressivi, musi lunghi, l’evidenza di una rassegnazione mista a speranza che il calvario possa finire nel minor tempo possibile. 9-0 in trenta secondi, partita finita.
I 5 falli commessi negli ultimi 30 minuti lo inquadrano con ancora maggiore precisione: Trieste difende in modo pigro e disorganizzato, rassegnato e lento, e viene giustamente brutalizzata da una squadra giunta nel continente ben decisa a chiudere ogni discorso sulla qualificazione, a dimostrare che la sorprendente sconfitta alla prima giornata fu un semplice incidente di percorso, a far valere la propria superiorità tecnica, fisica, di focus, di preparazione, di approccio.
In ultima analisi, di qualità. Una superiorità che, però, non era affatto scontata prima della palla a due: Gran Canaria è attualmente quindicesima (su 18) in ACB Liga, forte di 6 vittorie in 18 partite, aveva faticato enormemente per vincere a Praga sul Nimburk, aveva vinto in volata di rimonta su Tenerife una settimana fa, aveva addirittura perso malamente con Trieste in apertura di girone.
E’, piuttosto, la schiacciante differenza di intensità nell’affrontare un impegno importante a scavare un solco incolmabile fra le due squadre, una differenza accecante come il color giallo-evidenziatore delle divise canarine.
E’ così svanita l’illusione di potersi essere messi definitivamente alle spalle incomprensioni e frustrazione, magari mettendosi a giocare un basket decente se non divertente, che aveva caratterizzato il mese di gennaio.
E’ svanito anche l’effetto delle due trasferte alle Canarie affrontate con uno spirito garibaldino che sorprese le blasonate avversarie spagnole (con alterne fortune) e che aveva portato in dote, se non altro, un po’ di serenità e consapevolezza nei propri mezzi.
Trieste sembra tornata quella di ottobre e novembre, priva di una personalità, incapace di attuare lo straccio di un piano partita (sempre che ne sia stato delineato -o spiegato e compreso- uno), monotona, lenta, imprecisa e prevedibile in attacco, totalmente assente in difesa.
Una squadra che viene ridicolizzata quando ogni avversario tenta sortite nel pitturato, che siano pick and roll, penetrazioni da uno contro uno, tagli dal lato debole: ogni singola volta che un giocatore ospite riceve palla a meno di quattro metri dal ferro sono due punti, dal momento che gli aiuti non arrivano mai.
E se, per ventura, dovesse capitare qualche fugace errore al tiro, è abbastanza probabile che il pallone finisca nelle mani dell’attacco, come peraltro ogni singola palla vagante: il computo dei rimbalzi è nuovamente impietoso, con Gran Canaria che ne cattura 43, di cui 14 sotto il ferro triestino, contro i 30 di Trieste.
Del resto, se non commetti mai fallo, è abbastanza prevedibile che la percentuale da due degli avversari flirti con il 75% per tutti e 40 minuti, e dunque ci siano anche pochi rimbalzi da andare a catturare. In casa, se vuoi vincere, non te lo puoi certo permettere.
La “finestra” di comprensione reciproca fra squadra ed allenatore, un fugace squarcio di buona volontà più che di sospirata unione di intenti, è evidentemente tornato a richiudersi, scaraventando nuovamente sulle spalle dei giocatori tutto il pesante fardello di nervosismo e frustrazione, indolenza e demotivazione che aveva minato alla base la prima parte di stagione.
E’ come se alla sirena del secondo quarto a Tortona la squadra si sia letteralmente liquefatta. Ha smesso di giocare assieme, si affida esclusivamente alle invenzioni dei singoli, che però sono sempre quelli e quindi diventano prevedibili e facilmente neutralizzabili anche perchè non è che siano propriamente dei fuoriclasse, né dal punto di vista fisico né tantomeno sotto quello del QI cestistico.
Juan Toscano Anderson una ne fa e quattro ne disfa, peraltro predica perlopiù nel deserto e di fronte ha gente esperta ed agonisticamente cattiva.
Sissoko viene cercato poco sotto canestro, piazza i blocchi troppo lontano dal ferro e non riesce a ricevere praticamente mai il pallone dopo aver rollato in un’area intasata che lo attende come un branco di lupi in agguato.
Determinazione, come sempre, non gli manca, ma isolato com’è costituisce l’emblema della situazione disastrosa che oggi è Trieste sotto il ferro.
Markel Brown inizia bene, è il solito mastino in difesa, si danna l’anima costantemente piegato sulle gambe e le mani addosso all’avversario, ma ha anche 35 anni ed alla lunga tende a pagare a caro prezzo il fatto di essere l’unico leader in campo.
Tutti gli altri incidono pochissimo, perlopiù evanescenti in difesa e sconclusionati in attacco.
Tutti tranne uno: Colbey Ross disputa probabilmente la peggior partita della sua avventura triestina, riuscendo in extremis a sporcare un tabellino che rimane impietoso, che recita 1/8 dal campo, di cui 0/4 da tre, 4 palle perse ed una valutazione di -2 in 27 minuti che però era -7 fino a due minuti dalla fine.
Una esibizione servita solo ad esacerbare gli animi dei suoi numerosi detrattori, dando loro in pasto tutti i motivi per essere critici nei confronti del suo modo di intendere il ruolo.
Passa quasi inosservata, infine, la pesante assenza di Jahmi’us Ramsey, non tanto perché non possa aver avuto un ruolo fondamentale nel risultato (sebbene anche un’ottima prestazione del texano non sarebbe bastata per vincere alla luce di quella disastrosa di gran parte dei compagni), quanto perché, ormai, le assenze impreviste e non preannunciate, prive di spiegazione esauriente, sono ormai la regola e non fanno più notizia.
E poi è inutile fornire alibi ad una squadra che era riuscita a rialzare la testa pur avendo rotazioni ridottissime, tornata a regredire nel rendimento proprio quando è tornata al completo. Quali siano veramente la natura e l’entità del malanno che affligge Ramsey, e per quanto tempo lo terrà fuori dai campi, lo scopriremo, molto probabilmente, solo vivendo.
Unico squarcio nel buio i secondi di personalità (accolti dall’unica ovazione della serata) trascorsi sul parquet da Pietro Iannuzzi, autore anche di una tripla a risultato ampiamente acquisito: un atteggiamento che meriterebbe forse di essere premiato più spesso e più a lungo in luogo di qualche suo blasonato quanto indolente compagno.
Finisce fra i meritatissimi fischi dello sparuto pubblico triestino questa poco memorabile “partita del riscatto” che avrebbe potuto riaccendere concrete speranze di passaggio del turno.
Ormai le due spagnole prendono il volo in classifica con due vittorie di vantaggio su Trieste e Nymburk e due partite ancora da giocare.
Per accedere alla fase ad eliminazione diretta, la squadra triestina dovrebbe ora vincere almeno di 3 con Tenerife in marzo sperando che i cechi vincano a Gran Canaria, per poi andare a vincere a Praga sperando che Gran Canaria batta di nuovo Tenerife.
Una concatenazione talmente improbabile da far ritenere conclusa anzitempo la prima avventura europea triestina, più che altro perché per realizzarsi non si potrà prescindere da due vittorie larghe e convincenti che questa squadra, con questo atteggiamento, con questa motivazione, con questo focus, con questa qualità, non è nemmeno lontanamente in grado di poter sperare.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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Bertram Derthona Tortona   104    –    Pallacanestro Trieste   99        Parziali: 19–23, 22–32, 39–24, 24–20    Progressivi: 19–23 / 41–55 // 80–79 / 104–99

Bertram Derthona Tortona: Vital 21, Hubb 37, Gorham 16, Manjon 2, Pecchia 0, Chapman 2, Tandia n.e., Strautins 11, Baldasso 2, Olejniczak 8, Biligha 5, Riismaa 0. Coach: M. Fioretti. Assistenti: I. Squarcina, A. Vicenzutto.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 12, Martucci n.e., Ross 10, Deangeli 4, Uthoff 13, Ruzzier 7, Sissoko 4, Candussi 10, Iannuzzi n.e., Brown 13, Brooks 4, Ramsey 22. Coach: I. González. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: V. Grigioni, D. Valleriani, M. Attard.

TORTONA – Come una moderna Penelope, Trieste tesse la sua spettacolare tela in un primo tempo che ricorda da vicino quello quasi perfetto disputato a Tenerife, che le consente di toccare i 15 punti di vantaggio figli di una autorevolezza e di una sicurezza finora sconosciute.
Salvo poi disfarla completamente in un secondo tempo in cui si siede in difesa, battezzando colpevolmente avversari oggettivamente in trance agonistica, una trance innescata e stimolata in modo decisivo, però, da un atteggiamento difensivo biancorosso tornato colpevolmente pigro e disorganizzato, che ritiene di potersi permettere il lusso di “battezzare” avversari che non aspettano altro che di essere sfidati, lasciati liberi di prendersi conclusioni aperte, piedi a terra e ad altissima percentuale, con la conseguenza di consegnare loro in modo definitivo l’inerzia dell’incontro.
Perché se è vero che percentuali simili Tortona ed in particolare Hubb non le avevano mai tenute in stagione, è anche evidente che sfiorare il record ogni tempo di punti subiti in un quarto (39, contro i 44 subiti a Trapani l’anno scorso) è un’impresa che non può che avere la corresponsabilità decisiva di un gruppo squadra -coaching team compreso, beninteso- che appare quasi sorpreso dalla prevedibilissima reazione degli avversari al rientro dagli spogliatoi, neanche se buttare sul campo tutte le energie di cui si è in possesso per recuperare 14 punti di passivo in casa propria fosse una mossa segreta o non pronosticatile.
Trieste, invece, difende altissima sulle gambe, Hubb si prende gioco degli avversari di turno tirando in faccia a un Ramsey più attento ad arrotondare il suo score in attacco davanti al rivale Vidal che a dedicarsi allo sforzo comune, ma anche battendo sistematicamente nell’uno contro uno Toscano Anderson che rimane costantemente due metri dietro il primo passo dell’avversario, mandando al bar Sissoko con finta e controfinta, per non parlare della facilità con cui attacca con inquietante continuità un Michele Ruzzier che ovviamente non ha i mezzi atletici per contrastarlo.
Il tutto condito dall’inspiegabile rifiuto da parte di coach Gonzalez di rischiare sull’avversario più on fire la carta del miglior difensore che ha a disposizione, un Markel Brown notoriamente più fastidioso per ogni avversario di una zanzara in una calda notte estiva (togliendolo naturalmente da altri compiti altrettanto fondamentali su Vital o Majon), oppure di inserire uno che una volta era considerato uno specialista difensivo, ma da quando ha aggiunto anche skills in attacco non viene più preso in considerazione nemmeno quando spendere un paio di falli, giocare mani addosso, digrignare i denti, sporcare ogni singolo passaggio, usare i gomiti sulle schiene nei momenti più difficili delle partite diventa questione di vita o di morte ancor più di segnare un paio di canestri di rapina: Lodo Deangeli nel secondo tempo viene dimenticato sul pino, vai a sapere il perché.
Il coach, peraltro, non tenta nemmeno di interrompere con un time out una deriva che chiunque nell’avvenieristico fiammante impianto di Tortona aveva capito a cosa avrebbe portato.
Ma neanche l’incredibile esibizione balistica di Tortona dal ventesimo al trentesimo minuto sarebbe stata di per sé stesso sufficiente ad abbattere un’avversaria che partiva da un vantaggio cospicuo accumulato nel primo tempo e che aveva dimostrato di poter mettere in grandissima difficoltà la difesa bianconera grazie al suo gioco organizzato e velocissimo, con responsabilità diffuse e distribuite, e per questo del tutto imprevedibile.
A riuscirci ci pensa proprio l’attacco triestino, che dopo soli quindici minuti passati a rilassarsi in spogliatoio torna invece ad affidarsi al solo talento isolato dei singoli, smette di condividere il pallone, prende di conseguenza conclusioni fuori ritmo, illogiche, contrastate, che spessissimo arrivano sconclusionate negli ultimi quattro-cinque secondi di azione dopo tanto tempo passato ad evitare in extremis palle perse conseguenti a passaggi sbagliati, a riassestare l’organizzazione dei giochi offensivi partiti in ritardo o eseguiti male, a guardare Colbey Ross (e Michele Ruzzier) palleggiare all’infinito rimanendo immobili nei quattro angoli della metà campo avversaria.
Nessuna sorpresa, dunque, che alla distanza arrivi la spallata decisiva: quando Brown, Toscano Anderson, Ramsey ed un Ross che si esibisce in una prestazione balistica raccapricciante (pur piazzando 8 assist), smettono di trovare il fondo della retina anche con iniziative fuori da ogni schema, la luce si spegne definitivamente.
Trieste ha l’unico merito di scuotersi nell’ultimo minuto, quando sul -10 e le chiavi per l’imbarcata consegnate definitivamente nelle mani di avversari per nulla disposti ad alzare il piede dall’acceleratore, si ricorda che, magari, difendere la differenza canestri negli scontri diretti potrebbe avere un certo peso a fine campionato, e con un paio di lampi riesce addirittura a riaprire l’incontro.
Sforzo che si rivela, come prevedibile, un fuoco di paglia, ma che almeno vale la conquista di questo molto secondario obiettivo.
Una partita, quella a Tortona, che definisce con inquietante precisione l’intera stagione biancorossa: un saliscendi continuo di rendimento, una squadra infarcita di enorme talento quasi mai sufficiente per rivelarsi di per sé stesso vincente contro avversarie di pari o maggior valore, un senso di incompiutezza che fa puntualmente seguire abissi inquietanti (quasi sempre decisivi in senso negativo) a vette entusiasmanti (che dal canto loro si dimostrano vincenti esclusivamente con squadre di medio-bassa classifica).
Una squadra che non è evidentemente strutturata per affrontare in modo convincente due competizioni che assorbono enormi energie, troppe per un roster solo sulla carta composto da 11 giocatori, ma che in verità può davvero contare su non più di 7-8 uomini.
Una tenuta mentale tutta da costruire, aspetto certamente in miglioramento rispetto ad ottobre-novembre (la stessa partita prima della fine dell’anno si sarebbe tradotta quasi certamente in un ventello sul groppone con musi lunghi, teste basse, braccia lungo il corpo e gambe immobili) ma ancora non sufficiente per rivelarsi davvero decisivo.
Mai come a Tortona parlare dei singoli ha pochissimo senso: se la brillantezza sui due lati del campo che caratterizza l’esibizione dei primi venti minuti nasce proprio dallo sforzo collettivo, sublimato certo dai lampi di classe dei singoli che però condividono a rotazione iniziative e responsabilità, così le colpe della debacle nel secondo tempo vanno distribuite in egual misura fra tutti i membri del roster, per un motivo o per l’altro nessuno escluso.
Alla fine i giocatori triestini in doppia cifra sono ben 6 (con il solo Ramsey oltre i 20 punti), la sfida a rimbalzo viene sostanzialmente pareggiata, come il computo delle palle perse.
Trieste vanta addirittura una valutazione complessiva migliore di Tortona, tira meglio da due ma molto peggio da tre, sbagliando anche 5 tiri liberi su 21 (perdendo poi di cinque…).
La differenza la fa lo squilibrio fra la quantità di conclusioni da due e quelle da tre punti tentate dalle due squadre: Trieste si incaponisce nel prendere tiri da fuori anche quando gli avversari sono in bonus per quasi sette minuti nel terzo quarto (tornando a tirare malissimo dopo un buon primo tempo), Tortona, invece, martella con grande continuità con conclusioni facili cercando di arrivare sistematicamente al ferro.
Su chi abbia avuto ragione pare abbastanza evidente quando si guarda un box score che recita 39-24 in un quarto.
Appare ancora una volta evidente come un ulteriore puntello sotto canestro, specie quando Sissoko viene cancellato dal campo (avviene raramente, ma è evidente quanto il maliano soffra pari ruolo ruvidi ben oltre il limite della cattiveria, esperti, magari poco esplosivi, in grado di fare non più di tre-quattro movimenti eseguendoli, però, alla perfezione come il polacco Olejniczak), Candussi si tiene ben lontano dal ferro, Brooks continua ad accumulare mesi sulla carta d’identità ed in previsione di possibili ulteriori infortuni o semplici indisposizioni, diventi una necessità improrogabile più che un semplice consiglio per gli acquisti.
Posto che la sconfitta non cambia pressoché nulla in classifica (tranne permettere alle dirette inseguitrici di avvicinarsi ulteriormente), ora sono in arrivo partite decisive come quella con Gran Canaria, che in buona sostanza definirà le residue possibilità di qualificazione al turno successivo di BCL, ed il quarto di finale di Coppa Italia contro una Milano a sua volta incerottata: un eventuale intervento sul mercato dipenderà dalle reali ambizioni del club in entrambe le competizioni.
Di certo c’è che, così, oltretutto con il “buco” creato nel roster da un giocatore tutto sommato importante come Moretti, ben difficilmente questa squadra potrà permettersi di rialzarsi dal manto di mediocrità che ne ha finora caratterizzato prestazioni e risultati, affibiandole un gradimento in calo da parte della piazza: certo, piazzamenti importanti, anche se non portano trofei, non sono mai scontati e vanno accolti a braccia aperte specie ripensando a dove Trieste si trovava solo un paio di stagioni fa, non fosse che nel settembre eravamo qui a parlare di ben altro…

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

METELLI COLOGNE   31    –    PALLAMANO TRIESTE 1970    25      (primo tempo 12-12)

METELLI COLOGNE: Albanini, Manenti, Florio 3, Bozzoli 1, Erovic, De Angelis 7, Trkulja, Krantz, Barbariga 2, Arena 4, Da Cunha 6, Knezevic 6, Perletti, Lancini, Rossi 2, Mombelli. All. Campana
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Mazzarol, Pernic 1, Urbaz 1, Parisato, Andreotta, Pauloni 2, Lindström 3, Vanoli 1, Hubert 5, Bendjilali 2, Sandrin, Esparon 10. All. Carpanese

Arbitri: Cardone e Cardone

COLOGNE – Non inizia nel migliore dei modi il 2026 di partite ufficiali per la Pallamano Trieste 1970: a Cologne è la Metelli a prevalere per 31-25, con sessanta minuti biancorossi di troppi alti e bassi contro l’ordinata squadra allenata da Campana, abile a operare lo strappo decisivo nella ripresa.
Subito lanciato in campo il neoacquisto Lucas Hubert per Trieste, che subisce il primo vantaggio interno con Da Cunha e Knezevic e finisce con l’uomo in meno per i due minuti sanzionati a Lindström.
Garcia fa il miracolo sul contropiede di De Angelis, i biancorossi si sbloccano dopo 4’30’’ grazie al sette metri di Esparon ma è ancora Knezevic a tenere avanti Cologne sul 3-1.
Il +2 della Metelli rimane anche al 9’ con le realizzazioni di De Angelis e Arena (6-4), i giuliani fanno fatica a entrare in ritmo e ad avere continuità in attacco, trovando un paio di rigori ancora con Esparon per restare in scia dei lombardi in un momento complicato del match.
Sono anche le parate di Krantz a mantenere l’inerzia tra le mani dei padroni di casa, sull’8-5 al 15’, poi però il primo gol in biancorosso di Hubert fa da apripista alle reti di Lindström e Bendjilali che avvicinano Trieste sul 9-8.
Si esalta Garcia tra i pali alabardati e un nuovo sette metri di Esparon impatta la sfida a 10’ dalla fine del primo tempo, in questa fase è la Metelli a fermarsi in attacco (sbagliando anche due rigori, prima con Knezevic e poi con Da Cunha) e i giuliani trovano anche il primo vantaggio della partita con Hubert (9-10).
Il buon momento ospite si interrompe con l’espulsione temporanea di Vanoli, mini-break Cologne di 2-0 rotto poi dalla rete in ala di Pauloni e dall’ennesimo sette metri imbucato da Esparon (11-12 al 29’), è di Knezevic la realizzazione del 12 pari a metà gara.
Ritmi elevati rientrando dagli spogliatoi: è la Metelli a fare la differenza in avvio, sul 15-13 del 33’ ispirato da Bozzoli e De Angelis.
Nuovamente Garcia fa gli straordinari in porta, Esparon e Lindström pareggiano velocemente i conti, poi nuovo strappo interno firmato Da Cunha, Rossi e De Angelis (18-15 al 38’), Trieste fallisce due sette metri con Esparon e Pauloni e finisce sul momentaneo -4 di Knezevic prima del gol in pivot di Pernic che però non è sufficiente per bloccare il buon momento del Cologne (20-16, time-out Carpanese).
I biancorossi vanno in “5-1” difensiva, ma le cose non cambiano: De Angelis e Da Cunha spingono ancora più avanti i lombardi (23-17), Trieste invece sbatte sui legni e i padroni di casa non si fermano, allargando ulteriormente la forbice sino al 25-17 a 14’ dalla fine.
I biancorossi non mollano, col break di 3-1 per il 26-20, la doppietta di Barbariga tiene tuttavia lontani i padroni di casa nel punteggio mentre è di Pauloni il gol di un nuovo -6 giuliano (27-21).
Il gioco si ferma per parecchi minuti a 7’26’’ dalla fine per il brutto infortunio di Da Cunha, Trieste rintuzza ulteriormente il gap con la doppietta di Esparon per il 29-24 a 3’30’’ dal termine, ma lo svantaggio è troppo consistente e il Cologne può solo che amministrare sino alla sirena finale.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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Pallacanestro Trieste – ERA Basketball Nymburk    85  –  91         Parziali: 25–23, 21–25, 21–23, 18–20.      Progressivi: 25–23, 46–48, 67–71, 85–91.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 7, Ross 4, Cinquepalmi n.e., Deangeli 5, Uthoff 13, Ruzzier 4, Sissoko 8, Candussi 5, Iannuzzi n.e., Brown 19, Brooks 8, Ramsey 12. Coach: I. Gonzàlez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
ERA Basketball Nymburk: Santos-Silva 2, Rice 15, Svoboda 15, Perkins 12, Bohacik 6, Sehnal 17, Kriz 13, Shumate 3, Lawrence 6, Rylich 0, Hruban 2.
Coach: O. Amiel. Assistenti: S.H. Grassegger, E. Kotasek.

Arbitri: Y. Rosso, M. Manniste, J. Jurcevic.

TRIESTE – Trieste illude e si illude nei primi minuti di una gara che per una volta, la prima in stagione, pareva poter essere vissuta in relax, con una prestazione capace di mettere da subito in un angolo gli avversari per poi amministrare punteggio e forze in vista dei prossimi fondamentali impegni.
Percentuali bulgare da sotto e da fuori, reattività e tanto ritmo parevano adatte a regalare allo scarsissimo pubblico del PalaTrieste uno spettacolo finalmente godibile, molto simile ai primi trenta minuti vissuti a Tenerife.
Ma la superbia, si sa, è il primo fra i sette peccati capitali, ed i peccati capitali si pagano carissimo: in BCL, specie nel Round of 16, non esistono squadre materasso, non esistono avversari comodi o disposti ad arrendersi senza battersi.
Il fatto di aver perso 4 delle 5 partite giocate in casa nella competizione, del resto, dovrebbe costituire una lezione di per sé istruttiva.
Trieste, invece, si convince di averne uno di questo tipo davanti, ma finisce con consegnargli l’inerzia della gara impiantandosi letteralmente sulle gambe. Improvvisamente, ed inspiegabilmente, la squadra di coach Gonzalez smette di spingere, viene infilata con un numero abnorme di transizioni offensive alle quali non oppone alcuna resistenza (i contropiede di Nymburg 3 contro uno o due contro zero non si contano, addirittura anche partendo dalla rimessa da fondo campo, non solo dopo i turnover, peraltro limitati nel numero), subisce la determinazione a rimbalzo di avversari che cedono in quanto a centimetri e chilogrammi ma non certo in quanto a scaltrezza e cattiveria agonistica, finisce per concedere seconde, terze, anche quarte chances addirittura nella stessa azione ad avversari che al termine del primo tempo contavano quasi il doppio dei possessi rispetto ai triestini.
Esattamente come successo con Szolnok in casa, quando fai intravvedere ad avversari sulla carta inferiori dal punto di vista tecnico e fisico i tuoi punti deboli, quando dimostri che i tuoi punti di forza tendi a sfruttarli poco o ad ignorarli, finisci per dar loro coraggio e convinzione, per metterli in ritmo, per moltiplicare la loro determinazione nel conseguire un risultato forse imprevisto ma assolutamente raggiungibile.
Anche contro Nymburk Trieste commette il medesimo errore: non reagisce al break che porta in vantaggio gli ospiti, forse presumendo che, tanto, sarebbe bastata una fiammata o due, la solita zampata dei suoi assi nel finale, per spuntarla in ogni caso.
Mantiene un ritmo compassato, cade nel tranello di arrivare con la palla in mano fino agli ultimi 4-5 secondi di azione, tradizionalmente il suo peggiore punto debole in questa stagione: quando deve ragionare, infatti, diventa frenetica e tendenzialmente prende sempre la decisione sbagliata o la conclusione a più bassa percentuale. Nonostante tutto ciò, riesce a mantenere aperta la partita, il risultato ed una qualificazione quantomai probabile ricucendo con un improvviso quanto fugace break tutto il pesante passivo accumulato, salvo poi autoconvincersi che gli avversari avrebbero ceduto definitivamente sotto la prepotente spallata finale dell’armata biancorossa.
Nynmburk, invece, come ampiamente prevedibile, sull’80 pari a due minuti dalla fine non si scompone, esce dal time out e piazza un 5-0 spezza gambe e morale.
Se poi Trieste fa 1 su 12 da tre negli ultimi sette minuti, con almeno otto di quei dodici tiri presi in campo aperto, in ritmo, non contrastati e tendenzialmente dalle mattonelle predilette dagli stoccatori di turno, allora la partita diventa una scalata di terzo grado, anche perché nel finale gli avversari, forti della consapevolezza colpevolmente donatale dalla squadra di casa, non sbagliano più nulla conquistando meritatamente la vittoria e pure un discreto bottino di punti da difendere nella partita di ritorno a Praga: particolare da non sottovalutare, ma incredibilmente ignorato da una Trieste che prima subisce l’ultimo canestro da Lawrence, che completamente libero va a schiacciare a un secondo dalla fine, e poi cerca di rimediare tardivamente chiamando time out per cercare di disegnare l’ultimo frettoloso tiro da tre dalle mani di Jeff Brooks (che probabilmente non erano nemmeno quelle prestabilite).
La squadra di Gonzalez stavolta viene tradita dalla sua punta di diamante: Jahmi’us Ramsey non entra mai in ritmo, litiga con il canestro da fuori e, per la prima volta, anche da sotto, prende scelte poco razionali per pura frustrazione, finisce con un cinque di valutazione frutto di un agghiacciante 1 su 10 al tiro da tre punti e 4 palle perse.
Trieste si regge quasi totalmente sulle spalle di Markel Brown, autore di 19 punti e 22 di valutazione, però anche lui sbaglia le due triple che avrebbero, quelle sì, ribaltato completamente l’incontro. Due tiri presi dal suo angolo, in ritmo e completamente aperti, due errori non certo da lui. Capita.
Peraltro, Trieste non avrebbe di certo avuto la forza di riaprire la partita sul -10 nella quarta frazione senza il suo fondamentale apporto, per cui si merita se non altro la sufficienza.
Si fa fatica, invece, a scovare prestazioni da sufficienza piena fra tutte le altre, con punte di indolenza preoccupanti da parte di Toscano Anderson, per la seconda partita consecutiva a zero di valutazione in 21 minuti con un -13 di plus/minus piuttosto eloquente nella sua gravità in una match perso di 6 punti.
A colpire e sorprendere per le proporzioni, naturalmente, è la schiacciante superiorità di Nymburk a rimbalzo, contro una squadra, tra l’altro, tornata al completo anche nel pitturato.
I giocatori cechi, del resto, si gettano in tre o quattro a rimbalzo, sovrastano fisicamente e per senso della posizione i compassati lunghi triestini, che fanno dell’abolizione del tagliafuori difensivo una battaglia di principio da portare cocciutamente fino alle estreme conseguenze. Risultato: 54-35 il computo a favore degli ospiti, che catturano ben 14 rimbalzi in attacco. Incommentabile. O meglio, auto commentante.
Senza che diventi un alibi, del resto nessuno ha costretto la Pallacanestro Trieste a svenarsi fisicamente su due fronti con un roster appena sufficiente dal punto di vista numerico per affrontare la LBA, non si può evitare di notare come la squadra stia attraversando un periodo di estrema stanchezza e di scarico mentale.
Fase di down che può essere considerato fisiologica, non fosse che arriva nel momento peggiore della stagione e che può costare carissima nei prossimi fondamentali appuntamenti, ormai imminenti, sia in campionato che in BCL.
Aggiungiamoci l’uscita di scena potenzialmente definitiva di Davide Moretti e si capisce come non possa che tornare alla ribalta il discorso sulla necessità di donare nuova linfa al roster con qualche innesto mirato, non necessariamente eclatante, ma che riesca perlomeno ad allungare le rotazioni concedendo magari un po’ di tregua ai giocatori più “esperti”.
Intanto Gran Canaria, dopo essere finita sotto anche di 15 punti in casa propria, rialza la testa e fa suo nel finale il derby con Tenerife, complicando ulteriormente il cammino biancorosso verso le Final Eight di BCL: mancano tre partite e Trieste ormai è condannata a cercare di vincerle tutte, a cominciare da una vittoria che ora diventa indispensabile contro Gran Canaria la settimana prossima, per poi giocarsi il tutto per tutto a Praga in marzo.
Può certamente succedere ancora di tutto, il girone è quantomai equilibrato ma sarà indispensabile che Trieste torni ad essere quella squadra sfrontata, senza ansie, precisa e concentrata che ha dimostrato di poter essere nelle due partite disputate alle Canarie.

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Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste   84 – Nutribullet Treviso   76        Parziali: 15–16, 23–19, 20–19, 26–22        Progressivi: 15–16, 38–35, 58–54, 84–76

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 4, Martucci n.e., Ross 10, Deangeli 0, Uthoff 12, Ruzzier 3, Sissoko 14, Candussi 1, Iannuzzi n.e., Brown 17, Brooks 5, Ramsey 18. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Nutribullet Treviso: Cappelletti 13, Weber 12, Abdur-Rahkman 2, Guerrini n.e., Torresani 15, Miaschi 6, Pinkins 18, Chillo 1, Guidolin n.e., Radosevic 9, Spinazzè n.e.  Coach: M. Nicola. Assistenti: A. Morea, M. Consoli.

Arbitri: A. Perciavalle, A. Bongiorni, A. Bartolomeo

TRIESTE – Una vittoria brutta, sporca ma molto cattiva quella di una Trieste che stringe i denti per affrontare l’ennesimo impegno di questo intensissimo inizio di 2026, durante il quale le partite (molte delle quali letteralmente da “dentro o fuori”) continuano a succedersi al ritmo di una ogni 72 ore.
In particolare, il secondo volo alle Canarie in una settimana ed il match contro Tenerife affrontato ad armi pari nonostante le rotazioni cortissime, non potevano che lasciare molte scorie dal punto di vista fisico ma anche mentale.
Aggiungiamoci anche una Treviso arrivata in riva all’Adriatico con la fame di chi è sull’orlo del precipizio e si trova senza alternative se non quella di gettare tutto sul parquet per cercare di aggrapparsi alle residue speranze di sopravvivenza nonostante le pesantissime assenze di Pellegrino, Olisevicius e Macura e si ha l’esatta misura di quanto in questo derby valessero esclusivamente i due punti, indipendentemente da tutto il resto, dal bel gioco, dall’organizzazione offensiva, dall’efficienza difensiva, dal predominio a rimbalzo, dalle percentuali al tiro da fuori, quasi tutti aspetti che il tabellino affossa impietosamente.
Non c’è affatto da sorprendersi, pertanto, se una partita che in troppi avevano definito “di pura transizione” in attesa dei match che contano davvero, si trasforma in un confronto serrato ed equilibrato, in cui le squadre ribattono colpo su colpo abbandonandosi però anche a lunghissimi periodi di trash-basket, una sorta di ciapanò sui due lati del campo poco adatto ai palati fini dei molti esteti della pallacanestro nostrana.
Un equilibrio spezzato solo nel finale grazie alle rotazioni ben gestite da coach Gonzalez, sempre attento a preservare i suoi terminali offensivi principali con qualche minuto di riposo, che poi, quando più conta, si rivelano non per caso i match winner piazzando quelle due o tre stoccate più che sufficienti ad abbattere definitivamente le velleità di una Treviso mai doma ma davvero troppo corta a causa delle assenze e dotata di troppo poco talento nelle mani dei giocatori che avrebbero il compito di prendersi le responsabilità nei momenti decisivi dell’incontro.
Trieste ha Ramsey e Brown, Ross e Uthoff, tutti capaci di rivelarsi più velenosi di un cobra quando sentono la partita venire a loro.
Treviso ha solo un Torresani che a Trieste gioca una gran partita ma si dissolve nel finale, Pinkins che ci mette impegno ma poca produzione quando serve, Radosevic che con Sissoko in campo può dare il meglio a sette metri dal ferro e un Briante Weber che si accende solo a brevi sprazzi ma si nasconde nel finale. Cappelletti è vivace in attacco ma è un casello di autostrada con la barriera aperta quando deve difendere sui piccoli triestini, troppo esplosivi per lui, mentre Abdur Rahkman e Chillo sono ininfluenti quando non fanno danni.
Ne consegue che, per la prima volta da quando la squadra triestina, ad inizio gennaio, ha svoltato in quanto a rendimento, organizzazione difensiva e risultati, la coralità che tanto aveva innalzato la qualità del gioco può essere accantonata senza particolari conseguenze.
Il 31% di realizzazione su ben 35 triple tentate, i 17 rimbalzi offensivi concessi nonostante il dominio strategico sotto il ferro, le 12 palle perse, i tre giocatori con valutazione negativa (più uno a zero) sono compensati dai cinque uomini in doppia cifra, bottini conquistati più per talento personale che per condivisione del pallone, con soli 12 assist in 40 minuti. Ma evidentemente contro Treviso, e per conquistare due punti che in classifica valgono oro, è più che sufficiente avere un quintetto di stoccatori che arriva fresco e lucido negli ultimi due minuti.
La possibilità di ruotare così profondamente è naturalmente portata in dote dal tanto atteso rientro di Mady Sissoko, a detta del coach una vera incognita fino alla palla a due: in effetti, mancando la possibilità effettiva di testarne il grado di recupero atletico (oltre che fisico dall’infortunio al ginocchio in senso stretto) durante allenamenti che la squadra non ha potuto disputare a causa delle trasferte così ravvicinate, la sua tenuta in campo fa trattenere il fiato a coach, assistenti e staff medico in pratica fino al primo rimbalzo conquistato mezzo metro sopra il ferro convertito in tap in vincente.
Mady, invece, a mano a mano che entra in ritmo dimostra di essere veramente tornato, con la sua prepotenza fisica, con la sua elevazione, con la sua cattiveria agonistica, con la sua precisione ai liberi, con il suo tempismo a rimbalzo in attacco, con la sua generosità nel buttarsi sulle palle vaganti.
Senza avversari credibili nel pitturato il maliano ha un rientro discretamente soft, ma è bravissimo a capitalizzarlo con gli interessi, andandosi a conquistare anche un paio di and one entrambi convertiti.
Il suo rientro a tempo pieno consente oltretutto a Jeff Brooks di tornare a fare il quattro ed a Jarrod Uthoff di giostrare da tre o da quattro all’occorrenza: entrambi ne beneficiano solo parzialmente in questa prima partita, del resto la squadra deve rimetabolizzare equilibri che aveva automatizzato in settimane di emergenza e che proprio la rediviva abbondanza impone qualche tempo per essere ri-settati per come erano stati pensati in estate.
Ma nel medio periodo è un upgrade che potrà fare letteralmente la differenza nei momenti clou della stagione, a Torino e nei match casalinghi in BCL.
Trieste sale a 18 e ne approfitta per avvicinarsi a due sole lunghezze da Tortona, a sua volta sconfitta in casa da Udine, ma con una partita giocata in meno.
Domenica prossima la sfida in Piemonte assegnerà una bella fetta di quinto posto (con una vittoria Trieste affiancherebbe i Leoni in classifica, sopravanzandoli per gli scontri diretti e potendo beneficiare anche del turno di riposo che Tortona deve ancora rispettare).
Ma la stagione non concede alcuna tregua: ci sarà tempo per pensare al campionato da giovedì prossimo, prima bisognerà impegnarsi a fondo per superare in BCL una Nimburk già arrivata alle partite da dentro o fuori.
I boemi campioni della Repubblica Ceca (che vantano un record di 14W 1L nel non trascendentale campionato in patria) arriveranno a Trieste con la necessità impellente di vincere per potersi giocare fino alla fine la qualificazione, e dunque il discorso è uguale a quello fatto per il derby con Treviso: vale solo conquistare i due punti, con le buone o con le cattive.
Per splendere ed essere meno invisi agli ogniscienti opinionisti del basket italiano -redattori di inutili power rankings in estate ed inesorabili sputasentenze estetiche in inverno- ci sarà tempo più avanti.

(diritti riservati TSportintheCity)
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Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity –  fonte cinquealto.com – articolo di Raffaele Baldini

Grande ambiente all’arena Santiago Martin di San Cristòbal de La Laguna, per una sfida di BCL di grande fascino: Tenerife, fresca corsara in Liga Endesa battendo il Barcelona, affronta la Pallacanestro Trieste, reduce da 4 vittorie consecutive pur priva di Davide Moretti, Mady Sissoko e, a sorpresa, Ramsey. Complesso inizio per la Pallacanestro Trieste, marcati a vista dai canarini; dalla parte opposta Tenerife come sempre costruisce di squadra e ai 24″ ottimi canestri, 6-4. Ruzzier carico con 7 punti consecutivi, ma è la fase difensiva a fare difetto in casa ospite; lunghi beneficiati naturali nel game-plan dei padroni di casa, primo mini parziale La Laguna sul +6.Reagisce comunque la squadra di coach Gonzalez, con applicazione difensiva e buone giocate offensive; entra la prima tripla di Fitipaldo, Ruzzier risponde e siamo 20-18.Cominciano ad entrare le triple in casa spagnola, primo quarto chiuso 23-20. Non si vede Ramsey sul parquet, ed è un ulteriore problema per rotazioni molto corte in casa giuliana; fallo tecnico a Vidorreta e Trieste rimette tutto in equilibrio a quota 23.Confusione nell’attacco di Tenerife, due triple sbagliate dagli ospiti per creare inerzia, Ross dai quattro metri per il vantaggio esterno 23-25.Giocata cinque stelle in attacco per i padroni di casa con tripla di Abromaitis, torna a spingere Tenerife ma ospiti che non indietreggiano.
Uthoff colpisce dall’angolo e oltre l’arco, Toscano-Anderson replica e Trieste è clamorosamente avanti 32-38.
Ospiti che difendono con criterio, organizzata, ancora Uthoff dalla curva segna il +9 che si trasforma sul +11 con schiacciata di Anderson.
Uthoff non si ferma più, Pallacanestro Trieste stellare chiude il primo tempo avanti 38-51.
Tanti errori ad inizio ripresa da ambo le parti, Fitipaldo prova con una tripla a scuotere l’ambiente, ma Brown risponde a dovere.
Difende Tenerife forte, l’attacco giuliano è statico ma Brown è ispirato: 43-57.
Terzo fallo di Brooks pesante su un’azione corale splendida, padroni di casa che tornano a – 10.
Non sbaglia più Brown, gli spagnoli cercano nuovamente di lavorare sui 24″, dando profondità al proprio gioco; stellare l’attacco triestino con la tripla di Anderson sul +16, prendendosi anche il tecnico del terzo fallo.
Entra nel match Iannuzzi, Marcelinho ovviamente lo attacca alla prima azione subendo fallo; il giovane però risponde subito con canestro da sotto, terzo quarto con limatura dello svantaggio da parte di Tenerife e tabellone che segna 60-70.
Padroni di casa che mettono le mani addosso per mandare un messaggio chiaro, è il quarto decisivo e non si passa senza soffrire; massimo sforzo La Laguna e svantaggio ridotto a soli 8 punti.
Il match diventa sporco e quindi gradito agli spagnoli, Trieste non segna più ma Tenerife non fa meglio: 62-70.
Fitipaldo raccoglie una tripla dalla “spazzatura” del match, inerzia che si sposta pericolosamente alle spalle dei giallo-neri, pur considerando che si sbaglia tantissimo. Brooks mette tutti d’accordo con una tripla, Shermadini invece attacca il pitturato: 67-75 a quattro minuti e mezzo al termine.
Fitipaldo ancora da oltre l’arco, -5 e time out coach Gonzalez. Anderson con la giocata da far saltare dalle poltrone con una schiacciata siderale, ma Marcelinho sornione piazza la recuperata con canestro del -3.
Ancora Fitipaldo per il pareggio a quota 77, rimonta completata a 2 minuti dal termine.
La Pallacanestro Trieste cede ai quotati spagnoli per 84-82 grazie a due triple di Doornekamp e nonostante la reazione triestina con la palla della vittoria sprecata da Brown, ma esce a testa altissima dalla trasferta spagnola.

(diritti riservati TSportintheCity e cinquealto.com)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste    76      –      Banco di Sardegna Sassari    70       Progressivi: 20-16, 26-29, 44-49, 76-70       Parziali: 20-16 / 6-13 // 18-20 / 32-21

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 9, Martucci n.e., Ross 7, Deangeli 2, Uthoff 10, Ruzzier 2, Sissoko n.e., Iannuzzi n.e., Brown 7, Brooks 10, Ramsey 24.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Banco di Sardegna Sassari: Pullen 7, Buie 13, Zanelli 3, Seck n.e., Johnson n.e., Ceron 12, Casu n.e., Vincini 8, Mezzanotte 2, Thomas 14, McGlynn 6, Visconti 5.
Coach: V. Mrsic. Assistenti: M. Oldoini, A. Carlini.

Arbitri: G. Pepponi, T.O. Sahin, G. Dori

TRIESTE – Una partita, quella con Sassari, che è la metafora perfetta di questa stranissima stagione: Trieste sbanda, sbaglia 27 tiri da tre, perde 13 palloni, segna 6 punti in un quarto di cui due proprio a fil di sirena, mostra solo sprazzi di bel gioco qua e là, ma alla fine, in un modo o nell’altro (anche infilando un ultimo quarto da 32 punti, c’è da dirlo) raggiunge il duplice obiettivo di conquistare una vittoria che la tiene al sesto posto in classifica in scia a Tortona a sua volta vincente a Napoli, e ribalta la differenza canestri con la squadra sarda mettendo di fatto 4 vittorie fra sé ed il Banco di Sardegna.
Certo, a spiegare una partita in cui soffre più del dovuto contro una squadra per una volta più disastrata di lei in quanto ad assenze (a quella prevista della guardia Carlos Marshall si aggiunge quella di Nate Johnson, a referto ma non impiegato) c’è principalmente la stanchezza per un calendario incalzante con trasferte intercontinentali che si succedono a ritmo forsennato, una stanchezza anche mentale dopo così tante partite da dentro o fuori e l’importanza dell’esordio nel Round of 16.
C’è, ovviamente, anche la perdurante assenza di un Sissoko che se non altro si è rivisto svolgere il riscaldamento prepartita con i compagni e dunque è ormai prossimo al sospirato rientro, e quella misteriosa di Davide Moretti, stavolta neanche in panchina dopo l’N.E. a Gran Canaria.
Rotazioni, dunque, sempre molto asciutte a disposizione di Gonzalez, che se non altro può festeggiare il rientro del suo playmaker titolare: Ross sembra quello di sempre, un po’ in affanno dal punto di vista fisico all’inizio, sempre più sciolto e confidente a mano a mano che si rende conto che il ginocchio infortunato è effettivamente guarito, fino a rivelarsi determinante nelle battute finali.
Dal momento, però, che la Pallacanestro Trieste di quest’anno ha deciso di non farsi mancare niente, suscita qualche brivido l’infortunio a Jeff Brooks, caduto male su una spalla, che per lunghi minuti tiene il tipico atteggiamento di chi si è slogato una clavicola.
Rimane in campo comunque, ma sarà sicuramente da valutare per l’imminente trasferta a Tenerife.
Preoccupazione (rientrata) anche per Juan Toscano Anderson, atterrato da Marco Ceron mentre andava a schiacciare, con un fallo inutilmente violento e potenzialmente pericolosissimo, che lo manda quasi a sbattere contro il supporto del canestro dopo una rovinosa caduta sul parquet, lasciandolo stordito per qualche secondo che pare un’eternità.
Vederlo rialzarsi seppur claudicante, andare a segnare i conseguenti tiri liberi solo un paio di minuti dopo fa tirare un enorme sospiro di sollievo.
A differenza del recente passato, però, nonostante l’enormità di errori da oltre l’arco ed i lunghi periodi di black out offensivo, Trieste dà continuità all’evidenza che qualcosa sia effettivamente scattato a livello di mentalità, di compattezza di squadra, di motivazione, di lucidità.
Anche nei momenti in cui sbanda, litiga con il canestro e pare bloccata in attacco (situazioni che ad ottobre e novembre avrebbero generato frustrazione, ansia e frenesia abbattendo la lucidità in modo letale), la squadra non si scompone, continua a difendere al limite delle proprie possibilità commettendo davvero pochissimi errori, costringendo gli ospiti a segnare canestri di puro talento portandoli spesso al ventiquattresimo secondo e talvolta facendo morire la loro azione con la palla in mano e riuscendo anche a contenere il contropiede ospite con una transizione difensiva che rasenta la perfezione.
I biancorossi hanno il merito di non lasciare mai scappare gli avversari nel punteggio, contenendo sempre lo svantaggio entro i due possessi anche nei momenti di massimo sforzo della squadra di Mrsic, che si affida alla precisione di Thomas da sotto, alla pericolosità di Buie da fuori ed alla vena di un Ceron che dopo aver esultato in faccia alla tribuna dopo una tripla nel terzo quarto riesce a sbagliare proprio tutto fino alla fine.
A mano a mano che la partita scivola verso l’ultima sirena, il fatto di non riuscire in alcun modo a scrollarsi di dosso Trieste abbatte le certezze di Sassari, che come prevedibile, alla lunga, paga le rotazioni accorciate con un crollo verticale di lucidità.
Se poi, come Pennywise in “IT”, nell’ultimo quarto si palesa all’improvviso il solito mortifero, letale, inarrestabile Jahmi’us Ramsey di ogni ultimo quarto dell’ultimo mese, la notte per una Sassari che dimostra di essere ancora più stremata di Trieste cala inesorabilmente nonostante l’infruttuoso sussulto finale.
Per la squadra di Gonzalez è indubbiamente una vittoria “sporca”, peraltro la quarta consecutiva fra campionato e BCL.
Ma è anche una vittoria che cementa nuove certezze, ed è un investimento per il futuro di questa stagione. Conforta, prima di tutto, la crescita esponenziale dell’organizzazione difensiva, che migliora a vista d’occhio partita dopo partita e consente, di conseguenza, di poter finalmente competere anche a rimbalzo sui due lati del campo, storico tallone d’Achille di questa squadra.
Preoccupa relativamente, inoltre, la percentuale fortemente insufficiente dai 6.75 (27% alla fine, ma prima dell’inizio del quarto quarto era sotto il 20%): è altamente probabile che si tratti di qualcosa di episodico, partite del genere talvolta capitano.
E’ da evidenziare, piuttosto, che si tratti di tiri quasi tutti aperti e costruiti correttamente, presi dal giocatore che avrebbe dovuto prenderseli.
Poi puoi anche imbroccare la serata in cui li sbagli lo stesso quasi tutti, ma continuando a costruire conclusioni che potenzialmente sono fra le più efficienti, alzando anche di poco la percentuale di successo coniugandola con la stessa personalità in difesa, la squadra riuscirà finalmente a portare a casa vittorie in modo più perentorio senza dover soffrire fino all’ultimo minuto (risparmiando di conseguenza energie per la partita che arriverà inesorabile dopo 72 ore), specie contro le squadre meno dotate di talento.
Certo, lo squilibrio fra la quantità di conclusioni da tre (37) rispetto a quelle prese da due (26, quasi sempre al ferro e dunque le più efficienti in assoluto, oltretutto a segno nel 65% dei casi) in una serata così storta al tiro da fuori genera inevitabilmente il dubbio sul perché non si sia sfruttata maggiormente la superiorità talvolta schiacciante nell’uno contro uno di Ramsey, JTA, Ross e Brown, ma probabilmente il fatto di riuscire con continuità a costruire tiri aperti ha fatto supporre che, prima o poi, la palla avrebbe iniziato ad entrare: il 6/8 da tre nell’ultimo quarto che di fatto porta in dote i due punti in classifica non può che avvalorare tale tesi.
In altre parole: fino a qualche settimana fa “regalare” un quarto all’avversaria costava inesorabilmente la sconfitta, oggi, grazie alla difesa, giocandone solo uno alla grande si porta a casa la vittoria. E’ una differenza, chiaramente, in grado di svoltare una stagione intera.
Mai come contro Sassari il rendimento è distribuito con qualità simili su tutto il roster.
Tutti prima o poi portano il loro contributo, tutti commettono gli stessi errori in attacco ma tutti -nessuno escluso, nemmeno i “soliti sospetti”- tengono altissima l’attenzione in difesa specialmente sui pericoli pubblici Buie e Pullen, oggetto di una staffetta di controllori che alla fine ne abbatte definitivamente la lucidità. Candussi stavolta è autoritario, pur perseverando con il suo cocciuto litigio con il ferro. Ma non si tira indietro nel pitturato, è lesto a rientrare dopo gli show sul perimetro, ci mette finalmente il fisico a rimbalzo, in generale è il cinque che serve per tentare di tamponare almeno parzialmente l’incolmabile assenza di Sissoko. Viene coadiuvato dal solito monumentale Jeff Brooks, 10 punti, 8 rimbalzi, +11 di plus/minus ed una vagonata di personalità a disposizione della squadra.
Il buon Jeff si rifiuta categoricamente di indulgere nel leggere la data di nascita sulla sua carta d’identità, anche dal punto di vista fisico.
Di conseguenza Jarrod Uthoff può tornare a giostrare da tre, la sua comfort zone, quella che gli permette di giocare la sua pallacanestro in modo più fluido ed efficiente anche in difesa, dove torna ad essere uno dei migliori rimbalzisti della squadra.
Torna un po’ più caotica l’azione di Juan Toscano Anderson, che perde un paio di palloni in modo banale, torna a commettere passi in partenza, ma quando il gioco si fa duro è uno dei match winner, soprattutto grazie alla sua innata capacità di mettere in ritmo i compagni.
E poi, è un vero manuale di all around: ball handling, elevazione, velocità, gli permettono di ricoprire realmente ed in modo credibile tutti e cinque i ruoli sia in attacco che in difesa. Il messicano, al momento attuale, è il giocatore probabilmente più imprescindibile per coach Gonzalez.
Serata in pantofole, invece, per Markel Brown, che ha evidente bisogno di tirare il fiato, ma anche lui, se messo nelle condizioni di farlo da compagni o avversari, è capace di diventare un serpente velenosissimo.
La sua prestazione è impreziosita dalla stoppata su McGlynn lanciato in contropiede, un’azione che per velocità, tempismo ed elevazione vale da sola il prezzo del biglietto.
Infine, il ritorno di Ross dona nuovamente alla squadra un tandem di playmaker titolari (anche se non esclusivi detentori delle chiavi della squadra) dallo stile diametralmente opposto, in grado di generare una pallacanestro sempre diversa, maggiormente imprevedibile e meno arginabile con piani partita predeterminati.
Il ritmo degli impegni, ora, non accenna a diminuire. Verrà concessa qualche ora di riposo alla squadra, che rimarrà alla finestra ad osservare gli impegni delle avversarie. Prima però, altre 12 ore di volo, fra andata e ritorno, attendono i biancorossi per un’altra sfida prestigiosa sul campo di Tenerife (violato solo da Trapani dopo un anno e mezzo di vittorie consecutive), quarta in campionato, super talentuosa e candidata alla vittoria finale nel torneo continentale.
Già il fatto di esserci, per Trieste è di per sé stesso un premio.
Ma questa squadra ha ormai smesso, una buona volta, di considerarsi una vittima sacrificale già prima di scendere dal pullman: crederci è obbligatorio, riuscirci non è impossibile.

(diritti riservati TSportintheCity)
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Ph. Antonio Barzelogna