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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Dreamland Gran Canaria  71 – Pallacanestro Trieste  77    Parziali: 21-26, 18-12, 13-15, 19-24     Progressivi: 21-26 / 39-38 // 52-53 / 71-77

Dreamland Gran Canaria: Wong 4, Heinonen n.e., Vila 6, Samar 9, Albicy 3, Brussino 6, Salvo 0, Alocen 2, Pelos 19, Tobey 8, Labeyrie 3, Robertson 11.
Coach: J. Lakovic. Assistenti: V. Garcia, A.S. Garcia.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Deangeli 6, Uthoff 9, Ruzzier 1, Candussi 3, Iannuzzi 2, Brown 14, Brooks 10, Moretti n.e., Ramsey 21.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: Y. Rosso, M. Horozov, G. Jacobs.

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – Israel González chiude il cerchio: era emigrato da Las Palmas de Gran Canaria verso Berlino nel 2017 dopo otto anni indimenticabili trascorsi da vice allenatore, vi torna da head coach di Trieste, accolto dagli applausi sinceri delle poche centinaia di spettatori presenti, e si prende la migliore rivincita personale che il destino potesse offrirgli.
Settimane, mesi di tensioni, di dubbi, di critiche a volte anche aspre, si dissolvono in questo palazzone da 10.500 posti, praticamente casa sua, grazie alla prestazione di una squadra che pare letteralmente tornata.
Tornata ad avere il focus, la determinazione, l’intensità indispensabili a questi livelli. Tornata ad avere l’occhio della tigre quando deve mettere la zampata tramortente e portare a casa la vittoria ma anche quando si trova a dover rintuzzare e reagire alle fiammate degli avversari che potrebbero metterla al tappeto. Tornata a difendere con attenzione e ferocia agonistica, tornata a costruire attacchi sensati, pazienti e ben organizzati.
Tornata a condividere il pallone (talvolta pure troppo). Tornata a divertirsi, e quindi a divertire. Tornata, infine, quella che aveva reso la passata stagione una delle più amate e godibili della sua storia recente.
Poco importa se la Dreamland Gran Canaria è ormai una nobile decaduta del basket europeo, in grande difficoltà anche in patria (ma reduce da un record di 6 vinte e zero perse nel girone di qualificazione in BCL, è bene ricordarlo), al centro di polemiche su supposti mancati pagamenti degli stipendi e reduce da pesanti rovesci in ACB Liga.
A casa loro le squadre spagnole sono sempre un osso durissimo, e la squadra di Lakovic, a differenza di Trieste, si presenta all’esordio nel Round of 16 al gran completo, ulteriormente rafforzata dall’arrivo in extremis della guardia (vecchia conoscenza del basket italiano) Kassius Robertson.
Una squadra dal fisico strabordante, specialmente nel ruolo in cui Trieste soffre maggiormente, nel pitturato e sotto il ferro, ben decisa a far valere questo evidente vantaggio strategico come del resto ben fatto dallo Szolnoki in tutte e tre le partite di play-in.
Una squadra che fa della difesa intensa e dura sempre al limite del fallo sul perimetro il suo punto di forza, e per Trieste, che ha proprio nella pericolosità dei suoi esterni la chiave fondamentale della sua fase offensiva (specie finché non rientrerà Sissoko) non è una buona notizia.
Ma la squadra di Gonzalez non si scompone. Complice la decisione del coach di tener seduto Davide Moretti, la cui esclusione odora di bocciatura definitiva, esordisce addirittura in quintetto Pietro Iannuzzi, evidentemente premiato per quanto mostrato in allenamento.
Fin dalla palla a due la squadra triestina mostra di soffrire a rimbalzo, come previsto, sui due lati del campo, specialmente sotto il proprio canestro dove concede una marea di seconde e terze chance a Tobey, Pelos, Samar e Labeyrie (saranno addirittura 23 i rimbalzi offensivi catturati dai gialli isolani).
Soffre tantissimo nel costruire tiri aperti da tre, ed infatti la percentuale da oltre l’arco è deficitaria, ma capisce che, una volta battuta la prima linea difensiva con gli specialisti dell’uno contro uno Ramsey, Toscano Anderson e Markel Brown si sarebbero creati i presupposti per arrivare al ferro o scaricare negli angoli quando la difesa collassa sul penetrante.
L’attacco triestino è continuo, martellante, vario ed imprevedibile perché tutti possono essere ugualmente letali. Gran Canaria è prima sorpresa, poi confusa, infine tramortita. Pasticcia in attacco, consente agli avversari triestini di prendere coraggio e confidenza, consegnando agli all blacks di Gonzalez l’inerzia dell’incontro, mantenuta in pratica fino alla fine della partita.
In effetti, nonostante le fugaci fiammate dei canarini, Trieste ha il neoacquisito pregio di non scomporsi mai, di non perdere mai la pazienza, di non concedere nulla a quell’atteggiamento frustrato di fronte ai break avversari che aveva reso la prima parte di stagione un vero e proprio calvario per chi ne osservava le gesta.
In assenza di Colbey Ross, e magari anche con Michele Ruzzier in campo (a maggior ragione quando Michele ha bisogno di qualche giro in panca a rifiatare) la squadra si affida a rotazione praticamente a tutti i suoi effettivi per portare palla e costruire i giochi.
Che lo faccia Toscano Anderson ormai è consuetudine, ma a Las Palmas Gonzalez può schierare almeno sette all around capaci di giocare spalle a canestro così come di fungere da point guard, di attaccare il ferro così come di tirare da fuori, di difendere (e stoppare) i lunghi così come di raddoppiare sistematicamente il tiratore da tre.
Il finale di partita conferma anche la piacevole sensazione che la squadra ora sia in grado di metterci tutta la lucidità necessaria (latente in troppe trasferte precedenti) quando il gioco si fa duro ed i palloni iniziano a pesare una tonnellata.
Complice anche una gestione impeccabile di rotazioni e chiamate da parte del coaching staff, Trieste prende sempre le decisioni giuste, mette il giocatore migliore nelle migliori condizioni di andare al tiro, evita errori sanguinosi in difesa, abbatte ogni certezza residua degli avversari e si impone in modo perentorio gestendo con intelligenza gli ultimi secondi, violando per la prima volta in questa edizione della BCL quello che resta del “fortin canario”.
C’è da dire che, sempre di più, si sta palesando la dimostrazione del vero motivo per il quale i Golden State Warriors scelsero di ritagliare un ruolo di rilievo ad un giocatore che fino ad un mese fa pareva un alieno catapultato in un mondo al quale mostrava di non potersi adattare, ma che nel raggiungimento degli obiettivi di metà stagione ed in questa prestigiosa vittoria in trasferta si dimostra di partita in partita più decisivo, a tratti devastante molto oltre quanto mostrato dal tabellino (che comunque recita 11 punti, 5 rimbalzi, 2 stoppate e 2 palle recuperate per un +9 di plus/minus).
JTA è un all around capace di fare tutto e bene, ma soprattutto capace di infondere sicurezza e leadership a vagonate nei 25 minuti che passa sul parquet ed anche nei 15 in cui funge da coach aggiunto dalla panchina.
Ed ha pure il pregio di aver elevato in modo iperbolico la pericolosità offensiva di un giocatore fino a ieri considerato esclusivamente un componente dello special team difensivo, ma che si sta velocemente trasformando in un giocatore completo e determinante: 15 minuti in campo per Lodo Deangeli, destinatario preferito dei dolcetti messi nelle sue mani dal califfo messicano (6 assist per lui), ma soprattutto tanta personalità finora sconosciuta, incremento della consapevolezza nei propri mezzi conditi anche da tanta qualità cestistica vera.
Il co-capitano triestino è finora, probabilmente il Most Improved Player del roster biancorosso.
Come se ce ne fosse bisogno, anche la partita di Gran Canaria conferma ciò che ormai a Trieste sanno anche i sassi: i finali di partita sono il terreno di caccia principe per un attaccante puro come Jahmi’us Ramsey, uno che può anche litigare con il canestro per 30 minuti, può anche perdere qualche pallone in modo banale, può anche prendere decisioni testarde uno contro tutti.
Può anche arrivare ad iniziare i minuti che decidono la partita con un bottino di 6-8 punti. Poi, al quarantesimo, uno guarda il boxscore e, invariabilmente, si accorge che il suo ventello abbondante lo iscrive sempre sul tabellone.
Un ventello fatto di attacchi al ferro nei quali subisce dai tre ai quattro contatti (ma lui, curiosamente, alza la percentuale da sotto proprio quando viene tamponato dal difensore), di triple coraggiose segno di grande fiducia, di una forza fisica nell’uno contro uno che lo rende pressoché immarcabile da quasi ogni avversario in Europa.
Potremmo ovviamente citare la prestazione cattedratica di un Jeff Brooks tornato vicino al suo 100%, praticamente un concentrato di sapienza cestistica che si traduce in 10 punti frutto di un 5/7 al tiro (5/6 da sotto), condito da 6 rimbalzi e due assist.
Potremmo anche citare la generosità di Markel Brown, che compensa il periodo di evidente stanchezza con la consueta leadership, la sua esperienza negli episodi chiave, la sua costante feroce determinazione nel voler raggiungere il risultato.
Potremmo raccontare anche del ritorno di Jarrod Uthoff sui livelli più consoni al suo livello, quello che i tifosi triestini ben conoscono dalla passata stagione ma che era andato un po’ perduto nei primi due mesi di stagione.
Potremmo, infine, parlare della prestazione ordinata di un Michele Ruzzier che non incide in attacco e perde un paio di palloni in apertura di secondo tempo che potrebbero innescare un pericoloso break avversario, ma che quando è in campo costruisce il gioco con acume e razionalità, e della difficoltà, peraltro ampiamente prevedibile, di Francesco Candussi nel contenere da solo il tandem Pelos-Tobey, davvero troppo debordante dal punto di vista fisico e tecnico, ma anche del suo contributo nell’andare a sportellate sotto il ferro in attacco per aprire le autostrade che consentono il martellamento di JTA e Ramsey.
Potremmo raccontare tutto questo, oppure potremmo limitarci a constatare come finalmente Trieste sia tornata ad essere una squadra: non si contano le azioni nelle quali tutti e cinque i giocatori toccano il pallone, gli extra pass per liberare l’uomo meglio piazzato, i contropiede ben gestiti in tre contro due o tre contro uno, i raddoppi puntuali sui cambi difensivi che creano mismatch.
Share the game è il motto di Mike Arcieri, che descrive la pallacanestro che più ama, quella per la quale ha scelto questi uomini durante l’estate.
La scena intravista in mezzo al campo prima dei secondi finali, a partita ancora potenzialmente aperta in uscita da un time out, riassume bene questo concetto: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff e Brooks si riuniscono in un huddle nel quale vengono catechizzati ed incoraggiati da Markel Brown, si scambiano indicazioni, appaiono visivamente decisi a non voler mollare il piede dall’acceleratore nemmeno per un decimo di secondo.
Ciò che ne consegue è il fallimento dell’assalto finale degli spagnoli ed una vittoria buona anche per l’eventuale difesa della differenza canestri nella partita di ritorno.
Cosa possa essere successo in questi ultimi venti giorni non è dato sapere, ma la trasformazione dell’atteggiamento, prima ancora che della qualità del gioco e dunque del rendimento, è talmente evidente e strabordante che si è inevitabilmente tradotta in vittorie in Italia ed in Europa.
Che si stia realizzando la tanto evocata crescita di una squadra che “aveva bisogno di tempo” (cit.), che vi sia una sorta di gentlemen agreement fra i giocatori ed il coach, magari nemmeno sancito a parole, capace di porre fine, una buona volta, alla separazione in casa che pareva un fatto assodato, che vi sia un rimbalzo di orgoglio da parte di giocatori abituati ad essere dei vincenti ma che erano preda di un circolo vizioso e frustrante, che vi sia la necessità di vendersi bene sul mercato per la prossima stagione, o che più probabilmente si sia concretizzato un mix di tutto ciò, ha importanza relativa.
Ciò che più conta è che tale metamorfosi arriva proprio alla vigilia della fase più importante della stagione, quella nella quale i sogni possono diventare realtà, quella nella quale gli obiettivi di mezza stagione si debbono trasformare in risultati veri, quella nella quale Trieste potrebbe diventare una reale mina vagante a Torino e potrebbe guadagnarsi una inedita credibilità europea.
Quella nella quale riaccoglierà dopo un paio di mesi il suo centro titolare ed il suo playmaker americano, e magari, chissà, potrà annunciare qualche nuovo innesto capace di innescare il boost definitivo. I 5700 del PalaTrieste, davvero, non aspettano altro.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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NHSZ-Szolnoki Olajbányász 86 – Pallacanestro Trieste 87         Progressivi: 21-28 / 38-43 // 64-64 / 86-87      Parziali: 21-28, 17-15, 25-21, 23-23.

NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthdard 6, Barnes 12, Holt 8, Molnar 0, Rudner 6, Krnjajski 20, Skeens 9, Horvath n.e., Somogyi 25, Vrabac 0.
Coach: V. Bosnic. Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 12, Deangeli 2, Uthoff 8, Ruzzier 8, Candussi 14, Iannuzzi n.e., Brown 10, Brooks 14, Moretti 0, Ramsey 19.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: W. Liszka, M. Vulic, P. Marques.  (altro…)

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Pallacanestro Trieste – Acqua S. Bernardo Cantù    84 – 79         Parziali: 26-14, 18-27, 18-15, 22-23       Progressivi: 26-14 / 44-41 // 62-56 / 84-79

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 15, Cinquepalmi n.e., Deangeli 2, Uthoff 13, Ruzzier 13, Sissoko n.e., Candussi 4, Iannuzzi n.e., Brown 6, Brooks 11, Moretti 0, Ramsey 20.  Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Acqua S. Bernardo Cantù: Chiozza 10, Moraschini 4, De Nicolao 2, Ballo 20, Bortolani 16, Sneed 12, Basile 0, Green 15, Aiayi n.e., Okeke 0.
Coach: N. Brienza. Assistenti: M. Carrea, M. Costacurta.

Arbitri: B.M. Attard, A. Pierciavalle, A. Nicolini. (altro…)

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Pallacanestro Trieste   80    –    NHSZ-Szolnoki Olajbányász   89        Progressivi: 13-22 / 36-44 // 66-70 / 80-89   Parziali: 13-22, 23-22, 30-16, 14-19.

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 10, Ross n.e., Deangeli 9, Uthoff 15, Ruzzier 3, Sissoko n.e., Candussi 3, Iannuzzi n.e., Brown 7, Brooks 4, Moretti 11, Ramsey 18. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthdard 33, Barnes 0, Holt 4, Molnar 0, Rudner 9, Krnjajski 8, Skeens 17, Horvath n.e., Somogyi 12, Vrabac 6.
Coach: V. Bosnic. Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.

Arbitri: G. Salins, P. Pesic, Y. Yilmaz. (altro…)

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