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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Pallacanestro Trieste 90 – Openjobmetis Varese 89 Parziali: 25-20, 23-33, 22-18, 20-18 Progressivi: 25-20, 48-53, 70-71, 90-89
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 8, Martucci n.e., Ross 14, Cinquepalmi n.e., Deangeli 3, Uthoff 9, Ruzzier 2, Sissoko 18, Candussi 6, Iannuzzi 0, Bannan 6, Ramsey 24. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Openjobmetis Varese: Stewart Jr 18, Alviti 19, Moore 10, Villa n.e., Assui 0, Nkamhoua 23, Iroegbu 10, Librizzi 0, Renfro 4, Bergamin n.e., Ladurner 2, Freeman 3.
Coach: I. Kastritis. Assistenti: M. Jemoli, F. Renzetti.
Arbitri: D. Borgioni, C. Borgo, S. Noce.
TRIESTE – Trieste sembra resuscitare dall’abisso di negatività nel quale era precipitata a Desio (senza voler essere involontariamente blasfemi nel giorno di Pasqua) e, nonostante un finale in cui le tenta tutte per riperdere una partita che aveva già perso e poi quasi vinto, ha la meglio su una Varese generosa e determinata ma ingenua proprio quando la palla inizia a pesare di più.
Certamente uno spettatore neutrale si sarebbe divertito sotto le volte del PalaTrieste, con numerosi capovolgimenti di punteggio, schiacciate, contropiede, stoppate, break improvvisi alternati a momenti di caos totale.
Chi invece, da una parte e dall’altra, era ben consapevole del peso specifico incalcolabile dei due punti in palio a sei giornate dalla fine della stagione regolare, è letteralmente salito su un rollercoaster di emozioni di segno opposto nel breve volgere di pochi minuti. Già, perchè di emozione dobbiamo parlare.
L’atmosfera nel palazzetto triestino è quella di sempre, con spalti forse meno gremiti del solito (comunque ben sopra la media italiana considerato il weekend festivo) ma come sempre supportivi, con spettatori a spingere la squadra nella consueta rimonta dopo che era precipitata come sempre sul -11 nel terzo quarto, ed a difendere letteralmente come un sesto uomo nelle fasi finali.
Un’atmosfera che sembra quella di sempre, ma non lo è di certo: nessuna contestazione, nessun riferimento collettivo alla situazione kafkiana che pesa su teste e morale dell’ambiente da un mese e mezzo a questa parte, solo il tifo di un popolo che potrebbe apparire come l’orchestra del Titanic che non smette di suonare con la poppa della nave già ben sollevata verso l’abisso.
Peccato che nessuno, proprio nessuno, voglia arrendersi fino al verificarsi effettivo del disastro: al momento non è nemmeno certo che il Titanic abbia ufficialmente urtato un iceberg, dunque tanto vale accompagnare la squadra con il consueto (e sacrosanto) entusiasmo -appena velato di malinconia- verso una vittoria spartiacque, che mantiene a distanza quella che stava diventando una legittima pretendente a sostituirla nella griglia playoff, rimettendo quattro punti fra sé ed il nono posto di Trento, Cremona e la stessa Varese, tornando sesti da soli in attesa della sfida pasquale che vedrà Reggio Emilia far visita all’Olimpia Milano.
E’ una prestazione, quella degli uomini di Taccetti, che per voglia ed intensità (di qualità parleremo più tardi) in pochi si sarebbero aspettati: la squadra, soprattutto nei suoi uomini chiave, solo una settimana fa sembrava letteralmente essersi dissolta, con giocatori come Sissoko, Uthoff, Ramsey e JTA che parevano aver definitivamente deposto le armi.
Sfiduciati in attacco, non pervenuti in difesa. Deconcentrati, frustrati, stanchi e distaccati ben oltre i limiti dell’irritante.
Evidentemente la settimana di allenamenti deve aver riportato un po’ di sereno in spogliatoio, se non altro tutti hanno interiorizzato l’ovvietà (che però non pareva tanto ovvia contro Cantù) che, ammesso e non concesso che Trieste non abbia un futuro nella pallacanestro di Serie A, avrebbero comunque la necessità di proporsi al meglio altrove magari massimizzando gli ingaggi, e dunque prestazioni incommentabili come quelle delle due ultime trasferte danneggiano prima di tutto i loro interessi ed il lavoro dei loro agenti.
La squadra, al contrario, inaspettatamente reagisce, sembra compatta e gioca condividendo la palla: Sissoko sembra il fratello maggiore e più incazzato del pulcinone che aveva chiesto il cambio a testa bassa nel finale contro Cantù.
Juan Toscano Anderson ha la schiena che sembra più frantumata del setto nasale di Deangeli, ma stringe i denti rimanendo in campo 27 minuti talvolta piegato in due dal dolore, difende, si danna a rimbalzo (6 per lui), non segna molto ma infila un tap in schiacciato a due mani ed una tripla scagliata girandosi in un fazzoletto di cinque centimetri quadrati dall’angolo che vale il completamento della rimonta. E, soprattutto, difende con ferocia, e lo deve fare contro i piccoli così come contro i lunghi lombardi.
Dopo una settimana di vacanza torna a produrre in attacco anche Jahmi’us Ramsey (che ad un secondo dalla fine infila i tiri liberi che portano in dote i due punti della vittoria), e lo fa distribuendo in modo costante l’efficienza della sua prestazione nel corso di tutta la partita.
Ma, sorpresa delle sorprese, lo fa difendendo in modo credibile per quasi tutti i 34 minuti in cui deve rimanere in campo, seguendo l’uomo nel cuore dell’area per impedirne la ricezione nel pick ad roll, aiutando sul perimetro, arrivando puntuale sui cambi. Volere, evidentemente, è potere…
Anche Uthoff, pur rimanendo una copia ancora sbiadita del giocatore glaciale e determinante che abbiamo ammirato nella scorsa stagione, dà il meglio nella metà campo difensiva soprattutto nel secondo tempo.
Anche lui cattura 6 rimbalzi, ed aggiunge anche 3 triple dall’importanza clamorosa quando più serve nel momento del poderoso recupero che riporta il match ad essere deciso dai piccoli particolari.
La speranza è che il 50% nelle conclusioni da oltre l’arco gli ridoni la fiducia indispensabile per evitare di continuare a rifiutare tiri aperti per timore o frustrazione.
Passo indietro in attacco, invece, per Josh Bannan, che naufraga al tiro con un 1 su 10 complessivo ed alcuni errori clamorosi da pochissimi centimetri dal ferro.
L’australiano, però, nonostante la scarsa vena in attacco, rimane un elemento fondamentale in difesa su due ruoli: è credibile anche quando deve andare a sostituire Sissoko da numero cinque, anche perché spesso Kastritis gioca senza centro titolare per i problemi di falli che pesano sulla testa di Renfro.
Taccetti lo tiene in campo per ben 28 minuti, durante i quali conquista anche 9 dei 44 rimbalzi (13 in attacco!) con i quali Trieste stravince la sfida sotto le plance.
Ed infine, Colbey Ross, tornato ancora una volta a dimostrare quanto pesasse la sua assenza nell’economia del gioco della squadra. 31 minuti in campo, 21 di valutazione frutto di 6 assist e 4 rimbalzi, 14 punti frutto soprattutto di un 4 su 5 da due che compensa un paio di pesantissimi errori da tre che avrebbero potuto costare carissimi, soprattutto quello a 11 secondi dalla fine, un tiro apertissimo che avrà probabilmente messo dentro 10.000 volte nello stesso canestro dalla stessa posizione in allenamento.
Alla centesima partita in serie A, il playmaker pupillo di Mike Arcieri, che in sala stampa se lo coccola come un figlio aggiunto, rimane croce e delizia per gli spettatori a causa del suo gioco apparentemente poco ordinato e spesso poco condiviso con i compagni, però poi si vanno a leggere le statistiche e si comprende come la sua efficienza sia un apporto indispensabile per una squadra che con il solo Michele Ruzzier (più qualche indispensabile surrogato) in cabina di regia ha naturalmente sofferto dal punto di vista numerico ma ha anche spesso peccato per la prevedibilità che Ross non ha certo come caratteristica distintiva.
Capitolo a parte per il coaching staff guidato da Francesco Taccetti. Posto che quando vinci passa un po’ tutto in secondo piano, stavolta le scelte del nuovo coach triestino sollevano qualche perplessità.
Sembra, onestamente, che Trieste soprattutto nelle battute conclusive, in particolare nella seconda metà dell’ultimo quarto, abbia beneficiato con gli interessi più dei clamorosi errori di Varese che della propria qualità nello scegliere l’opzione più adeguata situazione per situazione: i lombardi infilano una sequenza clamorosa di errori, soprattutto da sotto, che con ogni probabilità costa loro la partita.
Posto che già il fatto di essere riuscito a motivare un gruppo che pareva una medusa spiaggiata sotto il sole d’agosto costituisce un capolavoro di empatia e di comunicazione su livelli jamionchristiani, alcune rotazioni lasciano un po’ perplessi: ad esempio, quando Kastritis è a lungo costretto a giocare senza cinque, il coach triestino insiste con un quintetto pesante con Sissoko in campo rinunciando alla pericolosità ed alla dinamicità di un quintetto small ball che in quei frangenti avrebbe potuto svoltare l’inerzia.
E poi, ovviamente, convince pochissimo la scelta (apparsa un errore a quasi tutti, ma da lui rivendicata) di uscire dal time out a 25 secondi dalla fine sul +2 e palla in mano, ripartendo dalla metà campo offensiva e dunque rinunciando di fatto a 10 secondi di potenziale possesso.
Varese si può così permettere di non commettere necessariamente fallo, e la tripla di Ross si infrange sul ferro.
Il resto è storia, con la successiva tripla del vantaggio di Alviti e l’ingenuo fallo di Stewart su Ramsey che mette la parola fine all’incontro.
O meglio, ad un secondo e due dalla sirena e tutto il tempo per dare disposizioni ai propri uomini e schierare la difesa per evitare lanci lunghi e conclusioni da sotto, avviene esattamente questo: lancio lungo, ricezione e tiro fallito da Moore da ottima posizione.
Taccetti dirà in sala stampa che ha scelto di evitare il rischio di non riuscire a rimettere la palla in campo, o peggio di perderla sotto il proprio canestro, alla luce dell’evidente difficoltà triestina ad evitare l’infrazione di cinque secondi (anche contro Varese sono ben tre i possessi gettati in questo modo).
La realtà lo ha premiato, il discorso può finire lì.
In ogni caso è tutta esperienza accumulata, specie nella gestione di finali convulsi punto a punto in cui il minimo particolare -e scelte da prendere in una frazione di secondo- possono separare la sconfitta dalla vittoria. E’ andata bene, questo dà fiducia per il futuro.
Un futuro che prevede il derby a Udine, partita che fa storia a sé come anche tutti i giocatori -anche quelli più sopiti- hanno imparato a capire.
Fa storia a sé soprattutto perché l’orchestra del Titanic ha ancora bisogno di crederci, ha ancora bisogno di un po’ di tempo per completare il proprio repertorio. Magari si andrà a fondo, ma lo si farà mettendo 8 punti fra sé e l’APU, oggi nettamente sconfitta a Cremona, eliminando di fatto una pericolosa concorrente per la conquista della post season.
Trieste ha ancora voglia, e bisogno, di cantare.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna