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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Dreamland Gran Canaria  71 – Pallacanestro Trieste  77    Parziali: 21-26, 18-12, 13-15, 19-24     Progressivi: 21-26 / 39-38 // 52-53 / 71-77

Dreamland Gran Canaria: Wong 4, Heinonen n.e., Vila 6, Samar 9, Albicy 3, Brussino 6, Salvo 0, Alocen 2, Pelos 19, Tobey 8, Labeyrie 3, Robertson 11.
Coach: J. Lakovic. Assistenti: V. Garcia, A.S. Garcia.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Deangeli 6, Uthoff 9, Ruzzier 1, Candussi 3, Iannuzzi 2, Brown 14, Brooks 10, Moretti n.e., Ramsey 21.
Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: Y. Rosso, M. Horozov, G. Jacobs.

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – Israel González chiude il cerchio: era emigrato da Las Palmas de Gran Canaria verso Berlino nel 2017 dopo otto anni indimenticabili trascorsi da vice allenatore, vi torna da head coach di Trieste, accolto dagli applausi sinceri delle poche centinaia di spettatori presenti, e si prende la migliore rivincita personale che il destino potesse offrirgli.
Settimane, mesi di tensioni, di dubbi, di critiche a volte anche aspre, si dissolvono in questo palazzone da 10.500 posti, praticamente casa sua, grazie alla prestazione di una squadra che pare letteralmente tornata.
Tornata ad avere il focus, la determinazione, l’intensità indispensabili a questi livelli. Tornata ad avere l’occhio della tigre quando deve mettere la zampata tramortente e portare a casa la vittoria ma anche quando si trova a dover rintuzzare e reagire alle fiammate degli avversari che potrebbero metterla al tappeto. Tornata a difendere con attenzione e ferocia agonistica, tornata a costruire attacchi sensati, pazienti e ben organizzati.
Tornata a condividere il pallone (talvolta pure troppo). Tornata a divertirsi, e quindi a divertire. Tornata, infine, quella che aveva reso la passata stagione una delle più amate e godibili della sua storia recente.
Poco importa se la Dreamland Gran Canaria è ormai una nobile decaduta del basket europeo, in grande difficoltà anche in patria (ma reduce da un record di 6 vinte e zero perse nel girone di qualificazione in BCL, è bene ricordarlo), al centro di polemiche su supposti mancati pagamenti degli stipendi e reduce da pesanti rovesci in ACB Liga.
A casa loro le squadre spagnole sono sempre un osso durissimo, e la squadra di Lakovic, a differenza di Trieste, si presenta all’esordio nel Round of 16 al gran completo, ulteriormente rafforzata dall’arrivo in extremis della guardia (vecchia conoscenza del basket italiano) Kassius Robertson.
Una squadra dal fisico strabordante, specialmente nel ruolo in cui Trieste soffre maggiormente, nel pitturato e sotto il ferro, ben decisa a far valere questo evidente vantaggio strategico come del resto ben fatto dallo Szolnoki in tutte e tre le partite di play-in.
Una squadra che fa della difesa intensa e dura sempre al limite del fallo sul perimetro il suo punto di forza, e per Trieste, che ha proprio nella pericolosità dei suoi esterni la chiave fondamentale della sua fase offensiva (specie finché non rientrerà Sissoko) non è una buona notizia.
Ma la squadra di Gonzalez non si scompone. Complice la decisione del coach di tener seduto Davide Moretti, la cui esclusione odora di bocciatura definitiva, esordisce addirittura in quintetto Pietro Iannuzzi, evidentemente premiato per quanto mostrato in allenamento.
Fin dalla palla a due la squadra triestina mostra di soffrire a rimbalzo, come previsto, sui due lati del campo, specialmente sotto il proprio canestro dove concede una marea di seconde e terze chance a Tobey, Pelos, Samar e Labeyrie (saranno addirittura 23 i rimbalzi offensivi catturati dai gialli isolani).
Soffre tantissimo nel costruire tiri aperti da tre, ed infatti la percentuale da oltre l’arco è deficitaria, ma capisce che, una volta battuta la prima linea difensiva con gli specialisti dell’uno contro uno Ramsey, Toscano Anderson e Markel Brown si sarebbero creati i presupposti per arrivare al ferro o scaricare negli angoli quando la difesa collassa sul penetrante.
L’attacco triestino è continuo, martellante, vario ed imprevedibile perché tutti possono essere ugualmente letali. Gran Canaria è prima sorpresa, poi confusa, infine tramortita. Pasticcia in attacco, consente agli avversari triestini di prendere coraggio e confidenza, consegnando agli all blacks di Gonzalez l’inerzia dell’incontro, mantenuta in pratica fino alla fine della partita.
In effetti, nonostante le fugaci fiammate dei canarini, Trieste ha il neoacquisito pregio di non scomporsi mai, di non perdere mai la pazienza, di non concedere nulla a quell’atteggiamento frustrato di fronte ai break avversari che aveva reso la prima parte di stagione un vero e proprio calvario per chi ne osservava le gesta.
In assenza di Colbey Ross, e magari anche con Michele Ruzzier in campo (a maggior ragione quando Michele ha bisogno di qualche giro in panca a rifiatare) la squadra si affida a rotazione praticamente a tutti i suoi effettivi per portare palla e costruire i giochi.
Che lo faccia Toscano Anderson ormai è consuetudine, ma a Las Palmas Gonzalez può schierare almeno sette all around capaci di giocare spalle a canestro così come di fungere da point guard, di attaccare il ferro così come di tirare da fuori, di difendere (e stoppare) i lunghi così come di raddoppiare sistematicamente il tiratore da tre.
Il finale di partita conferma anche la piacevole sensazione che la squadra ora sia in grado di metterci tutta la lucidità necessaria (latente in troppe trasferte precedenti) quando il gioco si fa duro ed i palloni iniziano a pesare una tonnellata.
Complice anche una gestione impeccabile di rotazioni e chiamate da parte del coaching staff, Trieste prende sempre le decisioni giuste, mette il giocatore migliore nelle migliori condizioni di andare al tiro, evita errori sanguinosi in difesa, abbatte ogni certezza residua degli avversari e si impone in modo perentorio gestendo con intelligenza gli ultimi secondi, violando per la prima volta in questa edizione della BCL quello che resta del “fortin canario”.
C’è da dire che, sempre di più, si sta palesando la dimostrazione del vero motivo per il quale i Golden State Warriors scelsero di ritagliare un ruolo di rilievo ad un giocatore che fino ad un mese fa pareva un alieno catapultato in un mondo al quale mostrava di non potersi adattare, ma che nel raggiungimento degli obiettivi di metà stagione ed in questa prestigiosa vittoria in trasferta si dimostra di partita in partita più decisivo, a tratti devastante molto oltre quanto mostrato dal tabellino (che comunque recita 11 punti, 5 rimbalzi, 2 stoppate e 2 palle recuperate per un +9 di plus/minus).
JTA è un all around capace di fare tutto e bene, ma soprattutto capace di infondere sicurezza e leadership a vagonate nei 25 minuti che passa sul parquet ed anche nei 15 in cui funge da coach aggiunto dalla panchina.
Ed ha pure il pregio di aver elevato in modo iperbolico la pericolosità offensiva di un giocatore fino a ieri considerato esclusivamente un componente dello special team difensivo, ma che si sta velocemente trasformando in un giocatore completo e determinante: 15 minuti in campo per Lodo Deangeli, destinatario preferito dei dolcetti messi nelle sue mani dal califfo messicano (6 assist per lui), ma soprattutto tanta personalità finora sconosciuta, incremento della consapevolezza nei propri mezzi conditi anche da tanta qualità cestistica vera.
Il co-capitano triestino è finora, probabilmente il Most Improved Player del roster biancorosso.
Come se ce ne fosse bisogno, anche la partita di Gran Canaria conferma ciò che ormai a Trieste sanno anche i sassi: i finali di partita sono il terreno di caccia principe per un attaccante puro come Jahmi’us Ramsey, uno che può anche litigare con il canestro per 30 minuti, può anche perdere qualche pallone in modo banale, può anche prendere decisioni testarde uno contro tutti.
Può anche arrivare ad iniziare i minuti che decidono la partita con un bottino di 6-8 punti. Poi, al quarantesimo, uno guarda il boxscore e, invariabilmente, si accorge che il suo ventello abbondante lo iscrive sempre sul tabellone.
Un ventello fatto di attacchi al ferro nei quali subisce dai tre ai quattro contatti (ma lui, curiosamente, alza la percentuale da sotto proprio quando viene tamponato dal difensore), di triple coraggiose segno di grande fiducia, di una forza fisica nell’uno contro uno che lo rende pressoché immarcabile da quasi ogni avversario in Europa.
Potremmo ovviamente citare la prestazione cattedratica di un Jeff Brooks tornato vicino al suo 100%, praticamente un concentrato di sapienza cestistica che si traduce in 10 punti frutto di un 5/7 al tiro (5/6 da sotto), condito da 6 rimbalzi e due assist.
Potremmo anche citare la generosità di Markel Brown, che compensa il periodo di evidente stanchezza con la consueta leadership, la sua esperienza negli episodi chiave, la sua costante feroce determinazione nel voler raggiungere il risultato.
Potremmo raccontare anche del ritorno di Jarrod Uthoff sui livelli più consoni al suo livello, quello che i tifosi triestini ben conoscono dalla passata stagione ma che era andato un po’ perduto nei primi due mesi di stagione.
Potremmo, infine, parlare della prestazione ordinata di un Michele Ruzzier che non incide in attacco e perde un paio di palloni in apertura di secondo tempo che potrebbero innescare un pericoloso break avversario, ma che quando è in campo costruisce il gioco con acume e razionalità, e della difficoltà, peraltro ampiamente prevedibile, di Francesco Candussi nel contenere da solo il tandem Pelos-Tobey, davvero troppo debordante dal punto di vista fisico e tecnico, ma anche del suo contributo nell’andare a sportellate sotto il ferro in attacco per aprire le autostrade che consentono il martellamento di JTA e Ramsey.
Potremmo raccontare tutto questo, oppure potremmo limitarci a constatare come finalmente Trieste sia tornata ad essere una squadra: non si contano le azioni nelle quali tutti e cinque i giocatori toccano il pallone, gli extra pass per liberare l’uomo meglio piazzato, i contropiede ben gestiti in tre contro due o tre contro uno, i raddoppi puntuali sui cambi difensivi che creano mismatch.
Share the game è il motto di Mike Arcieri, che descrive la pallacanestro che più ama, quella per la quale ha scelto questi uomini durante l’estate.
La scena intravista in mezzo al campo prima dei secondi finali, a partita ancora potenzialmente aperta in uscita da un time out, riassume bene questo concetto: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff e Brooks si riuniscono in un huddle nel quale vengono catechizzati ed incoraggiati da Markel Brown, si scambiano indicazioni, appaiono visivamente decisi a non voler mollare il piede dall’acceleratore nemmeno per un decimo di secondo.
Ciò che ne consegue è il fallimento dell’assalto finale degli spagnoli ed una vittoria buona anche per l’eventuale difesa della differenza canestri nella partita di ritorno.
Cosa possa essere successo in questi ultimi venti giorni non è dato sapere, ma la trasformazione dell’atteggiamento, prima ancora che della qualità del gioco e dunque del rendimento, è talmente evidente e strabordante che si è inevitabilmente tradotta in vittorie in Italia ed in Europa.
Che si stia realizzando la tanto evocata crescita di una squadra che “aveva bisogno di tempo” (cit.), che vi sia una sorta di gentlemen agreement fra i giocatori ed il coach, magari nemmeno sancito a parole, capace di porre fine, una buona volta, alla separazione in casa che pareva un fatto assodato, che vi sia un rimbalzo di orgoglio da parte di giocatori abituati ad essere dei vincenti ma che erano preda di un circolo vizioso e frustrante, che vi sia la necessità di vendersi bene sul mercato per la prossima stagione, o che più probabilmente si sia concretizzato un mix di tutto ciò, ha importanza relativa.
Ciò che più conta è che tale metamorfosi arriva proprio alla vigilia della fase più importante della stagione, quella nella quale i sogni possono diventare realtà, quella nella quale gli obiettivi di mezza stagione si debbono trasformare in risultati veri, quella nella quale Trieste potrebbe diventare una reale mina vagante a Torino e potrebbe guadagnarsi una inedita credibilità europea.
Quella nella quale riaccoglierà dopo un paio di mesi il suo centro titolare ed il suo playmaker americano, e magari, chissà, potrà annunciare qualche nuovo innesto capace di innescare il boost definitivo. I 5700 del PalaTrieste, davvero, non aspettano altro.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

NHSZ-Szolnoki Olajbányász   62   –   Pallacanestro Trieste   82       Progressivi: 22-17 / 37-38 // 50-63 / 62-82    Parziali: 22-17, 15-21, 13-25, 12-19

NHSZ-Szolnoki Olajbányász: Darthard 11, Barnes 9, Holt 7, Molnar 2, Rudner 0, Krnjajski 4, Skeens 11, Horvath n.e., Somogyi 12, Vrabac 6.
Coach: V. Bosnic, Assistenti: T. Mandoki, A. Pasalic.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 9, Deangeli 2, Uthoff 10, Ruzzier 0, Sissoko n.e., Candussi 11, Iannuzzi 0, Brown 14, Brooks 10, Moretti 9, Ramsey 17.
Coach. I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.

Arbitri: A. Zurapovic, M. Horozov, J. Jurcevic.

MISKOLC (Ungheria) – Ci voleva una complicata trasferta nella innevata puszta ungherese in cui rischiava tantissimo, con le rotazioni cortissime per l’assenza perdurante dell’asse play-pivot titolare, dopo soli due giorni dall’inopinata, terrificante sconfitta a Trento ancora da metabolizzare e resettare, con energie fisiche e mentali tutte da recuperare ed il morale sotto le scarpe, per rivedere inaspettatamente la Pallacanestro Trieste formato Istanbul, quella spregiudicata e sicura di sé, salda nei propri principi cestistici, capace di distribuire responsabilità fra tutti i giocatori scesi in campo, capace anche di amministrare il vantaggio accumulato con un po’ di acume e tanta personalità.
E, soprattutto, aspetto inedito da inizio ottobre, lo fa dando continuità alla qualità della propria prestazione per tutti e 40 i minuti, quanto basta ad abbattere le poche certezze tecniche e fisiche su cui può contare la squadra campione di Ungheria, crollata verticalmente alla distanza.
Alla seconda uscita nella settimana-bivio della stagione, dopo aver clamorosamente steccato la prima, la squadra di Gonzalez raschia in fondo al barile e vi trova ciò che serve per porsi nelle migliori condizioni per sperare di proseguire la fondamentale avventura continentale, conquistando lontano da casa il primo dei due punti necessari.
Certo, vincere di uno o di venti non fa tantissima differenza in una serie al meglio delle tre partite, ma il vantaggio accumulato, dilatato e conservato fino alla sirena finale costituisce un segnale forte e chiaro agli avversari: Trieste non è morta, è anzi determinata ad inseguire il sogno europeo e non lascerà nulla di intentato per riuscire a ricavarsi un posto nelle top 16.
Non un tuffo per recuperare una palla vagante, non una goccia di sudore, non l’intensità, la concentrazione e la motivazione.
Per questo, non aver alzato il piede dall’acceleratore nemmeno a partita vinta (ad un certo punto, sul +17 a due minuti dalla fine nemmeno la sciagurata versione trentina sarebbe più riuscita a perderla), pur senza cambiare di un centimetro le possibilità di qualificazione, non può che instillare nelle teste dei giocatori ungheresi la certezza che per venire a vincere in via Flavia la loro prima partita in trasferta in BCL quest’anno dovranno realizzare una vera e propria impresa.
Certo anche nella bellissima e semideserta arena di Miskolc (a 150 km da Szolnok per motivi di omologazione dell’arena di casa) non tutto va per il verso giusto. Trieste, come ovvio che sia, inizia contratta e preoccupata, sciogliendosi progressivamente a mano a mano che il primo tempo dimostrava che, nonostante qualche palla persa di troppo ed una percentuale da tre sotto il 30%, lo Szolnoki, pur buttando in campo un’intensità clamorosa, aggredendo sistematicamente gli avversari mani addosso (approfittando della consueta permissività degli arbitri in Europa, ma fino ad un certo punto…), tentando di approfittare in modo consapevole ed evidentemente programmato dell’assenza pesantissima di Mady Sissoko sui due lati del campo, non riusciva in alcun modo a scrollarsi di dosso una Trieste appiccicata alla partita come una zecca fastidiosa.
In un modo o nell’altro, affidandosi a rotazione alle invenzioni di Markel Brown e di Jahmi’us Ramsey ed all’utilità all around di un JTA capace di costruire quanto di distruggere con la stessa facilità, la squadra di Gonzalez non si abbatte affatto davanti al timido tentativo di fuga degli ungheresi, che peraltro non superano mai i 7 punti di vantaggio.
Anzi, concede tanto a rimbalzo, specie in attacco, ai lunghi avversari (in particolare a Skeens), talvolta si distrae nel difendere sui pick and roll, gioca un’infinità di possessi meno dell’avversaria, che pur fallendo in modo sostanziale la prestazione da oltre l’arco, continua a martellare con le continue penetrazioni di Somogyi che trova sempre il modo di arrivare al ferro o scaricare per i compagni liberi o subire fallo.
Alla fine del primo tempo Szolnok registrava 25 tentativi da due, Trieste solo 9 (ma con 8 canestri).
Però, nonostante tutto, la partita non si scosta mai da binari di equilibrio, grazie anche alla marea di castronerie da una parte e dall’altra del campo, un caos tecnico dal quale, però emergono i giocatori triestini, dotati di maggior talento e qualità tecniche che permettono di tornare a fare il gioco prediletto: tanta corsa, conclusioni entro i primi dieci secondi di azione, tantissimi tiri dai 6,75.
Il rimbalzo appoggiato a canestro da Deangeli sulla sirena del primo tempo sancisce il primo vantaggio biancorosso nel secondo quarto, ma è anche un segno premonitore di quanto avverrà nella ripresa.
Una ripresa che dopo qualche minuto di alternanza nel punteggio mostra da subito che l’inerzia è ormai nelle mani di una Trieste che minuto dopo minuto riacquista certezze e coraggio, consapevolezza e qualità.
La spallata arriva con un fulmineo 10-0 che porta il vantaggio degli ospiti in doppia cifra, generato anche dall’evidente esaurimento di idee da parte dei magiari sui due lati del campo.
In difesa lo Szolnoki si arrende all’evidenza che gli ospiti siano in grado di condividere pallone e responsabilità, rendendo imprevedibile ogni azione offensiva prescindendo dai go-to man designati: se non è Brown è Ramsey, se non è Brooks è Moretti, se non è Uthoff è Candussi.
Tutti ci provano, molti centrano il bersaglio, specie da oltre l’arco. Trieste, quando capisce che l’attacco ungherese, in una serata disastrosa da tre, si basa in pratica solo sulle penetrazioni di Somogyi, sui tentativi da sotto di Skeens e sui tiri da fuori del miglior marcatore della squadra Barnes, ha vita facile a trovare le contromisure, per una volta difendendo con intensità e, soprattutto, ragionando.
L’ottima difesa permette anche di prendersi il vantaggio a rimbalzo (situazione niente affatto scontata, anche dopo il primo tempo) e di continuare a martellare in transizione.
La testa viene usata anche nella gestione finale del cospicuo vantaggio accumulato, con un’ottima gestione del ritmo che permette a Trieste di tenere fino alla fine gli avversari in un angolo.
In ultima analisi, una vittoria meritata e convincente, non priva di impurità ma di per sé in grado di ridonare una riserva di morale e di consapevolezza che sarà fondamentale in una gara di ritorno, fra due giorni, niente affatto scontata.
Morale e consapevolezza che devono assolutamente ricontagiare un ambiente deluso e brontolone: giovedì sera sarà indispensabile la miglior versione del PalaTrieste, dal punto di vista numerico e da quello sonoro.
Continuare l’esperienza europea, conquistarsi il diritto di confrontarsi con squadre di elevatissimo profilo come Tenerife e Gran Canaria (ed una fra la ceca Nimburk e la tedesca Heidelberg, con la prima capace di ribaltare il fattore campo in G1 andando a vincere in Germania), entrare nelle migliori 16 squadre della più importante competizione continentale della FIBA è fondamentale, finanche vitale, per la crescita, ed il proseguimento stesso, del progetto americano a Trieste: ci sarà tempo per ragionare, analizzare, tracciare bilanci ed eventualmente lamentarsi fra qualche mese. Ora, è solo il tempo di sostenere questi ragazzi.
Nelle altre partite di play-in, perlomeno quelle che in un modo o nell’altro riguardano Trieste, detto della sconfitta casalinga di Heidelberg, anche l’altra tedesca Würzburg -che neanche un mese aveva travolto i triestini in via Flavia- perde in casa Gara 1 con il Levice, mentre è incredibile e vergognoso quanto avvenuto a Samokov, in Bulgaria, dove va in scena una prevedibile farsa fra Holon e Trapani: i siciliani affrontano la lunga trasferta in 5 (fra cui due under 19) e senza allenatore, dopo sette minuti i tre professionisti fingono infortuni rientrando in panchina, lasciando in campo i due ragazzini contro i 5 avversari.
Quando da due i siciliani scendono ad un solo giocatore in campo per il quinto fallo volontario commesso da uno dei due poveri esordienti, la partita finisce sul 38-5. E’ vero che la squadra di Antonini ha deciso di andare in Bulgaria solo per evitare i 300 mila euro di ammenda che la FIBA le avrebbe comminato in caso di forfait, ma la credibilità del movimento cestistico nazionale, oggetto in queste ore di scherno ed indignazione da ogni parte d’Europa, ne viene irrimediabilmente compromesso. Forse, non ce ne vogliano i sostenitori siciliani, una veloce eutanasia sarebbe il modo più dignitoso di uscire di scena.

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Da ventisette anni stupisce il pubblico proponendo ogni volta un ricco e coinvolgente programma. Il Pordenone Blue Festival anche in questa edizione è riuscito a catturare l’attenzione con una ricca proposta di eventi per soddisfare anche i palati musicali più esigenti.
Per sei giorni consecutivi nella città di Pordenone la possibilità di assistere a proiezioni, workshop, incontri, laboratori musicali per bambini, contest e tantissimi concerti ovviamente.
Il tutto sostenuto dalla musica suonata nelle strade da moltissimi buskers provenienti anche dall’estero.
Non mancano ovviamente i prodotti tipici locali da gustare nei locali della città che per l’occasione diventano dei Blues Bar oppure Osterie Blues riconoscibili dalla bandiera dell’evento esposta all’entrata.
Ricco il cartellone degli eventi principali di maggior richiamo anche per questa edizione, con una lista di nomi che vanno ad aggiungersi alle stelle mondiali degli anni precedenti.
Quest’anno in ordine di apparizione e solo per citarne alcuni: Anastacia, le due esclusive date italiane dei Dr. Fellgood e Glenn Hughes e il concerto itinerante di Tao Love Bus Experience a bordo del pulmino Volkswagen del 1974.  Gran finale sabato 7 luglio a partire dalle ore 19.00 con Watermelon Slim, Lee Fields & The Expressions e in chiusura gli esplosivi Level 42 per la loro unica apparizione nel nostro paese.
Programma completo al sito www.pordenonebluesfestival.it, Ufficio Stampa Daniele Mignardi Promopressagency

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste

Alma Basket TriesteIMOLA – Seconda sconfitta consecutiva per la capolista Alma, che inciampa nuovamente sul campo di una formazione non certo trascendentale che l’ha messa in difficoltà più sul piano emotivo e dell’intensità che su quello tecnico.
Si apre così una mini crisi in casa biancorossa, alla vigilia di un ciclo di partite che dirà dove questa squadra potrà arrivare a fine stagione: dopo il match interno con Bergamo di domenica prossima, infatti, i giuliani andranno a Bologna, affronteranno in casa Ravenna, andranno a Treviso e sfideranno Mantova a Valmaura.
Da recuperare morale e voglia, in un periodo in cui si sono palesate pericolose pause sia in attacco che in difesa.
La cronaca della partita di Imola ricalca da vicino quella della trasferta di Forlì di domenica scorsa: triestini sempre a condurre, ma senza dare mai l’impressione di poter uccidere il match. Bowers, dopo un inizio poco preciso in attacco, aggiusta la mira e, per una volta, risulta fra i migliori dei suoi.
E’ Fernandez, però, ben coadiuvato da Baldasso, a mantenere alti i colpi in attacco in una giornata in cui Da Ros, utilizzato con minutaggio pesante da Dalmasson, litiga in ogni modo con il canestro.
Il terzo quarto stavolta è letale per Trieste, con l’americano Bell a centrare il bersaglio da ogni parte del campo. Imola arriva fino al +9 sul 69-60, ma Trieste, ancora una volta grazie al tandem Fernandez-Baldasso, riesce a rimontare ed addirittura a ritornare in vantaggio.
E’ ancora Bell a chiudere la partita con una tripla che manda in delirio i suoi tifosi, con la preghiera finale di Fernandez a stamparsi sul ferro.
Le avversarie più vicine, Udine esclusa, vincono tutte in modo convincente, accorciando la classifica e rimettendo tutto in gioco per la conquista del primo posto al termine della stagione regolare.

Francesco Freni per Sport In The City
In onda su Radio City Trieste ogni lunedì alle 18:00

Triestina logoBOLZANO – A Bolzano va in onda il suicidio alabardato, a confermare l’ormai conclamata avversione degli uomini di Sannino per le trasferte che, all’inizio del campionato, sembravano l’arma vincente. Anche in Alto Adige la squadra alabardata comanda il gioco per gran parte della partita ma incorre in un paio d’incertezze determinanti sul risultato.
Di questo passo la classifica diventa, per la ressa che c’è dalle sue parti, un tantino pericolosa per l’obiettivo della società che, oggi, si fa un po’ più lontano.
E dire che al “Druso” le cose avrebbero potuto mettersi in discesa dopo pochi minuti quando Mensah rubava palla al limite dell’area e partiva verso il portiere avversario, lo saltava ma si allungava troppo lateralmente la palla e permetteva il recupero dei difensori.
Non andava meglio a Petrella che provava la girata finita alta e poi, alla mezz’ora, ad Arma, imbeccato da un lungo invito di Lambrughi, il cui colpo di testa era alzato sopra la traversa dal portiere Offredi. In conclusione di tempo, ancora Petrella: si accentra e con un sinistro a rientrare, incoccia il palo lontano.
Il Sud Tirol sembra stare a guardare ma, alla ripresa del gioco piazza il colpo: Gyasi s’infila nel centrocampo alabardato, lascia tutti indietro e, alle soglie dell’are, apre per Costantino che in diagonale brucia Miori: terza rete dell’attaccante alla Triestina, come in Coppa e all’andata.
Triestina subito in avanti, Petrella in mischia prova senza fortuna di testa ma ci vuole un intervento di Miori sui piedi di Costantino per impedire il raddoppio.
Arriva invece il pareggio per una trattenuta in area su Mensah: dal dischetto, proprio come all’andata, Bracaletti trasforma con un destro preciso a fil di palo.
La Triestina prova a vincere, il Sud Tirol si affida a qualche contropiede e, a poco dalla fine, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Bajc va per respingere con decisione, invece svirgola il pallone che si alza e conclude la parabola a fil di palo, con Miori che può solo guardare. Beffa crudele perchè almeno un punto ci stava comodamente.
Prossimo appuntamento, in notturna, lunedì prossimo al “Rocco” con il Mestre.

Guerrino Bernardis per Radio City Trieste

Commenti e reazioni nel corso di SPORT IN THE CITY in onda dalle ore 18 di lunedì su www.radiocitytrieste.it