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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni
Pallacanestro Trieste – Acqua S. Bernardo Cantù 84 – 79 Parziali: 26-14, 18-27, 18-15, 22-23 Progressivi: 26-14 / 44-41 // 62-56 / 84-79
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 15, Cinquepalmi n.e., Deangeli 2, Uthoff 13, Ruzzier 13, Sissoko n.e., Candussi 4, Iannuzzi n.e., Brown 6, Brooks 11, Moretti 0, Ramsey 20. Coach: I. Gonzalez. Assistenti: F. Nanni, F. Taccetti, N. Schlitzer.
Acqua S. Bernardo Cantù: Chiozza 10, Moraschini 4, De Nicolao 2, Ballo 20, Bortolani 16, Sneed 12, Basile 0, Green 15, Aiayi n.e., Okeke 0.
Coach: N. Brienza. Assistenti: M. Carrea, M. Costacurta.
Arbitri: B.M. Attard, A. Pierciavalle, A. Nicolini.
TRIESTE – Alla fine, come una vecchia Vespa malandata in riserva fissa che arranca verso il distributore sfruttando gli ultimi vapori di miscela, così la Pallacanestro Trieste, al termine di una settimana terrificante, messa con le spalle al muro alla vigilia di due partite da “win or go home”, in un modo o nell’altro riesce a stringere i denti e buttare sul parquet tutto ciò che le rimane, conquistando contro Cantù i due punti che le permettono di staccare matematicamente il pass per le Final Eight di Torino indipendentemente dalle ormai inevitabili decisioni sull’esclusione di Trapani attese per lunedì mattina.
Trieste andrà a Torino, addirittura, da settima o da sesta al termine del girone d’andata, sfruttando in pieno i risultati positivi arrivati dagli altri campi: Sassari surclassata da Reggio Emilia, Varese che cade a Treviso, Cremona che subisce il finale imperioso di Udine.
In pratica vince solo Trento, ma lo fa grazie alla invereconda farsa in cui si sono trasformate le ultime uscite della derelitta Trapani, e con ogni probabilità i due punti di cartone conquistati in Sicilia verranno sterilizzati.
Una sequenza incredibile e del tutto inedita di coincidenze favorevoli che -beninteso grazie anche alla indispensabile vittoria su Cantù- permettono ai biancorossi di centrare l’obiettivo Final Eight per la quarta volta negli ultimi sei anni pur avendo conquistato due vittorie in meno rispetto alla passata stagione, segnale non propriamente rassicurante sul livello di questa LBA.
Appuntamento al quale la squadra potrà presentarsi, salvo ulteriori disastri, finalmente al gran completo, magari ulteriormente rinforzata: sarà un’altra musica.
Ma, prima di arrivarci, c’è ancora una partita decisiva da affrontare fra meno di due giorni. Una vittoria che costituirebbe un “piccolo passo per una squadra, un salto enorme per la città intera”, che le darebbe spessore internazionale aprendole le porte dell’élite continentale.
Lo Szolnoki è un osso duro e c’è da aspettarsi un’altra prestazione con il coltello fra i denti degli avversari ungheresi, ma per Trieste è adesso o mai più : l’espressione finalmente concentrata e determinata, l’occhio “cattivo”, la determinazione nell’approcciarsi alla partita nel miglior modo possibile in ognuno dei 40 minuti, il rifiuto assoluto (finalmente!) di abbattersi nel morale alla prima spallata degli avversari perdendo completamente la lucidità, dimostrati contro la neopromossa lombarda, saranno il carburante -per tornare alla metafora della Vespa- che Trieste dovrà utilizzare nella lunga trasferta ai confini dell’Impero se vorrà sperare di uscirne indenne.
Poi, si potrà finalmente provare a tirare il fiato: la domenica successiva è prevista l’improbabile trasferta a Trapani e poi, in caso di entrata nelle Top 16 di BCL, il 20 gennaio sarebbe già in programma il volo a Gran Canaria, con il preannunciato rientro sia di Colbey Ross che di Mady Sissoko.
E dire che contro Cantù i presagi non è che fossero fra i più rassicuranti. La sconfitta, ma ancor più la prestazione di giovedì scorso in BCL nel desolante deserto di un PalaTrieste spazientito al punto da tributare, tre giorni dopo, inverecondi fischi preventivi all’indirizzo di coach González durante la presentazione della squadra (a nostro avviso uno fra i punti più bassi toccati dall’imborghesito pubblico giuliano), l’evidenza di una squadra frustrata ed esaurita, ben oltre i limiti di una crisi di nervi, apparentemente spaccata al suo interno, avevano spazzato via le buone sensazioni lasciate dalla vittoria esterna in Ungheria del giorno della Befana, tanto da trasformare quella che alla vigilia della stagione era stata prevista come una partita da “circoletto rosso” fra due fra le squadre dotate di maggior talento in Serie A, che in un mondo non stravolto dalla triste realtà sarebbe invece stata una serata in pantofole priva di insidie per Trieste, in uno scontro drammatico e senza un domani, in cui molte Cassandre locali e nazionali davano la squadra di casa partire addirittura sfavorita.
Mai dare nulla per scontato con questa squadra probabilmente imprevedibile anche per per sé stessa e per il suo coach.
L’approccio concentrato fin dalla palla a due è sicuramente il frutto di un rimbalzo emotivo, di una reazione più nervosa che di gambe, tanto basta per tenere a bada, ed anzi tenere nettamente sotto, una Cantù sorpresa ed impotente nel risolvere il rebus costituito dai lunghi atipici triestini.
Brooks, Uthoff e Candussi sono pericolosi anche da oltre l’arco (sebbene il buon Francesco disputi una partita balisticamente ben sotto la sufficienza) e di conseguenza attraggono i lunghi avversari -che ad oltre un metro dal ferro perdono completamente i loro superpoteri- lontano dal pitturato, liberando praterie per le guardie di Gonzalez.
Trieste capitalizza la partenza finalmente tornata incisiva di un Jarrod Uthoff che per qualche minuto pare tornato magicamente quello della passata stagione, e di un Michele Ruzzier (che con questa partita secondo molte fonti è diventato il giocatore con più presenze in biancorosso nella storia della Pallacanestro Trieste) che torna finalmente a guardare il canestro, trovando anche scarichi immaginifici per i compagni sul perimetro.
Cantù ci capisce veramente poco, e finisce ben presto indietro con uno svantaggio in doppia cifra, ma è solo una questione di tempo per risistemare la superiorità strategica debordante sotto canestro a disposizione di Brienza.
Ballo, non un fulmine di guerra, pur dotato di una tecnica e di un QI cestistico da giocatore di hockey più che di pallacanestro, non trova avversari, quando riceve in post basso fa valere chilogrammi e centimetri, a sportellate Trieste non riesce a pareggiarne la potenza, e la partita cambia completamente.
I lombardi ricuciono velocemente uno svantaggio che, peraltro, nessuno fra i 5400 presenti dava per acquisito, e mettono le chiavi in mano ai loro assi: Chiozza pare già in palla e ben inserito, Sneed è preciso e sufficientemente potente per arrivare al ferro ogni volta che ci prova, Bortolani è una sentenza, lo stesso Moraschini fa sempre la cosa giusta quando è in ritmo.
Il loro problema, però, è che il livello della loro difesa è pari a quello piuttosto molle di Trieste, e dunque a prevalere sono solo gli attacchi: canestro da una parte, canestro dall’altra, soluzioni ad altissima percentuale, tiri aperti, pick and roll su cui non arrivano aiuti, uno contro uno in cui, se la prima linea è battuta, depositare a canestro è una formalità.
Sorprendentemente, a tenere a galla Trieste è lo strapotere a rimbalzo: nel primo tempo le carambole catturate dai giuliani sono esattamente il doppio rispetto agli ospiti, con addirittura 11 rimbalzi offensivi trasformati spesso in seconde e terze chances vincenti (sono ben 15, alla fine, i punti da “secondi tiri”).
Il terzo quarto, per rispettare la tradizione che impone a Trieste di regalare almeno dieci minuti a partita, vede Cantù sviluppare il suo massimo sforzo continuando a sfruttare i suoi punti di forza, in particolare Ballo che sotto canestro brutalizza letteralmente Francesco Candussi, uscito fra gli inopportuni, sonori fischi che gli vengono tributati in luogo del necessario incoraggiamento: abbattere definitivamente un proprio giocatore nel momento di massima difficoltà contro un avversario che fisicamente lo sovrasta, difficoltà ancora più evidente alla luce dell’assenza di Sissoko, costituisce il secondo momento da dimenticare della serata per il pubblico triestino (per il resto, specie in curva, come sempre caldo e capace di dare la spinta decisiva).
E’ un film già visto troppe volte quest’anno: gli avversari prendono coraggio ed infilano canestri che in condizioni normali non centrerebbero, fuggono in avanti, ma proprio quando tutti si aspettano la solita resa definitiva senza attenuanti, Trieste reagisce come una frusta: lo schiocco si avverte fino in Piazzale Cagni, due bombe, un paio di penetrazioni, JTA che suona la carica e si mette a fare il play, Markel Brown che difende sempre piegato sulle gambe e mani addosso con la ferocia di un ventiduenne, Brooks che torna finalmente a sorridere, ed è un sorriso che è un paradigma di come l’intera squadra si ribella quando piomba a -8.
La partita cambia di nuovo, stavolta definitivamente, di mano. L’ultimo quarto, giocato sempre in equilibrio ma con Trieste sempre avanti, è, come al solito, terreno di caccia di Jahmi’us Ramsey: potrà non difendere con sufficiente concentrazione, dovrà migliorare nella visione di gioco specie quando deve servire i compagni liberi nel penetra e scarica. Potrà anche perdere qualche pallone in modo ingenuo, potrà pure sbagliare qualche tiro libero nel momento meno opportuno, ma quando il gioco si fa duro Ramsey è veramente in missione per conto di Dio.
Sono suoi 17 dei 22 punti segnati dalla squadra negli ultimi dieci minuti, e nonostante l’evitabile brivido finale del tiro aperto da tre concesso ad un fin lì infallibile Giordano Bortolani che avrebbe consegnato con ogni probabilità la vittoria alla sua squadra, Trieste evita di sbagliare quando serve e mette il risultato in sicurezza.
Partita imperfetta? Troppa fatica con quelli che sono i nuovi ultimi della classe? 14 palle perse, un non esaltante 37% da tre?
Ok. Se esistesse una partita nella quale l’estetica e la qualità contassero il giusto e fosse facilmente sacrificabile in cambio dei due punti, quella è proprio la quindicesima di campionato giocata contro Cantù al PalaTrieste che consegna agli uomini di Gonzalez, che piaccia o no, il diritto di battersi per l’unico trofeo obiettivamente conquistabile da una outsider.
(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna