Archivi per categoria: RECENSIONI
7-09-2026 23:16 PORDENONE – La calma dopo la tempesta. Una tranquillità che si traduce in appagamento.
Questa è la sensazione che avverto tra il pubblico al termine di questa serata.
L’appuntamento conclusivo del Pordenone Blues Festival ha offerto una ghiotta opportunità agli amanti del metallo pesante, servendo sullo stesso piatto due pezzi da novanta: Nevermore e Judas Priest.
Sebbene musicalmente distanti, le due band, appartenenti alla stessa grande cerchia del genere metal, hanno richiamato un folto pubblico anche da fuori regione per questo evento inserito nel calendario del festival e organizzato da Azalea.it.
Alle ore 20.00, precisi come da programma, gli statunitensi Nevermore sono saliti sul palco per scuotere il pubblico a dovere, guidati dallo storico chitarrista Jeff Loomis.
Attivi sin dai primi anni ’90 e con sette pubblicazioni all’attivo, a suon di thrash metal i Nevermore hanno fatto scuotere teste senza pietà, grazie anche alla solida presenza del cantante turco Berzan Önen, nuovo inserimento in organico.
Precisi, dirompenti e, a tratti, evocativi, in chiusura non hanno dimenticato di celebrare l’originario vocalist
Warrel Dane, scomparso nel 2017.
La corsa prosegue ed il testimone è pronto a passare nelle mani di un’autentica leggenda dell’heavy metal: i Judas Priest.
Un enorme drappo, issato sul palco, riporta il logo e le grafiche dei dischi che li hanno consacrati alla storia.
Sul palco troviamo ancora Rob Halford (voce), Ian Hill (basso) e Scott Travis (batteria), per un’energica cavalcata attraverso l’epopea del metal, raccontata in questo nuovo tour dal nome Faithkeepers.
Da questo momento lo spettacolo è di tutt’altro genere rispetto a quello offerto dagli impattanti Nevermore.
Lo stile, il dress code e gli stessi strumenti suonati seguono tutt’altra strada.
Benedetti dai sacerdoti nati all’ombra della Croce di San Giorgio, Breaking the Law, Turbo Lover e Painkiller sono alcune delle immancabili orazioni pagane recitate durante questa cerimonia, che non ha concesso momento alcuno per tirare il fiato.
Soprattutto nel pit davanti al palco, dove un tradizionale pogo ha completato la celebrazione.
Tutto secondo le regole dettate dalla lametta a doppia lama, quella certificata British Steel.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Fb: frontedelpalcolive
Foto di:
Maicol Novara (Nevermore): Instagram maicolnovara.photo – FB Maicol-Novara-Photography
Riccardo Modena (Judas Priest): Instagram rickymodenaphoto
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4-09-2026 9:47 PORDENONE – Esistono ancora musicisti e band pronte a salire su di un palco con la voglia di suonare per divertirsi e divertire il pubblico? Fortunatamente siamo salvi, perchè qualcuno ancora c’è.
In un periodo in cui sembra prevalere la quantitá sulla qualità, in cui si usa più il termine evento invece che concerto, in cui sembra dovuta una partecipazione di massa e la parola “sold out” sembra essere quasi un “Amen” nel momento in cui si aprono quelle lotterie che si chiamano prevendite, esistono ancora delle isole felici.
Delle enclavi che ti permettono di assaporare ancora qualcosa come fosse una delle prime volte, in tutto questo nauseante disordine.E non serve per forza radunare folle oceaniche per dimostrare che qualcuno, comunque, ha scritto la storia.
Non sono necessariamente, infatti, queste le carte da gioco da tenere in mano, per permetterti di dire la tua.
Non tanto tempo fa, durante un consueto incontro tra amici, tutti appassionati di musica, uno di noi, il più anziano ed esperto del gruppo, uno che non la finisce mai di sorprenderti in fatto di conoscenza e di ricerca, tirò fuori il suo ultimo acquisto dicendo: “questo è un gran disco. Lo hanno ripubblicato quest’ anno in occasione del trentennale della sua prima pubblicazione. Questo non è un disco italiano, ci sono suoni e sonorità che non appartengono alla nostra musica. Davvero un ottimo lavoro”.
Stava parlando di Sempre più vicini dei Casino Royale, il disco che nel 1995 aveva cambiato molte cose nella musica del nostro paese.
Ma torniamo a noi. Nel piacevole e familiare contesto del Music in Village al Parco IV Novembre di Pordenone, quest’anno alla XXXIII edizione, i Casino Royale hanno proposto un’interessante rilettura di questo lavoro, proponendo suoni ed arrangiamenti adatti a donare una nuova veste ai brani senza rovinarli affatto.
Ci vuole coraggio e consapevolezza per fare cose simili. Il rischio è molto alto.
Con una formazione rimaneggiata a quattro musicisti, ma che, una volta sul palco, suonano per sette, troviamo l’instancabile Alioscia Bisceglie e il delizioso Patrick Benifei, pronti a farci viaggiare e farci sconfinare anche dentro ad altre produzioni, senza ovviamente scordare quelle che sono state le loro origini col ritmo in levare.
In novanta minuti i CR non hanno raccontato tutto della loro storia, ma hanno raccontato molto e lo hanno fatto veramente bene. E tutto questo a confermare che, per centrare il bersaglio, servono solo pochi ed essenziali elementi, ma soprattutto ci vuole il cuore.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di PHOTO CRISA – Marco Crisafulli (Instagram: photocrisa ; FB: marco.crisafulli)
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19-08-2026 23:34 PALMANOVA – Che senso ha per un disco compiere gli anni? E festeggiarlo per un importante traguardo come quello del quarantesimo anno dalla sua pubblicazione?
Se un disco risulta essere importante a tal punto da venir considerato una pietra miliare, uno spartiacque, una bandiera generazionale, oppure un simbolo per una corrente culturale ed artistica, è giusto riconoscergli questi meriti, ma la mia domanda è: perché celebrarlo solamente in occasione degli anniversari e non in altre situazioni?
Da un po’ di anni a questa parte, ogni occasione è buona per parlare di celebrazioni discografiche con conseguenti réunion e tour annessi.Sia chiaro, sto facendo un discorso in generale senza voler sparare su un preciso bersaglio.
Questa stessa riflessione vale anche per il pubblico che, per svariati motivi, sceglie di essere presente alle celebrazioni degli anniversari, oppure sceglie di non partecipare in quanto vuole ricordare tutto com’era una volta.
Da questa mischia non mi tiro fuori, sarei un bugiardo. Proprio io che di spettacoli celebrativi ne ho visti diversi, come in questo caso.

Fare il nome dei Litfiba vuol dire tirare in ballo un nome pesante che tutti conoscono.
Un noto marchio di fabbrica, dal nome curioso, che in più di quarant’anni ha lasciato tracce importanti.
Utile ed interessante è il libro Litfiba-Guida completa alla discografia e ai live (edizioni Arcana) scritto a quattro mani da Cosimo Darino e Federico Linossi, un’attenta cronaca della band fiorentina che, ai bei tempi che furono, ha fatto sognare quella fiumana di persone giunta in Piazza Grande a Palmanova lo scorso 11 agosto.
Chissà quanti di quei canuti non più ragazzi, saranno stati presenti a Lignano quando i Litfiba saccheggiarono le nostre terre con quel passaggio Pirata del 1989, anno che, per questa volta, è stato scelto per tracciare una linea di confine oltre la quale non è concesso andare.
Ora però mettiamo un po’ di ordine, perché tra i presenti c’era qualcuno un po’ sorpreso e disorientato da questo limite.
Tra il 1985 ed il 1988 i Litfiba pubblicano i tre dischi della cosiddetta Trilogia del potere.
17 Re è il secondo delizioso capitolo, ed è composto da sedici tracce. La diciassettesima, dallo stesso titolo del disco, viene lasciata fuori e rivista oggi, nel 2026.
Come se dovesse essere destino, oppure semplice casualità, a quarant’anni di distanza il cerchio sembra chiudersi alla perfezione, ed il tutto avviene con la pubblicazione dell’inedito, réunion e tour, ed un disco live previsto per novembre. Altro segno del destino?
Nuovamente assieme sullo stesso palco, gli stessi paladini di allora ripropongo questa loro creatura con l’aggiunta di altre perle scelte accuratamente dalla Trilogia.
Leggermente diversa rispetto alle altre date di questo tour iniziato in giugno, la scaletta è più corta di due brani.
Non mancano però i sermoni scanditi dal palco, dove la band si posiziona in modo regolare e simmetrico. 
Basso e tastiere ricoprono un ruolo importante, si fanno sentire, ed ammettiamo tutti di aver sentito la loro mancanza.
Tra il pubblico, in netta minoranza e senza la possibilità di pretendere alcunché, coloro i quali bramavano brani provenienti dall’altra parte della citata linea di confine.
Questa volta va così, lo stabilisce la legge dei 17 Re.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Riccardo Modena
Foto poster di Cristiano Pellizzaro–La Tana dei Gechi
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29-07-2026 19:46 PORDENONE – Domenica 26 luglio 2026 è andato in scena al Parco San Valentino un mini festival dedicato all’Heavy Metal, appuntamento a cui non sono mancati tutti gli amanti delle sonorità potenti e veloci.
La serata era patrocinata dall’Associazione Pordenone Giovani e Comune di Pordenone nell’ambito del Pordenone Blues Festival & Co., manifestazione giunta alla 35° edizione!L’ingresso è stato leggermente posticipato a causa del forte maltempo del primo pomeriggio ma che, per fortuna, non ha impedito il normale svolgimento della manifestazione.
I primi a salire sul palco sono i Rivetskull, band proveniente da Seattle che, con tre dischi all’attivo, si definisce “Heady Metal” per i testi riflessivi.
Musicalmente la band poggia su un solido metal di matrice classica che per mezz’ora ha intrattenuto il pubblico, dando dimostrazione di solidità ed empatia.
Salgono poi sul palco i Masterplan, power metal band teutonica attiva dai primi duemila per iniziativa di Roland Grapow (ex Helloween), che oggi può contare sull’ottima voce di Rick Altzi (dal timbro simile al mitico Jorn Lande) e su una band ben rodata.
Band compatta con ottimi suoni, che va a pescare da tutto il proprio repertorio, iniziando con “Enlighten Me/Spirit never die” tratte dall’ album di esordio, proseguendo con “Crimson rider” dal secondo, fino ad arrivare ai pezzi del nuovo disco Metalmorphosis appena uscito, con dedica particolare su “Through the Storm” per il maltempo scampato.
Un’ora di set senza cedimenti che ha intrattenuto i presenti in attesa di sua maestà Yngwie Malmsteen.
La sera è oramai calata e come ogni star che si rispetti Malmsteen si fa attendere, parte l’intro ed è subito “Rising Force” in un susseguirsi furioso di scale chitarristiche.
“Soldier”, “Like an angel” traghettano a “Now your ships are burned” ed alla parte centrale dedicata ad alcuni assoli dove spicca “Far beyond the sun/Bohemian Rhapsody”.
Malmsteen assoluto padrone del palco con il resto della band praticamente a contorno (spicca solo il tastierista/cantante Nick Marino), canta molti brani, il suo tocco sembra non aver subito l’incuria del tempo, fisicamente in forma, mantiene le sue pose feline e fa faticare il suo roadie con continui cambi di chitarra (alcuni anche lanciando lo strumento alla cieca n.d.r.).
Il trittico “Seventh sign/Fire and Ice/Evil eye” sfocia in “Smoke on the water” (tributo al suo idolo Ritchie Blackmore n.d.r.), per poi regalare un assolo pirotecnico con chitarra trascinata sugli amplificatori, distorta, stuprata, prima di “You don’t remember, i’ll never forget” che chiude la scaletta.
Encore con “Black star/You’ll see the light tonight” in un finale esplosivo.
Yngwie Malmsteen non fa prigionieri, non ha mezze misure, non è empatico, ma è, nonostante tutto, ancora oggi uno dei migliori chitarristi metal a livello mondiale.
Ottima serata quindi che ci ha regalato un festival metal davvero bello, grazie Pordenone Blues Festival & Co….we need more!
Luca Tex per Radio City Trieste
Foto di Elisa Moro
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14-07-2026 22:48 
PORDENONE – Come ogni anno torna puntuale il Pordenone Blues Festival, rassegna musicale giunta ormai alla sua 35ª edizione, capace da sempre di proporre un ricco calendario di appuntamenti in grado di soddisfare i gusti di un pubblico eterogeneo.
Per l’edizione 2026, che si concluderà all’inizio di settembre, il festival ha scelto di inaugurare la manifestazione con un autentico tuffo nel passato, facendo rivivere al pubblico le atmosfere Soul e Funk degli Earth, Wind & Fire.La risposta degli spettatori non si è fatta attendere: il prato del Parco San Valentino di Pordenone si è riempito di persone pronte a lasciarsi trascinare dalle irresistibili sonorità della storica band, sciogliendo anche le articolazioni più rigide.
Nella calda serata di venerdì 10 luglio, sul palco è salita una formazione che più che una semplice band si è rivelata una vera orchestra: tredici musicisti di altissimo livello hanno dato vita a uno spettacolo coinvolgente e di grande qualità.
Del resto non poteva essere altrimenti per gli Earth, Wind & Fire Experience by Al McKay, progetto artistico nato per riproporre fedelmente le emozioni della band originale e sostenuto dallo storico chitarrista del gruppo.
Durante il concerto non sono mancati i grandi successi che hanno reso celebre la formazione americana.
Accanto ai brani più iconici sono stati proposti anche pezzi meno conosciuti, ma comunque apprezzati dal pubblico.
Considerata l’immensa discografia iniziata nel 1971, alcuni medley hanno permesso di condensare un maggior numero di canzoni, soddisfacendo fan di ogni età, compresi molti giovani che conoscevano ogni brano della scaletta.
Tra i momenti più attesi della serata hanno trovato spazio
Boogie Wonderland, Got to Get You into My Life e naturalmente September, cantate e ballate dal pubblico fino all’ultima nota.
Chi frequenta il Pordenone Blues Festival sa bene che la musica non finisce con il concerto.
Al termine dell’esibizione, infatti, un DJ ha preso il controllo della consolle, trasformando il prato del Parco San Valentino in una grande pista da ballo all’aperto.
Dopo un live così coinvolgente sarebbe stato impossibile tornare subito a casa: il pubblico ha continuato a festeggiare immerso nell’atmosfera unica che, anno dopo anno, il festival riesce a creare.
E l’edizione 2026 è solo all’inizio.
Programma completo: www.pordenonebluesfestival.it
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Elisa Moro
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9-07-2026 0:14 UDINE – Il colle del Castello di Udine si è trasformato, lunedì sera, nel teatro di una straordinaria celebrazione musicale, il concerto dei BEAT, super band che incentra il proprio repertorio sul materiale dei King Crimson anni 80.
Serata organizzata da VignaPR e FVG Music Live, oltre al patrocinio del Comune di Udine e PromoTurismo FVG.
Nata con la benedizione di Robert Fripp (ringraziato durante la serata insieme al mitico Bill Bruford n.d.r.) la band è composta da Adrian Belew, Tony Levin (entrambi ex King Crimson), Steve Vai e Danny Carey (Tool).Ore 21:00 la band si presenta sul palco puntualissima (meglio di molti ritardatari a cui le hostess hanno dovuto indicare velocemente la postazione n.d.r.) in dress code ottantiano Miami Vice style.
Alcuni colpi di fischietto sanciscono la repentina e frenetica partenza di “Neurotica” e subito il pubblico viene catapultato in un vortice sonoro irrefrenabile.
Seguono “Neal and Jack and me” e “Heartbeat” perfetta triade con l’opener, che ci mostra una band perfettamente rodata e coesa.
I suoni sono ottimi e godibili, i pezzi si susseguono fluidi portandoci alla fine del primo set, dove “Industry” e “Larks’ Tongues in Aspic III” mostrano la parte più caotica e cabalistica della scaletta presentata.
Venti minuti di pausa durante la quale lo stand del merchandising viene letteralmente preso d’assalto, il tempo di una birra e la band rientra, dopo essersi rifocillata, in vestiti più casual questa volta.
Il secondo set si apre in stile “stomp” con Carey e Belew impegnati nell’introduzione di “Waiting Man” coordinandosi perfettamente su un set di pad , la successiva “The sheltering sky” offre a Steve “Flexable” Vai l’occasione di dimostrare tutta la sua competenza strumentale mentre Tony Levin incide con il suo basso “Sleepless”.
“Frame by Frame”, “Elephant Talk” e “Indiscipline” i picchi del secondo set caratterizzato anche da giochi di luce, atti ad esaltare gli occhi dell’elefante che troneggia su telone retropalco.
Prima degli encore Adrian Belew prende la parola e ringrazia, dicendo che questo tour italiano è stato davvero fantastico, la band si è trovata benissimo e cercherà di ritornare in futuro, anche perché “ha mangiato dell’ottima pasta!”.
Parte l’attesissima “Red”, a chiudere “Thela Hun Ginjeet”.
La band ringrazia, foto di rito e lunga standing ovation del pubblico, che ha riempito il piazzale del castello di Udine in ogni suo angolo disponibile, in una serata perfetta che, diciamolo, ci ha consegnato quanto, ad oggi, risulta più vicino possibile ai mitici King Crimson.
Occasione quindi ghiotta che tutti gli amanti del genere, anche d’oltre confine, non si sono fatti sfuggire, consci che quando vengono organizzati con grande competenza questi eventi esiste un unico diktat, esserci!
Luca Tex per Radio City Trieste
Foto di Ricky Modena
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11-06-2026 0:18 LIGNANO (UD) – L’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro è stato il luogo prescelto per l’unica data italiana, lunedì 8/6/2026, local promoter AZALEA, del tour “Here be Dragons Summer 2026″ del progetto Tobias Sammet’s AVANTASIA.
Il telone nero copre completamente il palco, il pubblico rumoreggia al passaggio della band sul lato della scena, il tempo di trovare l’angolazione giusta e, in perfetto orario, parte l’intro, si decolla!
Tobias Sammet subito padrone del palco fin dalle prime note di “Creepshow”, brano tratto dal nuovo disco, melodico quanto perfetto per aprire il concerto.
Suoni ottimi, band rodata che gira all’unisono, pronta ad accogliere le varie guest star che si alterneranno sul palco a supportare Tobias.
Sale Kenny Leckremo (H.e.a.t.) accolto da un’ovazione, sulle note di “Reach out for the light”; un autentico mattatore e show man dalla voce poderosa (visivamente ricorda tanto un Bruce Dickinson d’annata [n.d.r.]) .
“Dying for an angel” vede comparire Tommy Karevik (Kamelot), cantante dotato di un’ugola davvero sopraffina, perfetto per le dinamiche musicali del progetto Avantasia.
A seguire Bob Catley (Magnum) che a dispetto dell’età sfodera una voce calda che si adagia sul brano “The story ain’t over”.
La scaletta prosegue, tra brani più o meno datati, senza un minimo calo, con gli ospiti che si alternano senza soluzione di continuità a fianco di un instancabile Sammet.Menzione particolare al brano “Avantasia” che Tobias si rammarica di non eseguire spesso.Arriva anche la voce roca di Ron Atkins (Pretty Maids) su “Let the storm descend upon you” che, a dispetto dei problemi di salute passati, offre una performance ottima. Decisivi nel supporto e nella riuscita di tutto lo show anche l’apporto vocale (backing and lead [n.d.r.]) di Herbie Langhans e della italianissima Chiara Tricarico, fenomenale nel duetto con Sammet su “Farewell”.
Tobias si concede una pausa solamente su “The Wicked Symphony” interpretata dal trio Karevik/Leckremo/Langhans, prima di “The scarecrow” a chiudere la scaletta ufficiale.
Un pianoforte a coda compare sul palco ad annunciare gli encore aperti da “Lucifer”, seguito da “Lost in space” e chiusi da “Sign of the cross/Seven angels”, con tutti i performer sul palco per una degna chiusura dello spettacolo.
Un concerto favoloso, intenso, coinvolgente, che ha deliziato i presenti offrendo una vera e propria “opera metal”, dove la parola pausa non era contemplata, per due ore abbondanti di grande musica.
Certamente il metal non deve temere deterioramento fino a quando progetti come gli Avantasia saranno attivi.
Alla prossima Tobias e grazie per la splendida serata!
Luca Tex per Radio City Trieste
Photo credits: Maicol Novara Photography
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20-02-2026 23:25 Dover scrivere di una nuova pubblicazione è sempre un po’ difficile, soprattutto se si tratta di un lavoro interessante e preceduto da un’altra opera degna di nota. Lo ammetto, questa volta sono in difficoltà.
Parole ed idee non mancano nella mia testa, ma non vorrei correre il rischio di inciampare in commenti che potrebbero sembrare scontati e troppo lusinghieri, o addirittura una ripetizione di quanto scritto in precedenza.
Maurilio Balzanelli ritorna, a tre anni di distanza, da quello che è stato il suo gioiellino Puls-e, ma questa volta lo fa in modo diverso, meno delicato e soffice rispetto alla sua opera prima.
Se il primo capitolo era un omaggio al mondo del ritmo e delle percussioni, questa volta Maurilio ci apre nuovamente una finestra su questo pianeta, ma lo fa secondo il suo punto di vista, descrivendolo ed omaggiandolo secondo quanto dettato dalla sua anima.
E se quanto proposto in Puls-e era un lungo ed affascinante viaggio che dal Medio Oriente si spostava in Africa, per poi fare capolino ed esplodere in tutta la sua bellezza in Sud America, Genoma si rivela essere un otre colmo di continente africano, ricca fucina di storie e culture, di musiche e ritmo. Un esotico capolinea di partenza verso il quale tutti dobbiamo qualche riconoscimento genetico, Maurilio per primo, che non per nulla lo definisce Mama Africa.
Con Genoma il viaggio si compie in modo individuale come il pregresso Puls-e, dove ognuno potrà trovare dentro di sé risonanze emotive primordiali, assopite, sepolte forse, ma comunque presenti.
Tutto il disco parla africano, a partire dai titoli delle dieci tracce che, come dei punti fiduciali, ben individuano la posizione geografica.
Attenzione però, mettiamo le mani avanti, in quanto non stiamo parlando solamente ed esclusivamente di musica tradizionale.
In Genoma Doc Mabal ci descrive e racconta la sua Africa. Ed è proprio questo che ci piace in quanto lo sentiamo molto vicino a noi, con un esotismo provato come poche volte.
Se Puls-e era un rispettoso omaggio al mondo del ritmo ed alle sue sacralità, Genoma rappresenta la parte profana e terrena.
Con grande sorpresa, in questo lato della medaglia, troviamo una presenza umana molto forte, scandita già da canti e voci in Balafoncity, brano dal sapore tradizionale che ci accoglie in apertura.
La scelta della rotta è precisa, e punta verso quell’evoluzione dell’Afro, che la stessa Afro ha portato nella musica di oggi. E i piatti suonati in Black Mamba parlano chiaro, così come l’uso dell’elettronica, sparsa un po’ in tutto il disco in modo sapiente e mai troppo eccessivo, perchè volutamente dosata con parsimonia, fino a lasciarla libera di diffondersi nella conclusiva traccia Tribal Dance, varco di collegamento tra due mondi solo all’apparenza diversi, perchè altro non sono che lo stesso percorso visto con maturità, crescita ed evoluzione.
Giovedì 26 febbraio, presso gli studi di Radio City Trieste, Maurilio Balzanelli presenterà Genoma.
A partire dalle ore 10, sarà ospite de Il Geco nella sua trasmissione Fronte del Palco.
Repliche sabato 28 alle ore 14, nuovamente giovedì 5 marzo alle ore 10, ed ancora sabato 7 alle ore 14.
Il mondo Afro di Doc Mabal verrà presentato live a Trieste, presso la Casa della Musica di Via dei Capitelli n. 3, venerdì 6 marzo con inizio alle ore 17.30.
Cristiano Pellizzaro
Contatti Maurilio Balzanelli
Recensione del precedente Puls-e
Mail: mauriliobalzanelli@gmail.com Profilo Facebook
Canale ufficiale di Maurilio Balzanelli
9-02-2026 22:55 VENEZIA – Suona strano sentire che Francesco De Gregori fa tappa col suo tour in un club. Ed ancor di più se il locale in questione è una storica discoteca come il Palmariva. Nulla da togliere ad entrambi, per carità, solo che non siamo abituati ad un connubio di questo genere.
Già da un po’ di tempo la storica balera di Fossalta di Portogruaro per l’occasione, viene trasformata in un Live Club, ospitando eventi di qualità. E questo grazie alla sapiente organizzazione di Azalea, che ha saputo cogliere l’opportunità di gestire i live proprio in questa location. Perchè l’atmosfera che si assapora ad un concerto in un Club, ha qualcosa di familiare. E certe barriere, che solitamente in altri luoghi tengono distanti pubblico ed artisti, in queste circostanze vengono meno. Una vicinanza molto apprezzata sia dal pubblico che dall’alto del palco.
Ma torniamo a noi ed alla serata del Principe dei cantautori, quel Francesco De Gregori che non ha di certo bisogno di presentazione alcuna. Uno che ha fatto scuola per diverse generazioni, uno che continua a far valere il suo talento dall’inizio degli anni ’70. Ed ora qui per celebrare Rimmel, uno dei suoi dischi più conosciuti, una pietra miliare della musica d’autore italiana, contenente svariati suoi successi, divenuti nel corso degli anni un riferimento anche per i giovani novizi del mondo della musica. E la riprova di quanto vi sto dicendo è l’attuale prosieguo di questo tour celebrativo, iniziato un anno fa, proprio nel cinquantennale della prima pubblicazione di Rimmel.
Ovviamente nella set list della serata, già passata nei paraggi lo scorso novembre a Udine (e sempre per la buona volontà di Azalea), trovano posto anche altri brani del cantautore romano, ma senza eccedere ai giorni nostri.
Accompagnato dalla rodata orchestrina dei “magnifici” sette, formazione già assaporata nella serie di concerti milanesi Never Green (dei quali è stato proposto l’omonimo film concerto proiettato nei cinema lo scorso autunno), tra loro, a guidarli, non poteva mancare il Capo Banda (come a De Gregori piace presentarlo) Guido Guglielminetti, oramai da tantissimi anni al fianco del Principe.
Un’orchestra che ha riproposto alcuni brani in una nuova veste, capace comunque di donare freschezza alle composizioni senza fare loro perdere il fascino originale.
Come da copione, i saluti finali si sono svolti sulle note di quello splendido valzer, che porta il titolo di Buonanotte Fiorellino, sulle note del quale De Gregori e la sua band, si sono congedati dal pubblico. E su questo dolce finale da ninna nanna, c’è stato qualcuno che non ha esitato a ballare.


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste
Foto di Maicol Novara
8-09-2025 14:43 
AQUILEIA (UD) – Con i primi giorni di settembre arriva il momento più difficile dell’anno. In questo periodo si deve accettare che la bella stagione volge al termine, che le vacanze sono finite, e che si ritorna sui banchi di scuola.
Tre situazioni che mal volentieri dobbiamo mandar giù, soprattutto per quanto riguarda l’ultima, quella dove, sempre, i ritmi saranno scanditi dal suono del campanello, per il cambio, in aula, di noiosi professori.
Ma fortunatamente non sempre è così e, ad Aquileia, abbiamo avuto modo di vivere questo cambio stagionale con una lezione tenuta da uno dei professori più autorevoli del nostro Paese. Roberto Vecchioni è salito in cattedra in Piazza del Patriarcato per tenere una delle lezioni più belle alle quali si possa assistere.
Dopo un saluto al pubblico, attraverso un omaggio all’antica città romana fatto con un resoconto storico, il professore ha iniziato la lezione alternando l’esecuzione delle sue gemme, con riflessioni, commenti, consigli di vita, richiami storici e filosofici, ad introdurre ogni suo brano.
Cattura l’attenzione ed ammalia con la sua presenza, proprio come un buon insegnante dovrebbe fare per far crescere gli allievi, formarli e metterli sulla strada giusta per affrontare la vita e non finire nei guai.
Abbigliamento casual come ci ha ben abituati, nonostante le ottantadue primavere Vecchioni non vuole fermarsi, e si vede che lo fa per amore.
Amore verso la vita, verso il suo pubblico e verso le donne, muse cantate in diversi dei suoi brani della sua lunga carriera.
Seduto sullo sgabello con la mano sinistra quasi sempre in tasca come ad un informale incontro tra amici, non risparmia commenti sulla società e su quanto accade attorno a noi; non te le manda a dire il buon prof., anche adoperando termini non proprio accademici e per nulla consoni ad un’aula.
Ma lui, come ogni buon insegnante che abbiamo amato veramente, sa come farsi ascoltare dai suoi allievi, tutti in piedi sotto al palco ad acclamarlo per il gran finale dei bis Luci a San Siro e Samarcanda.
Ma Vecchioni non è solo questo. Dal 1971 ha regalato tanti di quei capolavori che le due ore di concerto concedono solamente un’attenta selezione di quanto prodotto negli anni come Ti insegnerò a volare, La mia ragazza e Voglio una donna, El bandolero stanco e Cappuccio Rosso, Sogna, ragazzo, sogna e Chiamami ancora amore, tutte eseguite magistralmente dai suoi fidi assistenti di cattedra Lucio Fabbri, Massimo Germini, Antonio Petruzzelli e Roberto Gualdi.
Inutile commentare oltre, possiamo solamente aggiungere che l’organizzazione di Assoeventi e Zenit Srl ((in collaborazione con il Comune di Aquileia, la Regione Friuli Venezia Giulia e PromoTurismoFvg), ha permesso al pubblico di assistere ad una bellissima lezione che difficilmente si potrà scordare.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Katia Bonaventura
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