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14-07-2026 22:48 
PORDENONE – Come ogni anno torna puntuale il Pordenone Blues Festival, rassegna musicale giunta ormai alla sua 35ª edizione, capace da sempre di proporre un ricco calendario di appuntamenti in grado di soddisfare i gusti di un pubblico eterogeneo.
Per l’edizione 2026, che si concluderà all’inizio di settembre, il festival ha scelto di inaugurare la manifestazione con un autentico tuffo nel passato, facendo rivivere al pubblico le atmosfere Soul e Funk degli Earth, Wind & Fire.
La risposta degli spettatori non si è fatta attendere: il prato del Parco San Valentino di Pordenone si è riempito di persone pronte a lasciarsi trascinare dalle irresistibili sonorità della storica band, sciogliendo anche le articolazioni più rigide.
Nella calda serata di venerdì 10 luglio, sul palco è salita una formazione che più che una semplice band si è rivelata una vera orchestra: tredici musicisti di altissimo livello hanno dato vita a uno spettacolo coinvolgente e di grande qualità.
Del resto non poteva essere altrimenti per gli Earth, Wind & Fire Experience by Al McKay, progetto artistico nato per riproporre fedelmente le emozioni della band originale e sostenuto dallo storico chitarrista del gruppo.
Durante il concerto non sono mancati i grandi successi che hanno reso celebre la formazione americana.
Accanto ai brani più iconici sono stati proposti anche pezzi meno conosciuti, ma comunque apprezzati dal pubblico.
Considerata l’immensa discografia iniziata nel 1971, alcuni medley hanno permesso di condensare un maggior numero di canzoni, soddisfacendo fan di ogni età, compresi molti giovani che conoscevano ogni brano della scaletta.
Tra i momenti più attesi della serata hanno trovato spazio
Boogie Wonderland, Got to Get You into My Life e naturalmente September, cantate e ballate dal pubblico fino all’ultima nota.
Chi frequenta il Pordenone Blues Festival sa bene che la musica non finisce con il concerto.
Al termine dell’esibizione, infatti, un DJ ha preso il controllo della consolle, trasformando il prato del Parco San Valentino in una grande pista da ballo all’aperto.
Dopo un live così coinvolgente sarebbe stato impossibile tornare subito a casa: il pubblico ha continuato a festeggiare immerso nell’atmosfera unica che, anno dopo anno, il festival riesce a creare.
E l’edizione 2026 è solo all’inizio.
Programma completo: www.pordenonebluesfestival.it
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Elisa Moro
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9-07-2026 0:14 UDINE – Il colle del Castello di Udine si è trasformato, lunedì sera, nel teatro di una straordinaria celebrazione musicale, il concerto dei BEAT, super band che incentra il proprio repertorio sul materiale dei King Crimson anni 80.
Serata organizzata da VignaPR e FVG Music Live, oltre al patrocinio del Comune di Udine e PromoTurismo FVG.
Nata con la benedizione di Robert Fripp (ringraziato durante la serata insieme al mitico Bill Bruford n.d.r.) la band è composta da Adrian Belew, Tony Levin (entrambi ex King Crimson), Steve Vai e Danny Carey (Tool).Ore 21:00 la band si presenta sul palco puntualissima (meglio di molti ritardatari a cui le hostess hanno dovuto indicare velocemente la postazione n.d.r.) in dress code ottantiano Miami Vice style.
Alcuni colpi di fischietto sanciscono la repentina e frenetica partenza di “Neurotica” e subito il pubblico viene catapultato in un vortice sonoro irrefrenabile.
Seguono “Neal and Jack and me” e “Heartbeat” perfetta triade con l’opener, che ci mostra una band perfettamente rodata e coesa.
I suoni sono ottimi e godibili, i pezzi si susseguono fluidi portandoci alla fine del primo set, dove “Industry” e “Larks’ Tongues in Aspic III” mostrano la parte più caotica e cabalistica della scaletta presentata.
Venti minuti di pausa durante la quale lo stand del merchandising viene letteralmente preso d’assalto, il tempo di una birra e la band rientra, dopo essersi rifocillata, in vestiti più casual questa volta.
Il secondo set si apre in stile “stomp” con Carey e Belew impegnati nell’introduzione di “Waiting Man” coordinandosi perfettamente su un set di pad , la successiva “The sheltering sky” offre a Steve “Flexable” Vai l’occasione di dimostrare tutta la sua competenza strumentale mentre Tony Levin incide con il suo basso “Sleepless”.
“Frame by Frame”, “Elephant Talk” e “Indiscipline” i picchi del secondo set caratterizzato anche da giochi di luce, atti ad esaltare gli occhi dell’elefante che troneggia su telone retropalco.
Prima degli encore Adrian Belew prende la parola e ringrazia, dicendo che questo tour italiano è stato davvero fantastico, la band si è trovata benissimo e cercherà di ritornare in futuro, anche perché “ha mangiato dell’ottima pasta!”.
Parte l’attesissima “Red”, a chiudere “Thela Hun Ginjeet”.
La band ringrazia, foto di rito e lunga standing ovation del pubblico, che ha riempito il piazzale del castello di Udine in ogni suo angolo disponibile, in una serata perfetta che, diciamolo, ci ha consegnato quanto, ad oggi, risulta più vicino possibile ai mitici King Crimson.
Occasione quindi ghiotta che tutti gli amanti del genere, anche d’oltre confine, non si sono fatti sfuggire, consci che quando vengono organizzati con grande competenza questi eventi esiste un unico diktat, esserci!
Luca Tex per Radio City Trieste
Foto di Ricky Modena
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11-06-2026 0:18 LIGNANO (UD) – L’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro è stato il luogo prescelto per l’unica data italiana, lunedì 8/6/2026, local promoter AZALEA, del tour “Here be Dragons Summer 2026″ del progetto Tobias Sammet’s AVANTASIA.
Il telone nero copre completamente il palco, il pubblico rumoreggia al passaggio della band sul lato della scena, il tempo di trovare l’angolazione giusta e, in perfetto orario, parte l’intro, si decolla!
Tobias Sammet subito padrone del palco fin dalle prime note di “Creepshow”, brano tratto dal nuovo disco, melodico quanto perfetto per aprire il concerto.
Suoni ottimi, band rodata che gira all’unisono, pronta ad accogliere le varie guest star che si alterneranno sul palco a supportare Tobias.
Sale Kenny Leckremo (H.e.a.t.) accolto da un’ovazione, sulle note di “Reach out for the light”; un autentico mattatore e show man dalla voce poderosa (visivamente ricorda tanto un Bruce Dickinson d’annata [n.d.r.]) .
“Dying for an angel” vede comparire Tommy Karevik (Kamelot), cantante dotato di un’ugola davvero sopraffina, perfetto per le dinamiche musicali del progetto Avantasia.
A seguire Bob Catley (Magnum) che a dispetto dell’età sfodera una voce calda che si adagia sul brano “The story ain’t over”.
La scaletta prosegue, tra brani più o meno datati, senza un minimo calo, con gli ospiti che si alternano senza soluzione di continuità a fianco di un instancabile Sammet.Menzione particolare al brano “Avantasia” che Tobias si rammarica di non eseguire spesso.Arriva anche la voce roca di Ron Atkins (Pretty Maids) su “Let the storm descend upon you” che, a dispetto dei problemi di salute passati, offre una performance ottima. Decisivi nel supporto e nella riuscita di tutto lo show anche l’apporto vocale (backing and lead [n.d.r.]) di Herbie Langhans e della italianissima Chiara Tricarico, fenomenale nel duetto con Sammet su “Farewell”.
Tobias si concede una pausa solamente su “The Wicked Symphony” interpretata dal trio Karevik/Leckremo/Langhans, prima di “The scarecrow” a chiudere la scaletta ufficiale.
Un pianoforte a coda compare sul palco ad annunciare gli encore aperti da “Lucifer”, seguito da “Lost in space” e chiusi da “Sign of the cross/Seven angels”, con tutti i performer sul palco per una degna chiusura dello spettacolo.
Un concerto favoloso, intenso, coinvolgente, che ha deliziato i presenti offrendo una vera e propria “opera metal”, dove la parola pausa non era contemplata, per due ore abbondanti di grande musica.
Certamente il metal non deve temere deterioramento fino a quando progetti come gli Avantasia saranno attivi.
Alla prossima Tobias e grazie per la splendida serata!
Luca Tex per Radio City Trieste
Photo credits: Maicol Novara Photography
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20-02-2026 23:25 Dover scrivere di una nuova pubblicazione è sempre un po’ difficile, soprattutto se si tratta di un lavoro interessante e preceduto da un’altra opera degna di nota. Lo ammetto, questa volta sono in difficoltà.
Parole ed idee non mancano nella mia testa, ma non vorrei correre il rischio di inciampare in commenti che potrebbero sembrare scontati e troppo lusinghieri, o addirittura una ripetizione di quanto scritto in precedenza.
Maurilio Balzanelli ritorna, a tre anni di distanza, da quello che è stato il suo gioiellino Puls-e, ma questa volta lo fa in modo diverso, meno delicato e soffice rispetto alla sua opera prima.
Se il primo capitolo era un omaggio al mondo del ritmo e delle percussioni, questa volta Maurilio ci apre nuovamente una finestra su questo pianeta, ma lo fa secondo il suo punto di vista, descrivendolo ed omaggiandolo secondo quanto dettato dalla sua anima.
E se quanto proposto in Puls-e era un lungo ed affascinante viaggio che dal Medio Oriente si spostava in Africa, per poi fare capolino ed esplodere in tutta la sua bellezza in Sud America, Genoma si rivela essere un otre colmo di continente africano, ricca fucina di storie e culture, di musiche e ritmo. Un esotico capolinea di partenza verso il quale tutti dobbiamo qualche riconoscimento genetico, Maurilio per primo, che non per nulla lo definisce Mama Africa.
Con Genoma il viaggio si compie in modo individuale come il pregresso Puls-e, dove ognuno potrà trovare dentro di sé risonanze emotive primordiali, assopite, sepolte forse, ma comunque presenti.
Tutto il disco parla africano, a partire dai titoli delle dieci tracce che, come dei punti fiduciali, ben individuano la posizione geografica.
Attenzione però, mettiamo le mani avanti, in quanto non stiamo parlando solamente ed esclusivamente di musica tradizionale.
In Genoma Doc Mabal ci descrive e racconta la sua Africa. Ed è proprio questo che ci piace in quanto lo sentiamo molto vicino a noi, con un esotismo provato come poche volte.
Se Puls-e era un rispettoso omaggio al mondo del ritmo ed alle sue sacralità, Genoma rappresenta la parte profana e terrena.
Con grande sorpresa, in questo lato della medaglia, troviamo una presenza umana molto forte, scandita già da canti e voci in Balafoncity, brano dal sapore tradizionale che ci accoglie in apertura.
La scelta della rotta è precisa, e punta verso quell’evoluzione dell’Afro, che la stessa Afro ha portato nella musica di oggi. E i piatti suonati in Black Mamba parlano chiaro, così come l’uso dell’elettronica, sparsa un po’ in tutto il disco in modo sapiente e mai troppo eccessivo, perchè volutamente dosata con parsimonia, fino a lasciarla libera di diffondersi nella conclusiva traccia Tribal Dance, varco di collegamento tra due mondi solo all’apparenza diversi, perchè altro non sono che lo stesso percorso visto con maturità, crescita ed evoluzione.
Giovedì 26 febbraio, presso gli studi di Radio City Trieste, Maurilio Balzanelli presenterà Genoma.
A partire dalle ore 10, sarà ospite de Il Geco nella sua trasmissione Fronte del Palco.
Repliche sabato 28 alle ore 14, nuovamente giovedì 5 marzo alle ore 10, ed ancora sabato 7 alle ore 14.
Il mondo Afro di Doc Mabal verrà presentato live a Trieste, presso la Casa della Musica di Via dei Capitelli n. 3, venerdì 6 marzo con inizio alle ore 17.30.
Cristiano Pellizzaro
Contatti Maurilio Balzanelli
Recensione del precedente Puls-e
Mail: mauriliobalzanelli@gmail.com Profilo Facebook
Canale ufficiale di Maurilio Balzanelli
9-02-2026 22:55 VENEZIA – Suona strano sentire che Francesco De Gregori fa tappa col suo tour in un club. Ed ancor di più se il locale in questione è una storica discoteca come il Palmariva. Nulla da togliere ad entrambi, per carità, solo che non siamo abituati ad un connubio di questo genere.
Già da un po’ di tempo la storica balera di Fossalta di Portogruaro per l’occasione, viene trasformata in un Live Club, ospitando eventi di qualità. E questo grazie alla sapiente organizzazione di Azalea, che ha saputo cogliere l’opportunità di gestire i live proprio in questa location. Perchè l’atmosfera che si assapora ad un concerto in un Club, ha qualcosa di familiare. E certe barriere, che solitamente in altri luoghi tengono distanti pubblico ed artisti, in queste circostanze vengono meno. Una vicinanza molto apprezzata sia dal pubblico che dall’alto del palco.
Ma torniamo a noi ed alla serata del Principe dei cantautori, quel Francesco De Gregori che non ha di certo bisogno di presentazione alcuna. Uno che ha fatto scuola per diverse generazioni, uno che continua a far valere il suo talento dall’inizio degli anni ’70. Ed ora qui per celebrare Rimmel, uno dei suoi dischi più conosciuti, una pietra miliare della musica d’autore italiana, contenente svariati suoi successi, divenuti nel corso degli anni un riferimento anche per i giovani novizi del mondo della musica. E la riprova di quanto vi sto dicendo è l’attuale prosieguo di questo tour celebrativo, iniziato un anno fa, proprio nel cinquantennale della prima pubblicazione di Rimmel.
Ovviamente nella set list della serata, già passata nei paraggi lo scorso novembre a Udine (e sempre per la buona volontà di Azalea), trovano posto anche altri brani del cantautore romano, ma senza eccedere ai giorni nostri.
Accompagnato dalla rodata orchestrina dei “magnifici” sette, formazione già assaporata nella serie di concerti milanesi Never Green (dei quali è stato proposto l’omonimo film concerto proiettato nei cinema lo scorso autunno), tra loro, a guidarli, non poteva mancare il Capo Banda (come a De Gregori piace presentarlo) Guido Guglielminetti, oramai da tantissimi anni al fianco del Principe.
Un’orchestra che ha riproposto alcuni brani in una nuova veste, capace comunque di donare freschezza alle composizioni senza fare loro perdere il fascino originale.
Come da copione, i saluti finali si sono svolti sulle note di quello splendido valzer, che porta il titolo di Buonanotte Fiorellino, sulle note del quale De Gregori e la sua band, si sono congedati dal pubblico. E su questo dolce finale da ninna nanna, c’è stato qualcuno che non ha esitato a ballare.


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste
Foto di Maicol Novara
8-09-2025 14:43 
AQUILEIA (UD) – Con i primi giorni di settembre arriva il momento più difficile dell’anno. In questo periodo si deve accettare che la bella stagione volge al termine, che le vacanze sono finite, e che si ritorna sui banchi di scuola.
Tre situazioni che mal volentieri dobbiamo mandar giù, soprattutto per quanto riguarda l’ultima, quella dove, sempre, i ritmi saranno scanditi dal suono del campanello, per il cambio, in aula, di noiosi professori.
Ma fortunatamente non sempre è così e, ad Aquileia, abbiamo avuto modo di vivere questo cambio stagionale con una lezione tenuta da uno dei professori più autorevoli del nostro Paese. Roberto Vecchioni è salito in cattedra in Piazza del Patriarcato per tenere una delle lezioni più belle alle quali si possa assistere.
Dopo un saluto al pubblico, attraverso un omaggio all’antica città romana fatto con un resoconto storico, il professore ha iniziato la lezione alternando l’esecuzione delle sue gemme, con riflessioni, commenti, consigli di vita, richiami storici e filosofici, ad introdurre ogni suo brano.
Cattura l’attenzione ed ammalia con la sua presenza, proprio come un buon insegnante dovrebbe fare per far crescere gli allievi, formarli e metterli sulla strada giusta per affrontare la vita e non finire nei guai.
Abbigliamento casual come ci ha ben abituati, nonostante le ottantadue primavere Vecchioni non vuole fermarsi, e si vede che lo fa per amore.
Amore verso la vita, verso il suo pubblico e verso le donne, muse cantate in diversi dei suoi brani della sua lunga carriera.
Seduto sullo sgabello con la mano sinistra quasi sempre in tasca come ad un informale incontro tra amici, non risparmia commenti sulla società e su quanto accade attorno a noi; non te le manda a dire il buon prof., anche adoperando termini non proprio accademici e per nulla consoni ad un’aula.
Ma lui, come ogni buon insegnante che abbiamo amato veramente, sa come farsi ascoltare dai suoi allievi, tutti in piedi sotto al palco ad acclamarlo per il gran finale dei bis Luci a San Siro e Samarcanda.
Ma Vecchioni non è solo questo. Dal 1971 ha regalato tanti di quei capolavori che le due ore di concerto concedono solamente un’attenta selezione di quanto prodotto negli anni come Ti insegnerò a volare, La mia ragazza e Voglio una donna, El bandolero stanco e Cappuccio Rosso, Sogna, ragazzo, sogna e Chiamami ancora amore, tutte eseguite magistralmente dai suoi fidi assistenti di cattedra Lucio Fabbri, Massimo Germini, Antonio Petruzzelli e Roberto Gualdi.
Inutile commentare oltre, possiamo solamente aggiungere che l’organizzazione di Assoeventi e Zenit Srl ((in collaborazione con il Comune di Aquileia, la Regione Friuli Venezia Giulia e PromoTurismoFvg), ha permesso al pubblico di assistere ad una bellissima lezione che difficilmente si potrà scordare.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Katia Bonaventura
24-07-2025 0:38 
UDINE – Italia, anni ’90, nel nostro paese la musica stava attraversando un buon periodo.
Un certo fermento, sparso in tutto lo stivale, aveva visto farsi spazio qua e là, band interessanti e destinate a lasciare un segno (a tal proposito vi segnalo il testo Storie e Cronache di Rock Italiano scritto da Federico Linossi, edito da Arcana).A Napoli, da sempre culla di una certa cultura e tradizione musicale, in quel periodo si formavano i 99 Posse, che andavano ad affiancarsi ai già presenti Almamegretta e Bisca, tutti nomi che avrebbero lasciato un’impronta profonda, tutt’ora esistente e, a distanza di anni, nulla è andato perso oppure scordato.
Ovviamente l’età anagrafica ha una certa importanza in questo caso, ma ciò non significa che la “stagionatura” sia sinonimo di muffa, anzi, tutt’altro.
Chi all’epoca c’era, e conserva un ricordo ancora molto vivo, certamente non sarà rimasto deluso da questo concerto evento organizzato da Folkest , arrivato alla sua quarantasettesima edizione, sul colle del capoluogo friulano.
E vi dirò di più, essendo questa una rassegna dedicata alle culture ed etnie di tutto il mondo, il concerto dei 99 Posse non poteva essere scelta più azzeccata.
Con i riflettori sempre puntati sullo storico Luca Persico, ‘O Zulù, la band partenopea ha rigurgitato sul pubblico (tanto per tirare in ballo il titolo di un loro cavallo di battaglia), Reggae, Rap, Hip Hop, Rock e musica tradizionale, contaminata da coinvolgenti sonorità mediterranee e squisite tessiture elettroniche prodotte dal maestro Marco Messina.
Se poi mettiamo in conto anche gli essenziali ed ammalianti giochi di luce che ben si sposavano con tutto il contesto, beh, il numeroso pubblico presente, di differenti fasce d’età, è andato letteralmente in delirio.
Dalle nostre parti, forse, non sono passati tante volte, ed infatti i miei ricordi mi riportano ad un loro concerto, negli anni d’oro, in un paesotto poco fuori Trieste per il tour di Cerco tiempo ma, purtroppo, ammetto che non li avevo mai visti prima dal vivo.
Questo mio battesimo con i 99 Posse non è stato affatto deludente, anzi, sono rimasto piacevolmente sorpreso, compiaciuto, ho ballato, mi sono divertito: questo si è che è stato un concerto!
E penso già di poter dire che, probabilmente, sarà stato uno dei più belli di questa annata.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Maicol Novara
7-07-2025 1:54
CODROIPO (UD) – Un partita impari, le cui sorti erano note sin dall’inizio. Un incontro di quelli solitamente definiti come “uno contro tutti”.
Va precisato però, che quel “tutti” significa diverse migliaia di persone, e tutte in attesa del loro MC che, con coraggio e determinazione, le ha affrontate senza esitazione alcuna.
Sin dalla sua apparizione, il titanico Ghali ha condotto la cerimonia dimostrando di sapere gestire e riempire ad arte il palcoscenico.
Forse qualcuno penserà che io stia esagerando, e forse avrà anche ragione, ma l’impressione che mi ha fatto questo artista, è stata molto sorprendente.
Nonostante, infatti, le notevoli dimensioni del palco, lui è rimasto comunque in risalto anche grazie alla sua altezza e silhouette.
Un personaggio attraente che, tra stupefacenti giochi di luce, fiammate ed elaborate riprese video, ha giustificato l’esclamazione “Che figata di spettacolo”.
Certo questo non è un termine che si addice molto ad esser scritto in un articolo o recensione, ma certamente , oggidì, è di uso comune, soprattutto sulle labbra dei più giovani, per la maggior parte componenti dell’adorante folla presente a Villa Manin venerdì scorso per acclamare, o solamente per curiosare (come ammette il sottoscritto), questo rapper-cantante-artista, non proprio di primo pelo, e nemmeno nuovo alla scena musicale, considerando che il suo primo disco risale al 2017.
E da quella volta ha sfornato svariate hit, compresa quella di un anno fa, con la quale ha partecipato al festival musicale italiano per eccellenza.
Una cosa mi ha sorpreso delle parole di saluto che ha rivolto al pubblico, ed è la frase “…grazie per avermi invitato…”, dimostrando, con questo, gentilezza ed umiltà.
Ad essere sincero quello di Ghali non è proprio il mio genere musicale preferito ma, come detto poc’anzi, è stata la curiosità, e non lo nego, anche la simpatia verso alcuni testi dei brani, che mi hanno spinto a partecipare a questo evento.
E, guardandomi in giro per comprendere la circostanza, ho notato con piacere che ero uno dei tanti “boomer” presenti ad assistere a questo momento della musica della nuova generazione, sia per sonorità, che comportamenti e linguaggio.
Tra l’altro se le persone di una certa età presenti non erano poche, un motivo dovrà pur esserci stato, no?
La musica si evolve, e lo farà sempre, sta al passo con i tempi e parla di quanto le accade intorno, ed è giusto sia così.
Ed è anche giusto che ogni generazione abbia il proprio cronista, proprio come quello protagonista di questa serata organizzata da Vigna PR, FVG Music Live, Ente Regionale Patrimonio Culturale FVG e FVG Turismo, alla quale noi siamo felici di aver partecipato.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Simone Di Luca
27-06-2025 16:22 
GORIZIA – Alla fine di questo concerto, con il pubblico che abbandona l’Arena in modo composto ed ordinato, percepisco che qualcosa, dal palcoscenico, è arrivato alle persone.
Solitamente, al termine di ogni esibizione, il defluire della fiumana di gente, che si raduna in eventi di questo tipo, è sempre accompagnata da un vociare di sottofondo che, però, questa volta non percepisco.
Anche grazie all’ottimo piano di gestione del traffico messo in atto da parte della macchina organizzativa per questa occasione, non ci sono congestioni veicolari, il traffico è ordinato, e questo amplifica il mio stato riflessivo su quanto ho appena avuto modo di vedere e vivere.
Mi sento infatti come se mi fosse arrivato un pesante pugno nello stomaco, un ceffone che mi sveglia e che mi fa male, non tanto per quanto è stato svelato, ma per quanto sto vivendo, senza darci (purtroppo) la giusta considerazione.
Non sempre infatti, quando finisce un concerto, si è pronti a dare un giudizio o fare un commento, e non sempre è detto che uno spettacolo musicale sia solamente un’esplosione di note e luci per un pubblico in delirio.
I Massive Attack si sono messi nuovamente in tour con uno spettacolo tecnologico, moderno e di forte impatto sociale e riflessivo.
Non nuovi a questo genere di cose, hanno addirittura tradotto in italiano i testi dei messaggi proiettati a sfondo palco, e coinvolto il pubblico catturando singolarmente svariati volti dei presenti, per poi utilizzarli sullo schermo per una pioggia di foto identificative, associate ad un ipotetico ruolo nella società per ogni persona individuata.Ma chi sono questi Massive Attack di cui stiamo parlando, il cui nome suonerà familiare a parecchi, nonostante il loro genere musicale non sia proprio commerciale?
Considerati i pionieri del Trip Hop, con la fusione in un unico bacino anche altri generi come il Dub, Soul, Elettronic ad Ambient, dalla città natale di Bristol hanno dato vita a sonorità sognanti, capaci di avvolgere l’ascoltatore e traghettarlo in situazioni di profondo stato onirico, al limite del fantastico.
Avari di produzioni discografiche (solo cinque a partire dal 1991, di cui l’ultima risalente a quindici anni fa), riappaiono regolarmente per sconvolgenti tour richiamando migliaia di persone.
Chissà in quanti, tra i presenti di questa sera, potranno vantare di averli visti sul finire degli anni ’90 nell’allora Club del Rototom di Pordenone.
All’epoca lo spettacolo rientrava nel tour di Mezzanine, e stando alla memoria di chi c’era, contrariamente a quanto è accaduto oggi, si era trattato di una “tradizionale esibizione musicale”, e non uno spettacolo forte e riflessivo.
Lo spettacolo organizzato da FVG Music Live e VignaPR, in collaborazione con PromoTurismoFVG, il GECT GO ed il Comune di Gorizia, e rientrante nella serie di eventi GO!2025, rassegna che unisce le città di Gorizia e Nova Gorica sotto lo stesso titolo di Capitale Europea della Cultura, ci ha permesso di ammirare sul palco dell’Arena Casa Rossa di Gorizia, i due Massive Attack, Del Naja e Daddy G, assieme a tutta la loro truppa, compresa Elizabeth Fraser.
La cantante, autentica sorpresa in questo tour e storica voce del brano Teardrop (eseguita anche a Gorizia), ci ha pregiati della sua presenza sul palco in diverse occasioni.
Tra queste, assolutamente da menzionare, l’esecuzione di Song to the siren, cover di Tim Buckley, eseguita in stile This Mortal Coil, come già avvenuto nel 1984 quando la cantante dei Cocteau Twins aveva preso parte al progetto di Ivo Russel dell’etichetta 4AD.
Dopo novanta minuti di elettro shock artistico, i musicisti si congedano da un pubblico stordito. Nessun bis in programma, e nessuno osa chiederlo.
Inutile essere come gli altri, perchè questo spettacolo non è stato come gli altri.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Simone Di Luca
GO!2025 : per l’elenco completo degli eventi della rassegna, si inviata a consultare il programma al sito www.go2025.eu
6-04-2025 21:04 TRIESTE – Mi sento in imbarazzo nello scrivere una recensione partendo con una breve lista di quelli che sono stati i punti fermi di un successo annunciato già da tempo.
Non che mi manchino le parole, per carità, solo che in questo modo mi sento di essere più spontaneo.
E allora, eccovi svelata la mia spina nel fianco:
1) Il concerto recuperato
2) Il nome che non ha bisogno di presentazioni
3) Lo spettacolo
Bando alle ciance quindi, partiamo con l’analisi di questi tre capitoli, se così possiamo chiamarli.1) Il concerto recuperato
Certamente la carta emozionale ha giocato un ruolo importante in questa serata. Sopportare l’attesa di uno spettacolo non è mai piacevole, soprattutto se il tuo beniamino si trova costretto ad uno stop forzato per doversi rimettere in sesto con la salute.
Il concerto si sarebbe dovuto svolgere lo scorso dicembre, ed era stato annunciato con un bel po’ di anticipo dagli organizzatori di Azalea, ai quali sarà costato non poco lavoro mettere in piedi un evento simile.
Ma poi è arrivato l’annuncio della sospensione e la nuova programmazione delle date, il tutto accompagnato dall’apprensione dei fans e dagli innumerevoli messaggi di incoraggiamento verso il nostro Samuele.
In quel momento, leggendo commenti e messaggi in rete, non avevo percepito disappunto da parte di nessuno, ma tanto dispiacere e preoccupazione, spazzati via da altrettanto incoraggiamento ed affetto. Tutto questo ovviamente ricambiato dall’artista.
Inutile quindi descrivere l’atmosfera che l’altra sera si è venuta a creare presso il Teatro Rossetti.
2) Il nome che non ha bisogno di presentazioni
Beh, Samuele Bersani non ha bisogno di presentazioni. Ogni parola sarebbe superflua, ma comunque mi sento di dover spendere qualche riga nei suoi confronti, anche perchè in tanti anni di concerti non ho mai avuto modo di scrivere alcunchè sul suo conto, nonostante lo abbia già visto dal vivo in svariate occasioni.
Apparso sulle scene nel lontano 1992 con quello che è stato il suo biglietto da visita di debutto dal titolo “Chicco e Spillo”, il nostro eroe ci ha fatto capire sin da subito di che pasta era fatto, confermandosi e, mi sento di dire anche affermandosi, tre anni dopo, nonostante il suo percorso fosse appena alla seconda tappa. Un’inconsueta maturità precoce per certi versi, cosa non da tutti. Negli anni successivi non ha mai deluso, non si è mai ripetuto, ed ha continuato a sorprendere.
Cresciuto sotto l’ala protettiva di Lucio Dalla, è uno di quegli autori dalla penna sublime, che riesce a descrivere con poesia ed ironia situazioni e contesti altrimenti difficili da raccontare senza correre il rischio di annoiare.
Ritengo, per certi versi, sia una sorta di messaggero, un ponte di collegamento tra i nostri cantautori di una volta e quelli della nuova scuola che, da un po’ di anni, stanno tornando sulle scene.

3) Lo spettacolo
Mettere in scena uno spettacolo come questo non è affatto facile. Non che in altri contesti le cose siano più semplici, tutt’altro, solo che dover mettere mano a dei brani, nati con un’altra concezione, per riproporli in una nuova veste, non è affatto facile.
E’ rischioso, non è detto che la cosa riesca, che quel brano si presti a venir rivisitato.
Penso inoltre sia il desiderio di molti cantautori, portare in tour uno spettacolo sinfonico dei propri brani.
Lui stesso ha svelato dal palco del Rossetti di aver cullato questo desiderio da molto tempo.
Ed ecco quindi che il sogno si avvera, e non soltanto si trasforma in realtà, ma si dimostra essere un obiettivo centrato diverse volte consecutivamente scoccando delle frecce che si piantano l’una dentro l’altra.
Pop e Sinfonia si sposano alla perfezione senza prevalere l’uno sull’altra.
L’orchestra, accompagnata dalla tradizionale formazione composta da chitarra, basso e batteria, sfoggia un interessante quanto inaspettato set di marimba e vibrafoni nelle retrovie.
Notevoli gli arrangiamenti degli archi, per nulla scontati o prevedibili, che hanno reso molti dei brani ancora più particolari, belli ed accattivanti.
Per non parlare degli ottoni, in più occasioni dal sapore Barocco, capaci di offrire una marcia in più.

4) Saluti finali
Il capitolo che prima non ho citato ma che voglio inserire adesso.
In altri casi mi è capitato di veder spettacoli simili messi in piedi unicamente per riattivare la macchina del tour ed andare in giro. Risultato: tutti molto stopposi.
Ma non questa sera, anche se ammetto che un po’ di timore iniziale l’ho provato.
Riuscire in un’impresa del genere non credo sia da tutti e certamente dietro a tutto questo si cela tanto sudore, lavoro e scelte fatte con precisione.
Ovviamente è stato scelto di realizzarne anche un disco. Un vinile con le registrazioni della prima parte di questo tour, disponibile anche nel foyer del Rossetti, e non sbaglia Beatrice, la mia compagna, nel volerne acquistare una copia.
E’ stato veramente un bel concerto, una bellissima esperienza. Non sempre si riesce a centrare il bersaglio, stavolta proprio si, e quindi sono d’accordo per il vinile, ne vale proprio la pena.
Chapeau signor Bersani.
Cristiano Pellizzaro per Radio City Trieste
Foto di Beatrice Robles
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