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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

ALPERIA BLACK DEVILS   34    –    PALLAMANO TRIESTE 1970   33     (p.t. 16-19)

ALPERIA BLACK DEVILS: Gonzalez, Borgato, Ribic, Conte 7, Visentin 3, Samuel Gerstgrasser 4, Stricker, Starcevic 1, Ernst 8, Olguin, Malandrin 2, Haj Frej, Nunez 4, Fedila 4, Urban 1. All. Prantner
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Ganz, Mazzarol, Srdoc, Pernic 4, Urbaz 1, Scorzato, Parisato 4, Lo Duca, Pauloni 3, Vanoli 2, Hubert 4, Sandrin 6, Esparon 9. All. Lisica

Arbitri: Cardone e Cardone

MERANO – Si esauriscono a Merano le residue speranze biancorosse di conquista dei playoff scudetto: contro i Black Devils arriva una sconfitta di misura per 34-33, in un match che ha visto innumerevoli cambi di vantaggio da una parte e dall’altra, con l’Alperia abile a portarsi a casa i due punti in un finale dove la Pallamano Trieste 1970 è risultata essere poco lucida nel momento più importante.
Non c’è Bendjilali nella lista dei sedici di Lisica, con il 2006 Srdoc ad unirsi alla truppa biancorossa per quella che è la sua prima presenza assoluta in prima squadra. Massimo equilibrio nei primi minuti di sfida, col 2-2 targato Conte-De Oliveira da un lato e la coppia francese Esparon-Hubert dall’altra.
Trieste mette la freccia al 3’ con il gol in pivot di Pernic, a pareggiare provvisoriamente i conti è Ernst ma l’uno-due di Hubert ai sette metri consente ai giuliani di rimanere per un attimo avanti sul 5-6, prima del pari firmato Simon Gerstgrasser dell’8’.
Il botta e risposta prosegue: a Sandrin risponde Fedila, ancora Sandrin sigla l’8-9 del 12’ con Conte che successivamente fa pari e patta a metà frazione.
Garcia tra i pali respinge un paio di occasioni dei padroni di casa, gli errori gratuiti in attacco del Trieste consentono il momentaneo sorpasso dei Black Devils con Starcevic (11-10) ma al 22’ arriva il primo vero break del match degli ospiti: 4-0 a opera di Pauloni, Parisato e Sandrin (11-14).
Nonostante il ritorno di fiamma altoatesino con Malandrin e Conte (16-16), l’ultimo acuto di primo tempo è ancora biancorosso: Sandrin e Parisato, oltre alle parate di Garcia,fissano il punteggio sul 16-19 di metà gara.
Restano tre i gol di vantaggio al 34’ (18-21, reti di Pauloni e Vanoli), Conte con due sette metri consecutivi tiene viva Merano mentre capitan Pernic finisce per ben due volte fuori per due minuti in rapida successione.
Trieste perde un po’ di ritmo e i Black Devils tornano nuovamente in perfetta linea di galleggiamento, mettendo il break di 4-0 con il solito Conte a regalare il sorpasso altoatesino (24-23 al 42’, timeout Lisica).
L’Alperia mette anche due reti di margine tra sé e gli ospiti, poi Esparon si mette in proprio per un nuovo cambio di vantaggio del match (27-29), rimane comunque tutto aperto a 10’ dalla fine sul 30-30 imbucato su lato Black Devils da Fedila.
Esparon dai sette metri riporta in vantaggio il Trieste, Merano per due minuti resta senza Starcevic ma trova il modo di rimettere la testa avanti con Nunez prima del gol in ala di Parisato (32-32).
Sono poi i biancorossi a trovarsi con l’uomo in meno (fuori Bono), Postogna disinnesca un rigore di Conte ed Esparon fa +1 a 2’30’’ dalla fine.
La volante di Ernst pareggia per l’ennesima volta i conti, Esparon colpisce la traversa nell’azione successiva e nell’ultimo minuto è 33-33: Ernst trova il gol in penetrazione centrale a 20’’ da giocare, l’ultimo tiro di Esparon finisce alto per il definitivo 34-33 Merano.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

APU Udine   70    –    Pallacanestro Trieste   89          Parziali: 27-19, 14-25, 15-20, 14-25           Progressivi: 27-19, 41-44, 56-64, 70-89

APU Udine: Christon 13, Alibegovic 9, Spencer 4, Hickey 3, Pavan n.e., Mekowulu 11, Da Ros 5, Bendzius 4, Dawkins 1, Calzavara 12, Mizerniuk n.e., Ikangi 8.
Coach: A. Vertemati.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 4, Martucci n.e., Ross 11, Deangeli 7, Uthoff 6, Ruzzier 11, Candussi 12, Iannuzzi n.e., Brown 8, Moretti n.e., Bannan 10, Ramsey 20.  Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.

Arbitri: M. Rossi, A. Bartolomeo, M. Catani.

UDINE – E’ una Trieste da vero sballo quella che per 30 minuti domina letteralmente il derby al Carnera. Prova anche la sottile soddisfazione di aver illuso l’APU ed il suo pubblico di essersi presentata in Friuli indossando il solito vestito da trasferta, quello costato imbarcate epocali anche nel recentissimo passato, quello che non permette ai biancorossi di imporsi lontano dal PalaTrieste da un’era geologica.
In effetti, l’approccio triestino alla gara più importante dell’anno non lascia presagire nulla di buono: difesa molle e distratta, attacco troppo basato sugli esterni (e quando non entra il tiro da tre la fase offensiva si inceppa inesorabilmente), avversari in totale fiducia spinti da un pubblico entusiasta.
Alibegovic a fare pentole e coperchi, Christon a penetrare come una lama calda nella neve di primavera seminando i marcatori di turno, rotazioni difensive che portano sistematicamente i piccoli a dover affrontare le torri bianconere nel pitturato, con la conseguente consueta vendemmia avversaria a rimbalzo.
In altre parole, la tavola al decimo minuto pare davvero apparecchiata per la gran festa friulana: l’APU vola sul +14 rifilando (quasi) il solito trentello da primo quarto ad una Trieste che sembra paralizzata.
Ciò che accade nel breve intervallo fra il primo e secondo quarto cambia radicalmente le sorti della partita.
Il derby, però, era già iniziato giovedì mattina: l’assurda decisione dell’ONMS, le regole draconiane imposte a tifosi trattati come terroristi in partenza per Guantanamo, la conseguente decisione del tifo organizzato di rinunciare alla trasferta, hanno di fatto sottratto uno spettacolo unico nel suo genere, raro e sentitissimo, tanto al pubblico triestino quanto a quello friulano, anch’esso privato dello stimolo, del mood, dell’atmosfera che aggiunge il pepe ad una partita altrimenti anonima.
E’ l’unico vero rimpianto: quello di aver rubato alle centinaia di innocui sostenitori giuliani la possibilità di spingere la squadra alla vittoria e di gioire assieme ad essa al termine della partita.
Ci sarebbe stato rumore, qualche reciproco scambio di offese, qualche coro creativo e qualche altro ormai obsoleto. Sarebbe però finito tutto lì.
Certo, la carica era comunque arrivata a destinazione bella forte già all’ora di pranzo, con i giocatori catechizzati a dovere prima di salire sul pullman.
Se qualche straniero, specie fra quelli alla prima esperienza da queste parti, avesse ancora avuto qualche minimo dubbio sull’importanza del confronto per la città, la verità sarebbe calata su di lui come la luce su Jake Blues. Ma una curva colorata di biancorosso al Carnera sarebbe stata indubbiamente un’altra cosa.
C’era curiosità sulla decisione da parte del coaching staff sullo straniero da lasciare a riposo per far posto al rientrante Markel Brown: decine di pro e contro per ognuna delle possibili scelte, risolte alla base dall’indisponibilità di Madi Sissoko, apparso piuttosto zoppicante a bordo campo.
Bannan e Candussi a fare a sportellate con Mekowulu e Spencer, attori protagonisti della spettacolare stagione udinese a rimbalzo.
Per contro, una squadra molto più agile, più veloce e dinamica, adatta ad un gioco dal ritmo vorticoso, alle transizioni, a conclusioni prese nei primi sei-sette secondi di azione. Questo, tutto in teoria: la versione biancorossa di inizio partita non lascia presagire nulla di buono.
70-43: è il risultato del match iniziato all’undicesimo minuto. Un risultato di per sé eloquente, conseguenza di tutto ciò che deve essere, per l’appunto, accaduto durante quel breve intervallo di tempo.
Trieste rientra in campo totalmente rinata. Intanto registra la difesa: ciò permette di interrompere la vendemmia bianconera da tre punti (perchè Udine non ha letteralmente più a disposizione nemmeno un tiro aperto da oltre l’arco) e, soprattutto, di costringere Christon a doversi conquistare ogni singolo canestro solo grazie al suo enorme talento, limitato già sul primo passo da un Jahmi’us Ramsey che forse finalmente capisce che vincere l’Antonello Riva Trophy contemporaneamente al Telepass Award per il peggior difensore del campionato non sarebbe di certo un buon viatico per il suo altrimenti luminoso futuro.
Ramsey, con l’aggiunta di Markel Brown, diventa invalicabile per gli esterni udinesi, che improvvisamente non trovano più nemmeno un pertugio per tentare tiri aperti. E se non tirano comodi, i vari Alibegovic, Calzavara e Ikangi non la mettono più.
Cominciano a rivelarsi efficaci con continuità anche i famigerati show dei lunghi sul perimetro: che ci riesca Bannan, giocatore veloce e dinamico, ce lo si può anche aspettare, che lo faccia Candussi, in stagione sorpreso spesso a metà strada fra la linea da tre punti ed il ferro con conseguente autostrada per il servizio sotto canestro al lungo avversario di turno, è già meno scontato.
Trieste costruisce tutto il suo capolavoro partendo proprio dalla difesa: costringe gli uomini di Vertemati ad un lungo passaggio a vuoto in termini di realizzazioni, rimette a posto la lotta a rimbalzo, e soprattutto riesce ad imporre il suo ritmo, che l’APU commette il letale errore di accettare e tentare di replicare.
Udine per talento e caratteristiche fisiche non è in grado di reggere il gioco triestino quando il gioco triestino riesce per come è pensato, ed infatti il sorpasso arriva puntuale (e definitivo) prima di metà gara grazie ad una tripla di Brown.
Il +3 triestino all’intervallo lascia però aperti i soliti interrogativi dettati dalla consolidata difficoltà triestina ad affrontare i terzi quarti, ma sono interrogativi destinati a sciogliersi quasi subito: Ramsey avrà pure aggiunto dimensione difensiva, ma in attacco in questa stagione ha davvero pochissimi avversari che possano anche solo paragonarsi a lui.
Udine non ha letteralmente armi per arginarlo: il texano colpisce in entrata (la sua capacità di assorbire i contatti è fenomenale), dalla media distanza, da ogni angolo oltre l’arco. Abbassa la mannaia sulla testa degli avversari con 12 punti in un quarto: Udine finisce sotto con gap in doppia cifra rimanendoci pressoché fino alla fine. Trieste si mette anche a giocare d’astuzia, con Ross a subire due falli in difesa che evidenziano l’ingenuità di Ikangi e Spencer, Toscano che ruba la palla dalle mani di Calzavara, Bannan che in un modo o nell’altro si getta su ogni pallone sputato dal ferro rendendo un’impresa ogni rimbalzo avversario.
E’ anche il momento degli italiani a disposizione di Taccetti: Ruzzier sviluppa una pallacanestro meno ritmata e più ragionata rispetto a Colbey Ross, la sua motivazione su questo campo, i sette tiri tentati con un solo errore, le tre bombe realizzate lo rendono un probabile MVP della partita.
Francesco Candussi lo affianca nei 23 minuti trascorsi sul parquet, passati a far valere il suo fisico contro avversari che ne hanno sofferto la pericolosità da fuori e la precisione da sotto canestro (4/5 da due, 12 punti e 6 rimbalzi).
Uthoff e Deangeli sigillano con due bombe siderali una vittoria che con il passare dei minuti assume dimensioni clamorose, e che Trieste ha la capacità di gestire abbassando il ritmo e controllando il finale a suo piacimento.
Vertemati ottiene pochissimo dall’agognato ed applauditissimo rientro di Hickey dopo i mesi di squalifica per doping (l’ex Cantù ha il solo effetto di sottrarre minuti di qualità a Christon), mentre ad ottenere di più da Bendzius è forse Taccetti più che il suo coach: il lituano si esibisce con un poco esaltante 2/15 al tiro che per uno specialista non è esattamente il bottino che ci si possa aspettare. -4 di valutazione conseguenza non solo della guardia difensiva triestina ma anche, anzi soprattutto, della serataccia del giocatore.
Markel Brown dimostra quanto sia mancato il suo apporto in quest’ultimo mese: è quel tipo di giocatore che può anche litigare con il ferro ma non si scompone mai, è capace di una concentrazione e di una determinazione granitiche, difende sempre piegato sulle ginocchia, sporca ogni linea di passaggio.
E’ un giocatore fastidioso per gli avversari, cattivo e scaltro. Finisce la partita con 8 punti, ma il suo apporto viene misurato in gran parte da tutto ciò che non si può leggere sul tabellino.
Utilissimo anche Josh Bannan, il cui minutaggio (30 minuti) è chiaramente figlio anche dell’assenza di Sissoko, ma che, una volta rimessa a posto la mira (4/6 da due punti) dona al quintetto grande dinamicità, grande pressione difensiva, gran senso della posizione sotto canestro, discreta capacità di ball handling.
Sarà fondamentale nel finale di stagione se l’infortunio al maliano si dovesse rivelare più grave del previsto.
Francesco Taccetti, dal canto suo, dopo i dubbi sollevati dalle decisioni nel finale della partita contro Varese, torna a non sbagliarne neanche una: rotazioni gestite con il misurino, 30 minuti amministrati con ritmi imposti agli avversari, capitalizzazione di una possibile difficoltà come l’assenza del centro titolare.
E soprattutto grande, grandissima capacità motivazionale.
I numeri finali descrivono in modo schiacciante la superiorità triestina: +19 nel punteggio, 116-62 la valutazione.
Persa di poco la sfida a rimbalzo (18 rimbalzi offensivi concessi ad Udine, però, sono davvero tanti), ma 10 giocatori su 10 schierati ad aver segnato più di un canestro con distribuzione costante delle responsabilità offensive che toglie ogni punto di riferimento a Vertemati.
Coralità confermata anche dai 25 assist piazzati dai biancorossi contro i 16 dei bianconeri.
Trieste, accolta dall’entusiasmo della sua gente in via Miani al ritorno da Udine, ricaccia così indietro Reggio Emilia che l’aveva affiancata (e superata) al sesto posto, ed approfitta della sconfitta di Trento e Cremona per mettere 6 punti sul nono posto.
Udine ora non può più matematicamente raggiungere Trieste in classifica, vede allontanarsi la quota playoff ma è rinfrancata anche dalla sconfitta di Treviso che mantiene inalterate le distanze dall’ultimo posto in vista della trasferta al PalaVerde di domenica prossima.
A Trieste c’è ancora tanta voglia di godersi questo basket, il basket che la città si merita. Vada come vada, ed ormai l’attesa e le incertezze stanno necessariamente per finire, domenica prossima contro Brescia dovrà essere una festa: arriva la capolista, c’è la riedizione della sfida playoff della passata stagione, il PalaTrieste può diventare il teatro del passo decisivo verso i playoff. Sembra tutto apparecchiato per un sold out che avrebbe mille significati.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PALLAMANO TRIESTE 1970   28    –    CASSANO MAGNAGO   33      (p.t. 17-15)
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Mazzarol, Antonutti, Pernic 1, Urbaz 4, Scorzato, Parisato 1, Lo Duca 3, Pauloni 2, Vanoli, Hubert 5, Bendjilali, Sandrin 4, Esparon 8. All. Lisica
CASSANO MAGNAGO: Fantinato 3, Dapiran 6, Savini 7, Moretti 8, Ostling 4, Monciardini, Salvati, Dorio, Prevosti 2, Branca 3, Adamo, Kabeer, Riva. All. Bellotti

Arbitri: Riello e Panetta

 

TRIESTE – La Pallamano Trieste non riesce nell’intento di battere la capolista della Serie A Gold: Cassano Magnago – già sicura del primo posto in regular season – non fa sconti a Chiarbola, imponendosi per 28-33 dopo un match con tanto equilibrio, in cui gli effettivi di Boris Lisica erano riusciti a chiudere bene la prima metà gara finendo poi per pagare di imprecisione nella ripresa, quando il team di Bellotti ha fatto valere la maggior solidità su ambo i lati del campo.
È botta e risposta tra Hubert e l’ex Dapiran in apertura di partita, è poi 2-2

ancora con Hubert e con il gol dai sette metri di Moretti al 4’ prima del sorpasso ospite firmato da Branca in ala.
Garcia trova il modo di sigillare la propria porta in un paio di occasioni, Esparon su rigore riporta poi i giuliani avanti all’8’ (4-3) col successivo +2 targato Urbaz e nuovamente Esparon a infiammare Chiarbola.
Il Cassano trova tuttavia il modo di tornare subito in parità con Savini e Ostling (7-7 al 15’), con Trieste che perde Antonutti per un infortunio al ginocchio ma ritrova il modo nuovamente di rimettere la testa avanti con la doppietta di Sandrin, non sufficienti però per rimanere in vantaggio al 20’ (9-9, gol di Savini).
Si procede testa a testa anche nei minuti finali di primo tempo: Esparon si porta sulle spalle i biancorossi, è sempre il duo Moretti-Savini a ergersi invece protagonista per gli ospiti (12-13 al 26’).
Gli istanti finali di periodo premiano Trieste, con Lo Duca a fare tre gol e Parisato a firmare l’ennesimo sorpasso della prima parte del match, col 17-15 di metà gara.
Cassano Magnago ricuce rapidamente lo strappo in apertura di ripresa: i

padroni di casa commettono qualche errore di troppo in proiezione offensiva e le reti di Dapiran consentono il sorpasso al 34’ (18-19).
I lombardi vanno poi sul +3 con Ostling e lo stesso Dapiran, prima di un ritorno di fiamma giuliano: Esparon regala lo svantaggio minimo sul 20-21, è poi il solito Moretti (coadiuvato da Prevosti e Fantinato) a ricacciare indietro Trieste (21-25 a un quarto d’ora dalla fine).
L’inerzia del match cambia in questo momento, anche perché la difesa ospite è attenta a non lasciare spazio e la seconda fase del Cassano è micidiale a colpire sul lato opposto del campo.
Il -6 a dieci dal termine (23-29) è un fardello pesante per i biancorossi, che tentano il tutto per tutto tornando a quattro

gol di scarto prima con Pauloni (26-30 al 56’) e poi con Parisato nell’ultimo minuto.
“Sono sicuramente amareggiato per il risultato finale” è il commento del ds Giorgio Oveglia, “ma ancora più amareggiato per il fatto che Trieste, con il suo movimento e il suo pubblico che anche stasera ci ha seguiti con affetto e calore, non merita un arbitraggio del genere come quello che abbiamo visto stasera. Pretendiamo correttezza, ma tutto questo sembra non essere previsto”.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

 

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PALLAMANO TRIESTE 1970    35      –      SPARER EPPAN      32        (p.t. 17-15)
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Ganz, Mazzarol, Antonutti 1, Pernic 5, Urbaz 4, Scorzato, Parisato 7, Lo Duca, Pauloni 4, Vanoli 2, Hubert 5, Sandrin 3, Esparon 4. All. Lisica
SPARER EPPAN: Bortolot 2, Oberrauch 5, Singer 4, Marquez Cunha 4, Lemayr, Soelva, Wiedenhofer 3, Bendini 6, Bernard, Zanutto 5, Dusan Glisic-Gliorijevic, Lollo 1, Dragan Glisic-Gliorijevic, Vinicius 2, Rainer. All. Oberrauch
Arbitri: Corioni e Falvo

TRIESTE – Il turno infrasettimanale sorride alla Pallamano Trieste 1970: con la vittoria sull’Eppan (35-32, altoatesini matematicamente retrocessi in A Silver) prosegue la caccia al quarto posto da parte della formazione allenata da Boris Lisica, che contro lo Sparer allunga quanto basta nella seconda parte del match e raggiunge in classifica al quinto posto il Fasano, sconfitto in casa dal Conversano, mantenendosi a -2 dal Bolzano attuale quarta forza del torneo.
1️⃣ – Costretta a rinunciare a Bendjilali in pivot per infortunio sin dal primo minuto, Trieste trova il primo vantaggio del match al 3’ con la seconda fase vincente di Urbaz (3-2) a replicare a un buon inizio dell’Eppan, in gol in avvio con Bendini e Oberrauch.
Rimane il +1 tre minuti più tardi con la rete di Pernic, i biancorossi trovano poi una buona realizzazione di Antonutti per il momentaneo 6-4 ma gli altoatesini sono abili a pareggiare i conti prima sul 7-7 grazie a Marquez Cunha, mettendo poi la freccia sull’8-9 con lo stesso numero 10.
Con lo Sparer a fare l’andatura e Trieste ad accontentarsi dei ritmi lenti imposti dagli ospiti, i giuliani vengono più volte stoppati dalle parate del giovane Soelva, finendo sul -3 al 20’ di Bendini (11-14) e non brillando in molte soluzioni offensive.
Postogna si supera in un paio di circostanze per evitare un passivo maggiore, in un amen i padroni di casa trovano la quadra e infilano il break di 6-1 che li riporta avanti nel punteggio nel finale di tempo (17-15) con grande protagonista Urbaz, autore di due reti in contropiede.
2️⃣ – Trieste tenta un principio di strappo in apertura di ripresa: Parisato e Vanoli, oltre alle parate di Postogna, regalano il 22-18 del 36’, Eppan perde per espulsione diretta di Bendini dopo un fallo da dietro su Pauloni e si ritrova con due uomini in meno al 39’ con i due minuti sanzionati a Lollo.
È di fatto il momento che indirizza il match, con i biancorossi a firmare un piccolo allungo con Parisato, Esparon e Pernic (26-21 al 44’), volando poi sul +6 con Pauloni (28-22) e più in generale lavorando bene ancora in ala e ancora con Parisato.
Lo Sparer prova l’acuto riportandosi sino al -3 a 11’ dalla fine, ma poi è Trieste a chiudere anticipatamente i conti: Parisato continua a essere una furia in attacco, il +7 a 8’ dal termine (33-26) consente alla formazione di casa di amministrare il gap, nonostante un ultimo disperato e orgoglioso tentativo dell’Eppan di riportarsi sotto nel finale (-2 nell’ultimo minuto e mezzo, con gol conclusivo di Sandrin per il definitivo 35-32).Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

Pallacanestro Trieste   90 – Openjobmetis Varese   89       Parziali: 25-20, 23-33, 22-18, 20-18      Progressivi: 25-20, 48-53, 70-71, 90-89

Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 8, Martucci n.e., Ross 14, Cinquepalmi n.e., Deangeli 3, Uthoff 9, Ruzzier 2, Sissoko 18, Candussi 6, Iannuzzi 0, Bannan 6, Ramsey 24. Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Openjobmetis Varese: Stewart Jr 18, Alviti 19, Moore 10, Villa n.e., Assui 0, Nkamhoua 23, Iroegbu 10, Librizzi 0, Renfro 4, Bergamin n.e., Ladurner 2, Freeman 3.
Coach: I. Kastritis. Assistenti: M. Jemoli, F. Renzetti.

Arbitri: D. Borgioni, C. Borgo, S. Noce.

TRIESTE – Trieste sembra resuscitare dall’abisso di negatività nel quale era precipitata a Desio (senza voler essere involontariamente blasfemi nel giorno di Pasqua) e, nonostante un finale in cui le tenta tutte per riperdere una partita che aveva già perso e poi quasi vinto, ha la meglio su una Varese generosa e determinata ma ingenua proprio quando la palla inizia a pesare di più.
Certamente uno spettatore neutrale si sarebbe divertito sotto le volte del PalaTrieste, con numerosi capovolgimenti di punteggio, schiacciate, contropiede, stoppate, break improvvisi alternati a momenti di caos totale.
Chi invece, da una parte e dall’altra, era ben consapevole del peso specifico incalcolabile dei due punti in palio a sei giornate dalla fine della stagione regolare, è letteralmente salito su un rollercoaster di emozioni di segno opposto nel breve volgere di pochi minuti. Già, perchè di emozione dobbiamo parlare.
L’atmosfera nel palazzetto triestino è quella di sempre, con spalti forse meno gremiti del solito (comunque ben sopra la media italiana considerato il weekend festivo) ma come sempre supportivi, con spettatori a spingere la squadra nella consueta rimonta dopo che era precipitata come sempre sul -11 nel terzo quarto, ed a difendere letteralmente come un sesto uomo nelle fasi finali.
Un’atmosfera che sembra quella di sempre, ma non lo è di certo: nessuna contestazione, nessun riferimento collettivo alla situazione kafkiana che pesa su teste e morale dell’ambiente da un mese e mezzo a questa parte, solo il tifo di un popolo che potrebbe apparire come l’orchestra del Titanic che non smette di suonare con la poppa della nave già ben sollevata verso l’abisso.
Peccato che nessuno, proprio nessuno, voglia arrendersi fino al verificarsi effettivo del disastro: al momento non è nemmeno certo che il Titanic abbia ufficialmente urtato un iceberg, dunque tanto vale accompagnare la squadra con il consueto (e sacrosanto) entusiasmo -appena velato di malinconia- verso una vittoria spartiacque, che mantiene a distanza quella che stava diventando una legittima pretendente a sostituirla nella griglia playoff, rimettendo quattro punti fra sé ed il nono posto di Trento, Cremona e la stessa Varese, tornando sesti da soli in attesa della sfida pasquale che vedrà Reggio Emilia far visita all’Olimpia Milano.
E’ una prestazione, quella degli uomini di Taccetti, che per voglia ed intensità (di qualità parleremo più tardi) in pochi si sarebbero aspettati: la squadra, soprattutto nei suoi uomini chiave, solo una settimana fa sembrava letteralmente essersi dissolta, con giocatori come Sissoko, Uthoff, Ramsey e JTA che parevano aver definitivamente deposto le armi.
Sfiduciati in attacco, non pervenuti in difesa. Deconcentrati, frustrati, stanchi e distaccati ben oltre i limiti dell’irritante.
Evidentemente la settimana di allenamenti deve aver riportato un po’ di sereno in spogliatoio, se non altro tutti hanno interiorizzato l’ovvietà (che però non pareva tanto ovvia contro Cantù) che, ammesso e non concesso che Trieste non abbia un futuro nella pallacanestro di Serie A, avrebbero comunque la necessità di proporsi al meglio altrove magari massimizzando gli ingaggi, e dunque prestazioni incommentabili come quelle delle due ultime trasferte danneggiano prima di tutto i loro interessi ed il lavoro dei loro agenti.
La squadra, al contrario, inaspettatamente reagisce, sembra compatta e gioca condividendo la palla: Sissoko sembra il fratello maggiore e più incazzato del pulcinone che aveva chiesto il cambio a testa bassa nel finale contro Cantù.
Juan Toscano Anderson ha la schiena che sembra più frantumata del setto nasale di Deangeli, ma stringe i denti rimanendo in campo 27 minuti talvolta piegato in due dal dolore, difende, si danna a rimbalzo (6 per lui), non segna molto ma infila un tap in schiacciato a due mani ed una tripla scagliata girandosi in un fazzoletto di cinque centimetri quadrati dall’angolo che vale il completamento della rimonta. E, soprattutto, difende con ferocia, e lo deve fare contro i piccoli così come contro i lunghi lombardi.
Dopo una settimana di vacanza torna a produrre in attacco anche Jahmi’us Ramsey (che ad un secondo dalla fine infila i tiri liberi che portano in dote i due punti della vittoria), e lo fa distribuendo in modo costante l’efficienza della sua prestazione nel corso di tutta la partita.
Ma, sorpresa delle sorprese, lo fa difendendo in modo credibile per quasi tutti i 34 minuti in cui deve rimanere in campo, seguendo l’uomo nel cuore dell’area per impedirne la ricezione nel pick ad roll, aiutando sul perimetro, arrivando puntuale sui cambi. Volere, evidentemente, è potere…
Anche Uthoff, pur rimanendo una copia ancora sbiadita del giocatore glaciale e determinante che abbiamo ammirato nella scorsa stagione, dà il meglio nella metà campo difensiva soprattutto nel secondo tempo.
Anche lui cattura 6 rimbalzi, ed aggiunge anche 3 triple dall’importanza clamorosa quando più serve nel momento del poderoso recupero che riporta il match ad essere deciso dai piccoli particolari.
La speranza è che il 50% nelle conclusioni da oltre l’arco gli ridoni la fiducia indispensabile per evitare di continuare a rifiutare tiri aperti per timore o frustrazione.
Passo indietro in attacco, invece, per Josh Bannan, che naufraga al tiro con un 1 su 10 complessivo ed alcuni errori clamorosi da pochissimi centimetri dal ferro.
L’australiano, però, nonostante la scarsa vena in attacco, rimane un elemento fondamentale in difesa su due ruoli: è credibile anche quando deve andare a sostituire Sissoko da numero cinque, anche perché spesso Kastritis gioca senza centro titolare per i problemi di falli che pesano sulla testa di Renfro.
Taccetti lo tiene in campo per ben 28 minuti, durante i quali conquista anche 9 dei 44 rimbalzi (13 in attacco!) con i quali Trieste stravince la sfida sotto le plance.
Ed infine, Colbey Ross, tornato ancora una volta a dimostrare quanto pesasse la sua assenza nell’economia del gioco della squadra. 31 minuti in campo, 21 di valutazione frutto di 6 assist e 4 rimbalzi, 14 punti frutto soprattutto di un 4 su 5 da due che compensa un paio di pesantissimi errori da tre che avrebbero potuto costare carissimi, soprattutto quello a 11 secondi dalla fine, un tiro apertissimo che avrà probabilmente messo dentro 10.000 volte nello stesso canestro dalla stessa posizione in allenamento.
Alla centesima partita in serie A, il playmaker pupillo di Mike Arcieri, che in sala stampa se lo coccola come un figlio aggiunto, rimane croce e delizia per gli spettatori a causa del suo gioco apparentemente poco ordinato e spesso poco condiviso con i compagni, però poi si vanno a leggere le statistiche e si comprende come la sua efficienza sia un apporto indispensabile per una squadra che con il solo Michele Ruzzier (più qualche indispensabile surrogato) in cabina di regia ha naturalmente sofferto dal punto di vista numerico ma ha anche spesso peccato per la prevedibilità che Ross non ha certo come caratteristica distintiva.
Capitolo a parte per il coaching staff guidato da Francesco Taccetti. Posto che quando vinci passa un po’ tutto in secondo piano, stavolta le scelte del nuovo coach triestino sollevano qualche perplessità.
Sembra, onestamente, che Trieste soprattutto nelle battute conclusive, in particolare nella seconda metà dell’ultimo quarto, abbia beneficiato con gli interessi più dei clamorosi errori di Varese che della propria qualità nello scegliere l’opzione più adeguata situazione per situazione: i lombardi infilano una sequenza clamorosa di errori, soprattutto da sotto, che con ogni probabilità costa loro la partita.
Posto che già il fatto di essere riuscito a motivare un gruppo che pareva una medusa spiaggiata sotto il sole d’agosto costituisce un capolavoro di empatia e di comunicazione su livelli jamionchristiani, alcune rotazioni lasciano un po’ perplessi: ad esempio, quando Kastritis è a lungo costretto a giocare senza cinque, il coach triestino insiste con un quintetto pesante con Sissoko in campo rinunciando alla pericolosità ed alla dinamicità di un quintetto small ball che in quei frangenti avrebbe potuto svoltare l’inerzia.
E poi, ovviamente, convince pochissimo la scelta (apparsa un errore a quasi tutti, ma da lui rivendicata) di uscire dal time out a 25 secondi dalla fine sul +2 e palla in mano, ripartendo dalla metà campo offensiva e dunque rinunciando di fatto a 10 secondi di potenziale possesso.
Varese si può così permettere di non commettere necessariamente fallo, e la tripla di Ross si infrange sul ferro.
Il resto è storia, con la successiva tripla del vantaggio di Alviti e l’ingenuo fallo di Stewart su Ramsey che mette la parola fine all’incontro.
O meglio, ad un secondo e due dalla sirena e tutto il tempo per dare disposizioni ai propri uomini e schierare la difesa per evitare lanci lunghi e conclusioni da sotto, avviene esattamente questo: lancio lungo, ricezione e tiro fallito da Moore da ottima posizione.
Taccetti dirà in sala stampa che ha scelto di evitare il rischio di non riuscire a rimettere la palla in campo, o peggio di perderla sotto il proprio canestro, alla luce dell’evidente difficoltà triestina ad evitare l’infrazione di cinque secondi (anche contro Varese sono ben tre i possessi gettati in questo modo).
La realtà lo ha premiato, il discorso può finire lì.
In ogni caso è tutta esperienza accumulata, specie nella gestione di finali convulsi punto a punto in cui il minimo particolare -e scelte da prendere in una frazione di secondo- possono separare la sconfitta dalla vittoria. E’ andata bene, questo dà fiducia per il futuro.
Un futuro che prevede il derby a Udine, partita che fa storia a sé come anche tutti i giocatori -anche quelli più sopiti- hanno imparato a capire.
Fa storia a sé soprattutto perché l’orchestra del Titanic ha ancora bisogno di crederci, ha ancora bisogno di un po’ di tempo per completare il proprio repertorio. Magari si andrà a fondo, ma lo si farà mettendo 8 punti fra sé e l’APU, oggi nettamente sconfitta a Cremona, eliminando di fatto una pericolosa concorrente per la conquista della post season.
Trieste ha ancora voglia, e bisogno, di cantare.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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Pallacanestro Trieste
Pallacanestro Varese

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

TEAMNETWORK ALBATRO   32   –   PALLAMANO TRIESTE 1970   29         (p.t. 16-13)

TEAMNETWORK ALBATRO: Riahi, Santos 3, Marino 3, Zungri 1, Baptista 3, Cavallaro, Vinci 2, Guggino 3, Cirilo 9, Hermones, Mamdhou 8, Schiavone. All. Garralda
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono, Antonutti 1, Pernic 1, Urbaz 3, Parisato, Lo Duca, Pauloni 4, Vanoli, Hubert 4, Bendjilali 3, Sandrin 5, Esparon 8. All. Lisica

Arbitri: Simone e Monitillo

SIRACUSA – Si interrompe in Sicilia la striscia positiva della Pallamano Trieste 1970: dopo la finale di Coppa Italia, l’Albatro Siracusa si dimostra ancora una volta un boccone indigesto per i biancorossi, fermati per 32-29 alla palestra Akredina dopo una gara intensissima, con tanti break e contro-break a tenere i giuliani in vita praticamente sino alla fine.
Parte subito forte Siracusa, con l’uno-due di Baptista e Mamdhou, Trieste rompe l’impasse al 3’ con la rete in ala di Urbaz (2-1).
Errori da ambo le parti nei minuti che seguono e punteggio che rimane immutato sino al gol di Cirilo, con gli aretusei che rimangono sul +2 al 7’ dopo la risposta giuliana di Hubert e la realizzazione di Marino.
Il botta e risposta prosegue (al gol all’incrocio di Esparon c’è la seconda fase rapida di Santos, quindi una nuova rete di Urbaz per il 5-4) e il pari triestino arriva al 10’, ancora con Esparon.
Le parate di Riahi fanno la differenza in prossimità di metà tempo, l’Albatro va sul +3 con due sette metri di Mamdhou (9-6 al 14’), sfruttando anche i due minuti di esclusione sanzionati a Bendjilali, il Teamnetwork vola sul +4 di Cirilo nonostante le belle respinte di Garcia e Trieste è costretta a inseguire.
Qualche errore di troppo dei biancorossi in attacco, con conseguente ulteriore allungo dell’Albatro sul 14-8 del solito Mamdhou, regala ulteriore inerzia al Siracusa che ha ancora un Riahi a bloccare buona parte delle conclusioni offensive ospiti.
L’acuto alabardato per dimezzare il gap arriva però nel finale di periodo, con Esparon e Hubert a fare 3-0 di parziale e il gol dell’ex Pauloni a fissare il punteggio sul 16-13 del 30’.
Gol rapidissimo di Esparon nei primi secondi di ripresa, con l’uomo in meno Trieste trova comunque il modo di limare ancora di più il passivo con la rubata e il gol in contropiede di Pauloni (16-15).
La risposta dell’Albatro non si fa però attendere: contro-break di 3-0 ad allontanare gli aretusei, che al 35’ si riprendono quattro gol di vantaggio (21-17).
I biancorossi non mollano (reti di Sandrin e Hubert, -1 sul 21-20) ma subito dopo arriva un altro contro-parziale del Siracusa con Santos e Vinci (24-21 al 41’).
Il Teamnetwork perde poi Guggino (cartellino rosso per un colpo al volto di Sandrin), riuscendo tuttavia ad allungare ancora sino al 27-22 a 13’ dal termine.
Trieste tenta il tutto per tutto con l’ennesimo parziale del match: Sandrin e Urbaz danno ancora coraggio agli ospiti, Garcia si esalta in porta e Pauloni realizza il -2 dai sette metri (28-26).
La spallata decisiva dell’Albatro arriva a cinque dal termine, con Hermones a bloccare un ulteriore rigore tirato da Pauloni e con Cirilo, Mamdhou e Zungri ad allontanare definitivamente gli aretusei (31-26).
Per Trieste non bastano le marcature di Bendjilali, Pauloni e Antonutti nel finale per evitare la sconfitta, col -3 che mantiene però la differenza reti a favore dei giuliani.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

 

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In collaborazione con Pallamano Trieste 1970 – articolo di Alessandro Asta – addetto stampa Pallamano Trieste 1970

PALLAMANO TRIESTE 1970    33    –   PRESSANO    29    (p.t. 16-12)
PALLAMANO TRIESTE 1970: Garcia, Postogna, Bono 1, Mazzarol, Antonutti, Pernic, Urbaz 2, Scorzato, Parisato, Lo Duca 3, Pauloni 2, Vanoli, Hubert 7, Bendjilali 6, Sandrin 5, Esparon 7. All. Lisica
PRESSANO: Facchinelli, Fadanelli 5, Chistè, M. Moser, Villotti, D’Antino 7, Rossi, Mazzucchi 1, Pilati 2, Lorenzini, Martini 10, N. Moser, Milovic 3, Loizos, Fraj 1. All. Dumnic

Arbitri: C. Cardone e L. Cardone

TRIESTE – La Pallamano Trieste 1970 torna a fare risultato pieno anche a Chiarbola: i biancorossi sfatano il tabu dell’ultima vittoria interna datata 29 novembre contro Merano, trovando due punti preziosissimi contro un Pressano che si è arreso solo all’ultimo.
In un palasport di Chiarbola gremito e pieno zeppo di entusiasmo finisce 33-29 per la squadra di coach Lisica, dopo un match con i giuliani praticamente sempre avanti nel punteggio ma con i trentini di Dumnic abili a dare filo da torcere agli alabardati, bravi poi a risolvere nelle battute conclusive il match e a tenere sempre vivo il sogno di playoff scudetto.
C’è Bono subito in campo per Trieste ad agire da terzino al posto dell’infortunato Lindström, mentre è Hubert a segnare il primo gol biancorosso del match.
I giuliani premono in difesa e vanno poi sul 2-0 con Esparon, prima dell’uno-due ospite con Fadanelli e Mazzucchi a pareggiare i conti al 3’.
Urbaz in ala regala un nuovo vantaggio interno, Esparon e Bendjilali fanno +3 al 7’ (5-2).
Una girella vincente di Hubert tiene in ritmo i padroni di casa, poi i giuliani si ritrovano temporaneamente con due giocatori in meno (Bendjilali e Pernic) non pagando però dazio viste le parate di Garcia.
È 8-5 al 13’, Bendjilali approfitta poi della porta vuota trentina per segnare comodamente il +4 che rimane tale anche nei minuti che seguono, sempre col pivot algerino a ergersi protagonista (10-6).
Pressano esce dal timeout di Dumnic con il gol di Fadanelli e le reti dai sette metri di D’Antino, riavvicinandosi a -2 al 21’ (12-10), Trieste fallisce qualche buona occasione respinta dalle mani di Loizos, ma pesca dal cilindro la doppietta di Sandrin e il gol in ala di Lo Duca (16-11) per il massimo vantaggio che viene rintuzzato da Martini nell’ultimo minuto (16-12 al 30’).
Nuova realizzazione in pivot di Bendjilali e nuove parate di Garcia in apertura di ripresa: ripartono bene i biancorossi, con sei reti di vantaggio dopo il palo-gol di Esparon (18-12), Pressano si affida alla vena realizzativa di D’Antino ai rigori ma l’inerzia resta in mano alla squadra di casa, sul 20-14 del 36’ siglato in ala da Urbaz.
Poi però le cose cambiano con i due gol facili a porta vuota siglati da Pilati con i padroni di casa con l’uomo in meno, a cui fa seguito il -2 imbucato da Martini (22-20).
Dopo un attimo di appannamento offensivo, Trieste riparte dalla doppietta di Lo Duca per tenere i trentini a distanza, che però si muovono tanto e bene in pivot e tengono aperti i giochi a metà tempo (25-22).
Fadanelli e Martini riavvicinano ancora di più il Pressano, sul 26-25 a 10’ dalla fine, ci vuole un bel movimento di Sandrin a ipnotizzare Loizos e a far ripartire i giuliani in attacco.
È un autentico botta e risposta nei minuti che seguono, col +1 che resta a cinque dal termine (30-29), Postogna e Loizos trovano respinte importanti tra i pali ma è di Sandrin il gol più importante dell’incontro con 1’30’’ da giocare, per il +2 interno.
Ancora Postogna trova il modo di sigillare la propria porta, Pauloni chiude la pratica con la doppietta del definitivo 33-29.

Alessandro Asta (Addetto Stampa Pallamano Trieste 1970)
(foto di Ervin Skalamera)

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In collaborazione con TSportintheCity – articolo di Francesco Freni

PALLACANESTRO TRIESTE   –   UMANA REYER VENEZIA    78 – 84     (14-27; 21-27; 30-12; 12-18)
PALLACANESTRO TRIESTE: Toscano-Anderson 12, Martucci, Ross, Cinquepalmi, Deangeli 4, Uthoff 5, Ruzzier 15, Sissoko 11, Candussi 7, Iannuzzi 2, Bannan, Ramsey 22. All. Taccetti.
UMANA REYER VENEZIA: Tessitori 2, Cole 16, Lever 7, De Nicolao, Candì 6, Bowman 7, Wheatle 13, Nikolic 17, Janelidze, Parks 11, Wiltjer 2, Valentine 3. All. Spahija.
ARBITRI: Sahin, Nicolin i, Miniati.

TRIESTE – Alla fine a Trieste manca veramente pochissimo, davvero qualche piccolo particolare, per completare quello che sarebbe stato un vero e proprio capolavoro rinascimentale: una rimonta dall’inferno del -19 frutto del dominio veneziano senza discussioni nei primi venti minuti, attraverso l’inferno vero in cui si trasforma il PalaTrieste nel terzo quarto per sospingere la sua squadra verso un sorpasso che pareva impossibile, fino al purgatorio agrodolce del quarantesimo minuto, costituito da due punti in classifica che prendono inesorabilmente la via lagunare ma anche dalla consapevolezza che carattere e capacità di reazione, impronta ben definita del #thetaccioeffect, pervadono un roster ancora menomato da pesanti assenze, tuttavia incapace di arrendersi alle difficoltà.
C’è anche da ammettere la superiorità di una squadra lunghissima, un roster in grado di ammortizzare l’assenza di Horton potendosi comunque permettere di ruotare dieci giocatori, portando i cinque più letali ad uccidere la contesa negli ultimi tre minuti facendoli uscire da fondamentali minuti a rifiatare in panchina. Trieste dalla sua ha la generosità, il talento offensivo, l’energia dei tifosi, ma paga pesantemente lo sforzo immane per riaprire il match nel terzo quarto arrivando stremata e poco lucida al momento decisivo, quando freddezza, focus e freschezza atletica permettono di prendere le scelte a più alta percentuale.
La squadra di Taccetti, al contrario, sbaglia possessi fondamentali proprio sul più bello: un paio di tiri liberi di Sissoko, un tagliafuori non eseguito su un airball raccolto da Lever che realizza al ventiquattresimo secondo il canestro della quasi sicurezza.
Sfumature difensive che inducono a spendere falli che vogliono dire tiri liberi dalle mani di giocatori che li mettono in cassaforte.
Ed alcuni fischi perlomeno dubbi, che in occasione di ogni episodio border line vanno sistematicamente a premiare la squadra più blasonata: intendiamoci, Sahin, Nicolini e Miniati probabilmente non determinano il risultato perché Trieste questa partita l’avrebbe quasi certamente persa ugualmente.
Ma la quantità di contatti non sanzionati sotto il canestro della Reyer, una rimessa dal fondo assegnata inizialmente a Trieste (in modo assolutamente corretto), invertita dopo la consultazione di un instant replay che non può aver evidenziato nulla di diverso, un metro non limpidamente equanime soprattutto nei concitati minuti finali che porta ad ignorare un fallo sulla conclusione da tre di Toscano Anderson che pareva piuttosto evidente (e che avrebbe potenzialmente permesso di rendere decisivo l’ultimo possesso), mantengono l’inerzia saldamente nelle mani di Cole & Co, peraltro maestri nel capitalizzare la situazione con grande sicurezza.
Ma arrivare stremati negli ultimi tre minuti, pagandone lo scotto con gli interessi, è naturalmente frutto di tutto ciò che non è funzionato in quelli precedenti, ed in particolare nel corso di un primo tempo nel quale la squadra triestina torna a difendere in un modo che assomiglia pericolosamente a quello delle prime esibizioni autunnali: difficoltà estrema nel pick and roll, disattenzione nell’accorgersi del taglio dal lato debole, ritardo negli aiuti sul perimetro che lascia sistematicamente l’avversario libero di prendersi conclusioni da oltre l’arco piedi a terra con metri di libertà, disattenzioni che permettono la conquista di troppi rimbalzi offensivi con conseguenti seconde chances concesse alla Reyer, lentezza nelle transizioni difensive, rotazioni poco coordinate che portano sistematicamente un piccolo (spesso Ruzzier) a trovarsi da solo sotto il ferro a contrastare i lunghi avversari puntualmente serviti per sfruttare i mismatch.
Tutti difetti ben noti, sui quali il nuovo coach sta lavorando alla clemente, che parevano attenuati se non scomparsi negli ultimi dieci giorni ma che invece fanno di nuovo capolino.
E’ ovvio che siano difetti costosissimi contro una squadra dotata di un pacchetto di esterni letale sia quando tira da fuori che quando decide di attaccare il ferro: il gap accumulato nei primi venti minuti consegue in grandissima parte proprio da questo aspetto, anche perché in attacco i biancorossi tutto sommato tengono botta.
La dispendiosa reazione del terzo quarto deriva soprattutto da una svolta nervosa più che tecnica: Venezia, specie nella prima parte del quarto, continua a godere di praterie per concludere indisturbata da fuori, ma inizia inaspettatamente a farlo con percentuali insufficienti di realizzazione.
Parks, Valentine, Bowman, Cole, Wiltjer sbagliano tiri in campo apertissimo consegnando gradualmente l’inerzia nelle mani di avversari che prendono a mano a mano più coraggio, fino a svoltare, una buona volta, anche nell’intensità difensiva e nella lotta a rimbalzo.
E’ il momento nel quale a pesare è l’enorme tesoretto di talento di cui dispone Trieste nonostante le croniche assenze di Ross e Brown: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff, Ruzzier, lo stesso Candussi mettono in scena un martellamento a cui, per risultare vincente, manca solo la stoccata finale.
Trieste porta quattro uomini su otto in doppia cifra, piazza 12 assist, pareggia con Venezia il computo dei rimbalzi distribuendo il bottino sotto le plance in modo piuttosto omogeneo: la squadra sbaglia, rientra, lotta, perde spalmando responsabilità ed iniziativa su tutto il roster, togliendo dunque punti di riferimento agli avversari.
E’ vero che Ramsey è il terminale prediletto, quello dotato di talento talmente straripante da risultare pressoché immancabile per chiunque.
Ma non è lui il solo protagonista della riscossa, e questo aspetto infonde perlomeno una discreta dose di ottimismo per il finale di stagione.
Un finale che vedrà prestissimo il sospirato rientro di Colbey Ross, un rientro che permetterà a Michele Ruzzier di tornare a fare il back up di lusso, l’uomo d’ordine in grado di uscire dalla panchina quando è necessario un gioco più ragionato, più frutto di fosforo che di esuberanza creativa.
E permetterà anche a Toscano Anderson di tornare a fare la guardia o l’ala piccola, sollevandolo dall’onere di sacrificarsi da point guard, compito che può svolgere ma che lo toglie dalla sua comfort zone.
Se poi, prima o poi, dovesse tornare disponibile anche Markel Brown (quanto sia pesata l’assenza di entrambi contro Venezia è incalcolabile) allora sarebbe il tempo di scelte difficilissime: il nuovo arrivato australiano Josh Bannon, infatti, appare ancora avulso dai meccanismi della squadra, ci mette enorme energia ma risulta ancora impacciato e dunque impreciso.
D’altro canto, ridà un indispensabile spessore per peso, centimetri e reattività al reparto lunghi. Scelta che naturalmente dipenderà dal piano partita in funzione degli avversari di turno, ma che necessariamente toglierà qualcosa negli altri ruoli.
Infine, una nota a margine non legata strettamente alla partita per due avversari.
Uno, Denzel Valentine, più che da avversario viene accolto dal popolo del PalaTrieste come se vestisse ancora la jersey biancorossa.
Il chitarrista non si sottrae all’abbraccio dei suoi ex tifosi, stringe mani, si presta ai selfies, si gode la sua canzone sparata a palla dagli altoparlanti.
Poi spara a salve, tirando 0 su 1 da due e 1 su 5 da tre verso quelli che furono i canestri di casa per nove mesi, al termine va comunque sotto la curva a schitarrare ed a raccogliere l’abbraccio dei fans: un giocatore da prendere o lasciare (il suo coach vista la prestazione lo avrebbe volentieri lasciato), però un personaggio capace di catalizzare un intero popolo. Consigli per gli acquisti.
Il secondo avversario, il monumentale Neven Spahija in sala stampa al termine della partita.
Dopo la consueta analisi del match, senza nemmeno essere stimolato a farlo, si spinge a dichiarare la sua speranza che la Pallacanestro Trieste possa continuare a vivere in questa città, per la sua tradizione, per la sua importanza per la pallacanestro italiana, per il ricordo di ciò che avvenne ai tempi di Tanjevic e Fucka e che non deve più avvenire.
Per la prima volta un coach avversario, oltretutto vincitore, esce fra gli applausi convinti ed unanimi dei giornalisti di marca avversa.
Un segnale significativo di quale sia il sentiment sulla vicenda di chi non ragiona in dollari, marketing, business (o “equidistanza e rispetto delle regole” all’amatriciana) ma in termini di storia e cultura sportiva.
Alla fine, purtroppo, conterà il giusto. Ma, se l’obbrobrio si concretizzerà, sarà un “crimine” legale non certo perpetrato nel nome di chi la pallacanestro europea ce l’ha tatuata sulla pelle.

(diritti riservati TSportintheCity)
Crediti: foto Panda Images
Ph. Antonio Barzelogna

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